ritratti

De Gustibus

La prima cosa che Mr. Pilgrim osservò è che gli occhi, prima o poi, ti trovano. Magari sei lì, a decidere la curva di una palpebra, e trac, ti trovano. Ti guardano. E lì c’è da essere svelti a sapere se sono della tua taglia o no.

Ci sono occhi extra large, occhi minimi, a spiraglio. Occhi da rana, occhi parapetto (quelli da cui vedi il mare e ti verrebbe voglia di fare un tuffo giù); occhi vicini, occhi con troppo trucco, occhi stanchi, pigri, occhi che non vanno d’accordo e c’è da decidere se guardano te o quello accanto. Curioso come non ci sia un occhio uguale a un altro -senza parlare del suo gatto, che aveva un occhio nero e uno blu.

Ma Mr. Pilgrim si consolò. Lui almeno, sapeva la sua taglia. C’era gente che andava in giro con certi occhi penzoloni che bisognava farci l’orlo. Che poi ti capita di inciampare, e non è affatto una bella storia. Non c’è una cintura per gli occhi, e se dimagrisci è un peccato; se ingrassi, poi, diventa una tortura. Devi essere certo del primo sguardo, come quando le calze ti vanno a pennello il primo giorno di ottobre.

A lui andavano occhi chiari, con un filo di gaiezza nel pensiero. Palpebre dolci, ricurve come una mela prima del primo morso e un sorriso segreto nella piega del sonno, un accenno di musica.

racconti

Miss Pimm – Cocktail di emozione

In realtà non aveva bevuto. Almeno, non quello che si aspettava.

Era scesa in cucina a preparare un drink, qualcosa di un po’ più forte di un frullato alla pesca. Lì per lì non sapeva come fare. La cosa migliore che le saltò in mente fu aprire il frigo nella speranza di trovare per sbaglio una lattina di birra. Non aveva mai comprato birra, a ben guardare. La faceva starnutire. Vino neanche, salvo q.b. per cucinare.

Tirò un sospiro alla luce automatica del frigo e l’aria fredda le mandò in circolo una stantuffata di terrore. Sveglia, alle tre di notte. Sveglia a cercare birra. Così sveglia che la testa le faceva male e il respiro le vorticava intorno come se l’aria le sfuggisse e per rincorrerla fosse costretta a vivere di più. Fissò l’insalata, lì a un palmo dal suo naso, e le carote, accanto, con la zucca e i peperoni vestiti a festa; le barbabietole ancora da pelare e l’involto con l’arrosto. Due chili di manzo, netti. A guardarlo le venne una tristezza colossale. Perché cucinava l’arrosto se amava le acciughe?

Con la coda dell’occhio notò un tappo blu dall’aria circospetta. Le era sempre piaciuto, il blu, e l’impressione le ispirò fiducia. Guardò meglio. Il naso ormai era mezzo congelato. La punta del pollice che teneva aperto lo sportello scricchiolò un pochino prima di staccarsi e le parve che la polaroid del tempo scattasse un’istantanea della sua eterna trasgressione. Fulminea, svitò il tappo e buttò giù tre sorsi perché sentiva che il cervello stava rincasando e non voleva farsi fermare.

C’è del rhum? Aveva chiesto lui

Può darsi

Tonico?

Del Whisky

Alla goccia?

Alla goccia! E buttò giù

Un fuoco fatuo le investì la gola. Fatuo, sì, perché se avesse letto meglio, invece di inscenare un film, si sarebbe accorta, forse, di aver servito il preparato per dolci a base di zucchero e di rhum.

racconti

Miss Pimm – Cronache di una battaglia di cuscini

Miss Pimm non aveva mai considerato una questione da un punto di vista diverso da quello di sua madre.

O meglio, la questione.

Articolo determinativo femminile singolare.

Anche se sarebbe stato più appropriato l’Articolo determinativo maschile singolare, visto che lui era maschio. E molto singolare.

Miss Pimm faceva la maestra delle elementari: italiano, storia, geografia, iuspichinglisc e matematica fino alle divisioni a una cifra. Non le riusciva molto bene dividere. Soprattutto la domenica, soprattutto se la Miss Pimm che a quell’ora stava sfornando una sontuosa torta di mele non era la stessa Miss Pimm che lo stesso giorno alla stessa ora doveva smaltire una sontuosa sbornia.

racconti

La valigia di cartapesta

Una ragazza in tacchi a spillo fucsia l’aveva apostrofato vecchio guardone bavoso quando lui aveva cercato di capire di che colore avesse gli occhi sotto le strisce a lutto del make up.

Una vecchiarda l’aveva letteralmente abbordato lasciando credere di non riuscire a oltrepassare la soglia delle scale mobili, salvo poi correre i cento metri a ostacoli in ciabatte quando si era trattato di sottrargli la valigia. Poco male. Ne avrebbe presa un’altra. Per la cartapesta un po’ gli dispiaceva.

Era una valigia storica. L’aveva costruita a cinque anni, sognando di girare il mondo a piedi. Poi erano arrivate le scuole elementari. Avrai tempo per farlo quando sarai grande- l’aveva apostrofato il babbo. Poi era arrivato l’esame in terza media, poi il liceo e, se non voleva perder l’anno, l’esame di riparazione, poi il corso di informatica, poi il test di ingresso, esami esami esami –laurea. Tràc la prima offerta di lavoro. Prendere o lasciare. Prendere prendere, con il mercato del lavoro di questi tempi meglio una gallina bacucca che un brodo domani. Ed era arrivata lei.

Si ricordava il secondo primo appuntamento –il primo primo era stato inconsapevole- con la sua gonna a fiori stretta in vita, rossa di capelli che più rossa non si può. Una fiammata a freddo e congruo rimescolio dei pantaloni.

racconti

Mai dire gatto

Lo aveva chiamato solo gatto. Tanto non rispondeva. Chiamava lui. Con un gran morso nella migliore delle ipotesi. Era arrivato un pomeriggio, verso le cinque e un quarto, a scuotere i tappeti della sua anima ridotta in polvere, nell’appartamento del terzo piano. Era caduto dal cielo. In piedi, si capisce.

Al quinto piano facevano i lavori, salvo poi dimenticarsi il braccio della gru pericolante dopo essere entrati dalla signora per il tè. Dalla finestra, ovvio. Così il gatto si era intrufolato da chissà quale piega spazio temporale e aveva deciso di cadere dritto sul suo balcone. Deciso, proprio. Non c’era stato verso di mandarlo via. Usciva dalla porta, entrava dalla finestra. Terzo piano. Balcone.

Quando furono pronti una cinquantina di biglietti –trovato gatto rosso, iracondo, mordace, un occhio nero uno blu- e Mr. Pilgrim fu lì lì per tappezzare l’intero isolato, i lavori finirono e la gru sparì. Il gatto, infilato l’ennesimo calcione, non si ripresentò. Tre giorni dopo, due notti insonni e un thermos di caffè, Mr.Pilgrim versò tutte le sue lacrime, strappò i biglietti e disse che, se si fosse ripresentata l’epifania del gatto, l’avrebbe tenuto con sé. Così la volontà felina.

lettere

Medea

Guardatelo, l’Argivo di ritorno dalla sua impresa.

Se dicessero che è stata una donna, Medea, principessa dei Colchi, a permettergli di cantare vittoria, non ci crederebbe nessuno. Una donna. Non greca, per giunta: può essere concubina, involucro di figli bastardi, ma non madre e sposa.

Guardatelo, ora ha altro di cui occuparsi, altri campi da arare. Ed è giusto così. Io non sarò sposa, né madre. Ma non per tua scelta. Tu, in accordo con le tue leggi, puoi ripudiarmi, ma non vagherò solitaria come una cagna a grattare con le unghie merdose i sepolcri e rubare il pane ai defunti pur di vivere. Non andrà come credi. Tu infrangi le leggi dell’amore in virtù di un vuoto ideale ed io, delle leggi di natura, non so che farmene.

Ho ancora il sangue di mio fratello che ritorna su ogni veste che copre il mio seno, un’ombra, una striscia di sangue mi lega i capelli e, presto, si stringerà intorno al collo. Il sangue chiede altro sangue. Non c’è circolo di affetti che possa colmare una donna che ha rinnegato se stessa per amare il suo uomo e questi la lascia. Lo stesso fuoco brucerà la novella sposa e suo padre, ma –ne sono certa- non te. Infido e strisciante come sei, non muoverai un solo dito a sorreggerla quando lancerà il primo grido, piegata su un fianco all’altare. Il padre invece sì: tu ignori cosa sia un legame di sangue, non sai come si stringe il nodo di due anime nella carne, e non saprai mai qual è la prima pietra che fa crollare un amore.

Io sì. So dove affondare il coltello, nella carne del collo dei tuoi –e dei miei figli. So dove sferrare il colpo e che, uccidendo me stessa, non morirei quanto muoio in questo momento, né ucciderei te con la stessa fulminea precisione se ti lasciassi morire accanto alla tua bella, dando inizio ai tuoi onori eroici e alla mia caccia alla strega. No. So fare di meglio.

Mi guardano adesso, i tuoi figli. Quelli che mi hai seminato nel ventre con un impeto di rabbia che credevo mi avesse relegato alla custodia di te stesso. Un compito che avrei amato soffrire dall’inizio alla fine dei miei giorni. Invece sono uguali a te, i bastardi, ma non hanno la metà dell’amore che dovevi darmi, non mi hai dato la metà dell’amore che speravo mi dessero.

Ora Medea uccide Giasone. Uccide Giasone e Medea insieme, legati nella carne, nel vuoto di una promessa che, alla loro nascita, ho visto morire.

lettere

A Ulisse

Ti ho aspettato vent’anni.

Tu avrai viaggiato in lungo e in largo, visto posti, conosciuto persone, e magari hai avuto altre donne, altri figli. Non ti biasimo. Al posto tuo, avrei fatto lo stesso.

Ma se avevi un tarlo che ti rodeva dentro tanto da fare i bagagli e ripartire, mi spieghi, allora, perché tornare? Forse, i tarli non sono mai univoci? Soffrono di solitudine anche loro, poveretti? Si mettono d’accordo? Guarda, vai prima tu, punzecchialo finché non soddisfa questo capriccio, poi guarda che tocca a me e allora si riparte daccapo, per me va bene, però, niente più seccature: questo qui ce lo dividiamo, in barba a sua moglie, ti do sei mesi, poi, faccio quello che mi pare, anche il contrario di quel che vuoi tu, ok? d’accordo.

Strana cosa avere a che fare con i desideri. Voi uomini non sapete proprio da che parte cominciare e tu più di tutti. Stessa cosa per Troia. Quando te lo sei messo in testa, all’epoca, non desideravi che partire, tanto da convincere tutti gli altri, compreso Achille.

Un desiderio ce l’avevo anch’io: che tu rimanessi. Fin dall’inizio. Ma l’hai strappato come si strappa una vela per troppo vento, anche se i desideri fino a un certo punto si piegano. Infatti non so che avrei dato perché, almeno, mi portassi con te. Però, qualcuno doveva badare alla casa, al regno, a nostro figlio piccolo.

Tu vai, torni, riparti, quando ti pare. Siamo diventati vecchi a forza di fare così. Ma il mio amore si era già ricucito dietro la scia della tua nave, se proprio vuoi saperlo, e l’ultimo taglio non l’ha fatto sanguinare che un poco. Ti avevo già pianto come morto, anche se le stelle, il vento, mi dicevano il contrario. In realtà non aspettavo te. E’ stata solo una scusa. Piangevo per me, per il mio cuore in apnea, perché sentivo che il desiderio di te non era annegato come gli altri, ma più tornava in superficie, più mi sentivo affondare.

Brutta storia per noi donne, desiderare. Vorremmo viaggiare, conquistarci onore e gloria, come voi, ma non possiamo farlo se non tessendo i sogni che ci rimangono in una stupida tela. La disfacevo per rabbia, altroché. Ogni sera, finito il ricamo, scioglievo i capelli, trovandone sempre uno bianco di troppo, e spegnevo la candela. Poi, piantavo le unghie nella trama, quasi fosse stata la tua carne e, nel buio, vedevo i disegni contorcersi dentro di me sperando di cambiare i fili della tua rotta al punto da riportarti qui. Il guaio non è cosa, ma chi si desidera.

Tu non te lo meritavi.

 

racconti

Zefira

Il capitano Theodor Lionel Hawke era uno strano miscuglio di occhi verdi, barba a punta e cappello con piuma di pavone: come se noncuranza e follia, nell’atto di darsi cordialmente la mano, fossero rimaste impigliate nel suo pastrano blu.

Innamorato, sempre. Di un amore che muove alla ricerca. Punto.

La sua parola preferita era stravento. Adorava quando pioveva di traverso e il vento andava contromare. Rideva come un matto, attaccato alle sartie, quando il nostromo ingoiava il fischietto e la ciurma era blu.

La sua nave, la Zefira, era azzurra come la libertà, una sirena a prua ed una macchia d’inchiostro per bandiera. Racconta il nostromo che una volta, sceso in cambusa per lavarla, ci aveva pure rovesciato il rum. Da allora, nella macchia, un’altra macchia e un’altra, dentro e poi dentro come l’occhio che genera il ciclone senza una lacrima.

racconti

Elicanto

C’è una città alle porte della primavera, là dove il fiume scompare nel deserto. Un ponte verso il nulla si apre ai viaggiatori nella tempesta.

Il pellegrino che non chiede avrà risposta dice il libro del sogno.

Pare che vi abiti un popolo di pescatori alla deriva su un mare di sabbia. Non vi si arriva navigando il fiume. Molti l’hanno intravista nel delirio.

Le fonti parlano di una torre di alabastro e un albero di spine. Un fuoco, un gran fuoco nel racconto dei vecchi, poi, il buio. Nessuno è mai tornato intero.

Una donna una volta mise piede nel mercato di Edoras gridando di essere stata alle porte di Elicanto. Parlò del fuoco, della torre, dell’albero, e appena prese a parlare di quello che aveva intravisto oltre le porte, divenne cieca e sorda e tuttora girovaga nel mondo mormorando un canto che fa ululare i cani al suo passaggio.

pensieropoesia

La terza onda

Come sapevi che ero io tra tante?

Perché il tuo sguardo ha una scintilla. Perché hai l’aria bella e scaltra di chi sa rubare un bacio senza cavarti il cuore. Perché tu mi hai chiamata con il frastuono della terza onda.

Perché parti?

Voglio riposare

Arrivi o torni?

Tutt’e due.

Si gira verso di me. Ha gli occhi di chi torna a casa.

-Come può il perdono

Diventare un libro

Con codice e prezzo

Se è una rosa

Alta di memoria

Sul profilo di un muro

Che mi crolla

Dentro?

 

Su due piedi non rispondo. I silenzi del suo dettato mi otturano il cuore.

Ride. Si alza. Arriva il treno.

Arriva su di me, sul mio pensiero inutile e contraddittorio. Mai avrei pensato di morire così, che non fa male, lasciare la presa in un abbraccio di ferro, negli occhi la carezza immortale, amore, del tuo desiderio.

Dimmi cos’è il perdono. Dimmi com’è aspettare al varco e mollare la presa. Dimmi qual è la pace che attendiamo rendendoci senza meta, rigirandoci la mattina nel sonno senza voler svegliare la parte di noi che uccide e non chiede

Perché?