racconti

Bambola

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Arrivò al campo una mattina che pioveva. Camminava strano, con il passo di chi non ha casa e non gliene importa più di tanto, e aveva gli occhi di un altro pianeta. Per la curiosa inerzia della gente, fu subito nota come Bambola.

La sistemarono in una tenda alla bell’e meglio, da sola, perché nessuno aveva chiesto di lei e lei non chiese la compagnia di nessuno. Aveva con sé soltanto una bambola col vestitino pulito e netto, scampato al diluvio, le lentiggini dipinte sul viso e un paio di trecce di lana marrone. A guardarla bene, sotto il nasino a punta, sbucava l’ombra di una bocca rosa che lei si divertiva ad aprire e chiudere come per fargli il solletico.

-Non sei un po’ grande per queste cose?
-Quali cose?
Aveva guardato l’impiegata dell’anagrafe con una lucidità allarmante. Attraverso i suoi sapienti occhiali la vecchia pensò che, di tutte le stranezze che le sfilavano davanti, una ragazza di al massimo sedici anni con una bambola di pezza, in fondo, non era la peggiore.
-Hai parenti, amici, conoscenti?
-No.
-Bagagli?
-No.
Compilando la scheda, la matita a un tratto si spuntò. L’impiegata, che in un altro momento avrebbe lanciato improperi dell’altro secolo, fissò il foglio dove un attimo prima c’era la riga continua e fluida del lapis; le tornò in mente la treccia di una bambola e il vestito a pois con la mantella rossa con tanto di cestino: la cappuccetto rosso di quando aveva quattro anni e che una mattina, svegliandosi, non trovò più. Corse difilato dalla mamma, che rispose tranquillamente ‘l’ho buttata. Te ne farò un’altra’. Si riscosse, guardò la ragazza con un accenno di tenerezza e si accorse che aveva gli occhi di un altro pianeta. Poi domandò:
-nome?
-Lily.
-Anni?
-Ventuno.

L’impiegata dell’anagrafe si bloccò ancora, ma la matita stavolta non si era spezzata. Fulminò Lily con lo sguardo e cancellò i suoi occhi di un altro pianeta. Posò la matita con tutta calma e con una mano sola, a cinque dita, distrusse il modulo di assegnazione mentre diceva un -si accomodi – pieno di stizza. I presenti si domandarono cosa avesse potuto fare di così grave una ragazza di al massimo sedici anni all’impiegata dell’anagrafe, che si era addirittura alzata per indicarle l’uscita.

Senza fare una piega, Lily se ne andò. La vecchia tornò a sedersi sul suo scanno come sessantacinque anni prima si era seduta sul letto ad aspettare, ma l’altra bambola non era arrivata, né il giorno dopo, né mai.

Così si era beccata la tenda e il nome di Bambola, anche se non pareva farci caso. Si aggirava tra le baracche tenute su da fascette di plastica, cercando di cacciare qualche topo per la cena. Ogni giorno passava un camion carico di cibo liofilizzato e se ne andava la sera carico di immondizia. Ogni tanto il camionista si affacciava dal finestrino gridando: -Bambola!- mentre il camion sterzava lungo la via del bosco, spruzzando di fango la sua tenda.

Lily non ci badava. Il suo carattere serio e la sua stirpe nordica l’avevano abituata a ben altri freddi che non fossero le occhiate di un’umanità ostile. Veniva dall’est e viaggiava da sola. Il diluvio l’aveva trovata sulla via di casa, quando da lontano si poteva già vedere la Manica. Aveva perso tutto: le calze di ricambio, il vestito buono, lo zaino e il bollitore, ma, in fondo, aveva preso l’imprevisto come l’opportunità di vedere un pezzo di mondo sconosciuto e che le ricordava tanto i campeggi estivi. Anche lì c’erano baracche e tende e bambini che si lavavano nudi nei secchi, e panni stesi ad asciugare prima che fossero del tutto puliti, per non consumare troppo il sapone di marsiglia. Anche allora aveva la sua bambola e la vestiva con la sua coperta, la sera, davanti al fuoco, quando il cibo non mancava e si arrostivano i marshmallow.

Poi, una sera, mentre era di ritorno alla sua tenda con tre furasacchi legati per la coda, Lily sentì un sasso rimbalzare sulla lamiera. Si fermò e vide l’ombra del camion dei rifornimenti dietro i primi alberi del boschetto. Riprese a camminare. Un altro sassolino rimbalzò sulla baracca di destra, senza che la consueta nuvola di bambini volasse tra le pozzanghere, nell’ultimo gioco della sera. Sapeva di non doversi voltare. La tela blu del camion ormai riluceva tra i rami secchi e le incandescenze del crepuscolo. Impercettibilmente, Lily portò una mano dietro la schiena e strinse un piedino della bambola, che teneva legata alla cintura come le maman africane si portano nei campi, sotto il sole subsahariano, i loro bambini color del buio.

-Portatela via, Mark, potrebbe farti il woodoo.

-Le bambole woodoo somigliano alle vittime, imbecille!

-Appunto, vedi come ti stanno le trecce!

-Prendi quei topi che ti ha lanciato sul muso, piuttosto, che sono buoni.

-Dai su, muoviti che ci hanno sentito…

-Tanto meglio. Noi portiamo a questa gente del cibo e puliamo via la loro merda. Scommetto che se anche quelli dell’amministrazione lo sapessero, ci darebbero ragione. Ce n’è da metter su un bel traffico di puttane.

-Scherzi? Quella della terza divisione ha messo su casa che è un gioiello, è riuscita anche a coltivare fiori. Te la sbatti un paio di volte e ci fa da mezzana.

-Sicuro come l’oro- disse Mark tirandosi su i pantaloni.

-Questa la prendo io. E tu, tesoro, cresci.

Uscirono, sputando in terra. Tornando verso la città, Mark lasciò il suo amico all’angolo tra la strada sterrata e l’inizio dei primi ruderi. Percorse un lungo rettilineo, svoltò sotto un cavalcavia da cui pendevano braccia di borragine e parcheggiò. Una volta a casa, Christie, la sua bambina, fu felicissima della bambola e la tenne stretta per tutta la cena. Poi se la portò nel letto e, il giorno dopo, a scuola.

Fu sorpresa, tornando a casa, che un amico di suo padre le offrisse un passaggio. Non lo aveva mai visto prima, ma le aveva suonato il clacson e aveva sorriso come se la conoscesse. Aprendo la portiera, l’aveva invitata a salire e aveva gridato:

-Bambola!


Racconto in concorso per Racconti nella Rete 2016

Avete tempo fino al 31/05/2016 per partecipare con i vostri racconti. I selezionati parteciperanno a LuccAutori 2016!

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Baci da riscrivere

A Pasqua ho avuto l’obesità di ricevere un ovetto con doppia sorpresa: un bel portachiavi cuoricioso e una manciata di Baci Perugina. Il che prevede anche una terza sorpresa -una sorpresa nella sorpresa, e al gatto piacciono questo genere di sorprese… Se non fosse che pure Fedez si è messo a scrivere le frasi dei Baci: Help!

In risposta allo sciòc dolcifero-letterario, propongo di invertire la rotta e di scrivere i bigliettini dei Baci con un pizzico di sana cattiveria (di quelle che in amore si dicono, oppure non fidatevi: amore non è); quindi, eccone per esempio una decina, alcune realmente accadute, altre liberamente tratte da amici e parenti, altre inventate in pausa digestione:

 

1- chi ti ama ti segue, ma in genere usa Skype

2- se Maometto non va alla montagna, la montagna SI INCAZZA

3- se vuoi farti dei veri amici, offri del cibo

4- sentirsi dire ti amo non ha prezzo, ma anche un hai ragione va bene uguale

5- in amore vince chi fugge, stravince chi ti aspetta a casa

6-un bacio è una virgola rosa tra le parole lo finisci, quello?

7-i veri amici si riconoscono nel momento dell’esame

8- la cucina è sempre un atto d’amore, specialmente quando si brucia l’arrosto

9-amor ritornato e caffè riscaldato non sono mai buoni

10-l’amore è perdersi al supermercato dei cinesi,ma sapere esattamente in che reparto cercarsi

 

E voi, se nessuno vi vedesse, cosa vorreste scrivere nei Baci Perugina?

Al gatto, in fondo, basta che se magna!

=.=

 

 

articoli

Il rinascere della poesia

Oggi è la giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 e tante belle cose.

Oggi più che mai c’è da dribblare i versi della Merini citati a sproposito su selfie di ombelichi o peggio, foto di fiorellini-coniglietti-gattini con tanto di glitter: il classico salto del social delle giornate critiche.

Però ieri ho pensato una cosa: io la giornata della poesia l’avrei festeggiata con l’equinozio di autunno. Deve essere perché sono strana.

Però poi ho ripensato alla Merini e mi sono chiesta perché la poetessa più ricordata in questa occasione è anche quella su cui ci si è più rifiutati di parlare sul serio -e non voglio pensare che sia soltanto perché lei è nata il 21 marzo: non so quanti instagrammisti ne abbiano cognizione.

Spesso si semplifica. Non è sempre un male. Ma l’equazione poesia=coniglietti fuffosi passando per l’associazione con la primavera è potenzialmente un guaio sociale. Primo, perché si rischia che il gatto vada in giro a graffiare gente a caso. Secondo, perché la poesia, quando è poesia, è tutt’altro che pace dei sensi.

Prendiamo la Merini e la sua poesia più trita e ritrita in questa giornata funesta: Sono nata il 21 a primavera (vi prego, ignorate la canzone di Milva). Dopo il primo verso, in cui ‘primavera’ riecheggia proprio sul finale e tu dici ahh, che meraviglia nascere a primavera, magari ci fossi nato anch’io, ti rendi conto che c’è un grosso ‘ma’ subito a capo, per cui l’equazione poesia=primavera non è paciosa come sembra.

Per la Merini, fare poesia è sempre stato un processo carnale, ctonio, doloroso: ‘aprire le zolle’ dà proprio la ferita dell’aratro nella terra, cancellando qualsiasi idillio. Di qui, la ‘tempesta’ e poi niente meno che Proserpina, la regina dell’Oltretomba, che domina gli ultimi versi con il suo pianto che si scioglie nella sera.

Ora, Proserpina è una ragazza il cui destino è stato spezzato. Figlia di Cerere, la dea delle messi, è stata rapita da Plutone, suo zio, e costretta a sposarlo. Nella versione più felice del mito, Proserpina può tornare sei mesi l’anno sulla terra, mentre per altri sei mesi deve restare agli Inferi: si capisce bene quanto la Merini potesse vedere di se stessa in questa figura mitica, nel suo andirivieni dalle case di cura.

Il punto è che la poesia è, sì, una rinascita, ma non la semplice primavera che arriva e spazza via l’inverno, come una ditta delle pulizie pagata e puntuale. Il punto è che non è detto che la primavera arrivi: per trovarla bisogna affrontare la morte e sapere che non si può vincerla, ma si può almeno andare a fondo della vita -letteralmente ‘aprirla’ a metà- e svelarne il fiore nascosto. Vi sembra un processo così felice, fare poesia?

No. E allora festeggiatela seriamente, per quello che è. Maneggiatela con cura, perché è una roba infiammabile, che rischia di far esplodere le menti. Vivetela e non leggetela e basta. Questo compleanno del 21 marzo rischia di diventare la pietra tombale della poesia come creazione di modi di pensare aperti, alternativi e utili a tutte le persone in tutti i campi.

Con questa versione disinnescata della poesia come roba ‘a parte’, per accademici e donne in menopausa, ci tolgono una risorsa evolutiva per venderci un momento di svago per intenditori.

Chi vi dice che, la poesia, bisogna prendersi del tempo per leggerla, vi sta imbrogliando: potete leggerla anche di corsa in autobus, l’importante è che quando avete chiuso il libro non abbiate chiuso con la creazione di quella poesia, perché lei di sicuro, con voi non ha ancora finito.

Quindi, BUONA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA e quote responsibly.

O il gatto si arrabbia.

fff

diario, London diaries, premi

Miaogiorno

Non che mi fossi svegliata con la luna storta, ma insomma, con abfghrg mila parole ancora da scrivere per un saggio da consegnare giovedì, magari stavo meglio ante-sveglia.

Poi, con il controllo email di routine SBEM, arriva il messaggio di Aletti Editore che, in occasione del premio Dedicato a… Poesie per Ricordare ha lanciato un talent scouting per la pubblicazione di giovani poeti.

Che dire, è dalle nove di stamani che ballo la giubilanza.

It’s a hard work, ma ogni tanto ‘najoia!

diario, London diaries, poesia

Strangers

Autumn, where’s my lost love?

I used to ask the leaves

as they were letters you wrote

with your pale fingers in the wind

-but I can’t read your alphabet.

The word we never said

has found me near Virginia Water

and I was happy then, in my old

pair of shoes.

 

It was the last day of January

written on your skin

like a cold whirl of light

the light of ending things

-the smell of winter

leaves us incomplete

and in its grasp I couldn’t find

the reason why my foreign name

sounds so confused on your lips.

 

 

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diario, London diaries, pensieri

Cose belle

Di tutte le mie scoperte, recentemente ne ho fatta una più incredibile del Vegan Bacon. Credevo di viaggiare a caccia di un sogno e SBEM mi si è chiuso platealmente in faccia. Considerando il detto dalailamiano per cui non ottenere quello che vuoi può essere un colpo di fortuna, da un mese a questa parte ho ritenuto che fosse un colpo e basta.

Invece, poi ti svegli e scopri un altro lato di te che è come staccare la tua figurina in due dimensioni da un quadro un po’ stinto e fiondarla in un film in 4D. L’inizio della rivoluzione può riassumersi in tre fasi:

  1.  colorarsi i capelli di blu 
  2. non dire a mamma che il colore è temporaneo
  3. Skype with popcorn.

Ok, magari non è il massimo della scoperta, però funziona. Mi ha portato a capire (ma non mi chiedete come) che mi piace parecchio lavorare come editor ed insegnare italiano alle matricole di qui: sono così adorabili quando ruminano i nostri verbi con l’accento di Luca Giurato dopo tre giri di Vodka che me li strapazzerei tutti!

Magari ho l’occasione di cambiare davvero la mia vita e di trasformarla in qualcosa di rumoroso e coloratissimo (no, non in uno struzzo in technicolor). Chissà perché ho sempre pensato che le cose belle dovessero venire tutte da un’unica persona e spesso mi sono seduta lì ad aspettarla senza pensare che invece capitano random, e il fatto stesso che capitino non è una garanzia di destino.

Mi sono accorta che anche il modo in cui scrivo si era appiattito su questa sola dimensione e ho deciso di spettinarlo. Da adesso in poi voglio chiudere in un barattolo tutti i momenti belli per lasciare che esplodano a sorpresa -e questo mi fa venire in mente i coriandoli, che i carri sono già pronti e che quest’anno mi devo inventare il modo di portare la mia Viareggio quassù tra questi stinfi britannici.

Non sto a dirvi che ho tremila progetti, ma intanto vi lascio con una poesia di questo poeta giovanissimo che ho scoperto di fresco. Si chiama Jack Underwood e dà un bello schiaffo al cielo grigio di Londra con un fare sornione da prendere a morsi.

Oggi ho capito di quante cose è fatta la felicità.

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Source: Nuovi Argomenti

ritratti

De Gustibus

La prima cosa che Mr. Pilgrim osservò è che gli occhi, prima o poi, ti trovano. Magari sei lì, a decidere la curva di una palpebra, e trac, ti trovano. Ti guardano. E lì c’è da essere svelti a sapere se sono della tua taglia o no.

Ci sono occhi extra large, occhi minimi, a spiraglio. Occhi da rana, occhi parapetto (quelli da cui vedi il mare e ti verrebbe voglia di fare un tuffo giù); occhi vicini, occhi con troppo trucco, occhi stanchi, pigri, occhi che non vanno d’accordo e c’è da decidere se guardano te o quello accanto. Curioso come non ci sia un occhio uguale a un altro -senza parlare del suo gatto, che aveva un occhio nero e uno blu.

Ma Mr. Pilgrim si consolò. Lui almeno, sapeva la sua taglia. C’era gente che andava in giro con certi occhi penzoloni che bisognava farci l’orlo. Che poi ti capita di inciampare, e non è affatto una bella storia. Non c’è una cintura per gli occhi, e se dimagrisci è un peccato; se ingrassi, poi, diventa una tortura. Devi essere certo del primo sguardo, come quando le calze ti vanno a pennello il primo giorno di ottobre.

A lui andavano occhi chiari, con un filo di gaiezza nel pensiero. Palpebre dolci, ricurve come una mela prima del primo morso e un sorriso segreto nella piega del sonno, un accenno di musica.

diario

Perché?

Usare l’indirizzo e-mail del blog all’università non è stato esattamente un colpo di genio. E’ stato un colpo, e basta. Mi sento piovere da tutte le parti, tra le righe di un programma da non frequentante, a ricevimento, dopo la firma del libretto -ma perché uova-di-gatto?

Punto primo perché sono molto timida e relativamente tuttofobica, perciò, per aprire un blog, conoscendomi, avevo bisogno di un personaggio. E, banalmente, ho scelto il mio animale preferito: il gatto. Rosso, pacioso e un po’ sovrappeso – voluto riferimento a Garfield, lasagne e odio i lunedì compresi.

Poi, mi sono chiesta: ma io, che ho da dire?

Allora ho scelto uova di gatto: perché i gatti non fanno le uova. Così, chi passa con le sue adulte certezze non si ferma e chi si chiede perché, legge. E lì si apre lo spazio della contraddizione, che è spazio di libertà, nello scrivere e nella vita. E’ lo spazio in cui tutto è possibile, a patto di avere il coraggio di fare delle scelte.

Sarà che ho un’eterna, folle paura di dire la mia che non posso evitare di farlo, sarà che il relativismo è uno dei guai peggiori in cui si sia andata a ficcare la nostra epoca, ma per me è fondamentale scegliere se credere o no che i gatti fanno le uova (in barba a grammatica, sintassi, congiuntivi, certezze e regole) per aprire nuove regole e nuovi mondi in cui è bello vivere.

racconti

La fuga

Sognò un autobus con gli interni scuciti e le tendine che sapevano di fritto. Curioso, davvero. Aveva mangiato sogliole, scampi, acciughe, ma di fritto neanche l’ombra.

Sapeva di sognare, lo sapeva sempre. Riconosceva il serbatoio dei ricordi dalla piega oziosa che prendevano le mani a un certo punto del sonno e con un po’ di buona volontà avrebbe potuto svegliarsi, ma gli piaceva stare a guardare.

L’autobus viaggiava e viaggiava, con le tendine tirate e una luce giallastra e turbinosa. Avrebbe voluto guardare fuori, ma per quanto cercasse, non riusciva a trovarsi le mani. Pensò di scostare le tendine col naso, quando l’autobus improvvisamente, sterzò. Doveva essere una curva di montagna, perché la forza centrifuga lo scaraventò di lato tirandolo con le unghie sottili di chi ha fretta. Ci mise un’eternità a cadere. Sapeva che stava scivolando dal letto, ma preferì non dirselo e aspettare che le ruote dell’autobus toccassero di nuovo la strada.

L’impatto fu più forte del previsto. Poi fu come se l’autobus continuasse a viaggiare senza di lui, scivolando sotto la sua schiena mentre se ne stava fermo, sul pavimento. Aprì un occhio, poi l’altro. Riconobbe due caviglie nude che si rincorrevano e un treno di pensieri lo investì, definitivamente sveglio.

Un campanello suonava e suonava tre note, secche come un insulto. Odiava i rumori forti di prima mattina, anche se dalla luce che filtrava sotto l’orlo delle coperte si sarebbe detto mezzogiorno. Sentì due voci al piano di sotto, una spazientita, l’altra di sogno.

Non ho una bella voce

Non mi pare. Canti?

Mi vergogno

Via

Davvero. Canto in macchina, da sola. Oppure lì, nell’angolo della cucina. Ho preso qualche lezione tempo fa, ma mi sono spaventata

Di cosa?

Della mia voce.Era forte, troppo. Non c’ero abituata

Aspetta, guarda. Mi tappo le orecchie, ma ti prego, canta

No così non funziona

Perché?

Perché mi guardi le labbra

Si era trovato scoperto, interdetto, ladro. Non trovò la parola per ribattere, gli occhi non ne vollero sapere di scherzare: non poteva fare altro che prendere l’unica strada rimasta, e la prese al volo prima di ripensarci: si sporse in avanti, tanto da poter contare le ciglia sbalordite da un angolo all’altro dei suoi occhi, e, con voce fioca, in un miagolio strozzato, disse: dov’è il bagno?

ritratti

Incipit

Non amava finire le cose.

Per un curioso patto con se stessa, non sbirciava l’ultima parola dei romanzi e, anche se non c’era particolare folla alla fermata, si alzava sempre prima dell’arresto del treno. Non le piaceva toccare il fondo del barattolo di biscotti, disfare l’albero di Natale, mettere giù al telefono prima di un ciao. Ma erano solo sensazioni.

In realtà finiva molte cose, come le pagine di diario, le pesche sciroppate, la pazienza, i rullini le scarpe le matite le unghie i muffins i segnalibri il tè. In quel momento stava finendo di farcire una torta, quando squillò il telefono.

-Sì. No, ho fatto la Sacher, che ti piace tanto, sono ancora. Aspett Sì. Sì ma… No, ma… Sì. Sì nonna, ci andiamo oggi ma no che da sola! Sì… No. No! Se ti alzi dal letto, guarda, niente. Sì, lo so, ti tratto. Perche non! Va bene… No. Si… -E buttò giù.

racconti

Miss Pimm – Cocktail di emozione

In realtà non aveva bevuto. Almeno, non quello che si aspettava.

Era scesa in cucina a preparare un drink, qualcosa di un po’ più forte di un frullato alla pesca. Lì per lì non sapeva come fare. La cosa migliore che le saltò in mente fu aprire il frigo nella speranza di trovare per sbaglio una lattina di birra. Non aveva mai comprato birra, a ben guardare. La faceva starnutire. Vino neanche, salvo q.b. per cucinare.

Tirò un sospiro alla luce automatica del frigo e l’aria fredda le mandò in circolo una stantuffata di terrore. Sveglia, alle tre di notte. Sveglia a cercare birra. Così sveglia che la testa le faceva male e il respiro le vorticava intorno come se l’aria le sfuggisse e per rincorrerla fosse costretta a vivere di più. Fissò l’insalata, lì a un palmo dal suo naso, e le carote, accanto, con la zucca e i peperoni vestiti a festa; le barbabietole ancora da pelare e l’involto con l’arrosto. Due chili di manzo, netti. A guardarlo le venne una tristezza colossale. Perché cucinava l’arrosto se amava le acciughe?

Con la coda dell’occhio notò un tappo blu dall’aria circospetta. Le era sempre piaciuto, il blu, e l’impressione le ispirò fiducia. Guardò meglio. Il naso ormai era mezzo congelato. La punta del pollice che teneva aperto lo sportello scricchiolò un pochino prima di staccarsi e le parve che la polaroid del tempo scattasse un’istantanea della sua eterna trasgressione. Fulminea, svitò il tappo e buttò giù tre sorsi perché sentiva che il cervello stava rincasando e non voleva farsi fermare.

C’è del rhum? Aveva chiesto lui

Può darsi

Tonico?

Del Whisky

Alla goccia?

Alla goccia! E buttò giù

Un fuoco fatuo le investì la gola. Fatuo, sì, perché se avesse letto meglio, invece di inscenare un film, si sarebbe accorta, forse, di aver servito il preparato per dolci a base di zucchero e di rhum.

racconti

Miss Pimm – Cronache di una battaglia di cuscini

Miss Pimm non aveva mai considerato una questione da un punto di vista diverso da quello di sua madre.

O meglio, la questione.

Articolo determinativo femminile singolare.

Anche se sarebbe stato più appropriato l’Articolo determinativo maschile singolare, visto che lui era maschio. E molto singolare.

Miss Pimm faceva la maestra delle elementari: italiano, storia, geografia, iuspichinglisc e matematica fino alle divisioni a una cifra. Non le riusciva molto bene dividere. Soprattutto la domenica, soprattutto se la Miss Pimm che a quell’ora stava sfornando una sontuosa torta di mele non era la stessa Miss Pimm che lo stesso giorno alla stessa ora doveva smaltire una sontuosa sbornia.

lettere

Euridice

Signor Direttore,

Le scrivo la presente per informarLa che i recenti fatti accaduti con la discesa agli inferi di mio marito e successivo disguido sono da imputare alla sottoscritta e non all’arbitrio del medesimo.

E’ stato tutto un malinteso. Io, vivere ancora? Figuriamoci. Mi sono abituata. Qui è tutto un grigio, ma non mi lamento, non ho né fame né sete, fa fresco e Cerbero non è così feroce come sembra. Ho provato a dirlo a mio marito, ma sa come sono i poeti: sotto ispirazione non capisce nulla.

I primi tempi non è stato facile. Perciò, Le scrissi di potergli almeno comparire in sogno, a mio marito, per consolare lui e me un poco e dirgli definitivamente addio.

Mi era rimasto in tasca, all’epoca del matrimonio, un ciondolo a cui teneva molto quando eravamo fidanzati. Pensavo che gli avrebbe fatto piacere tenerlo con sé. Allora l’ho posato sull’orlo del letto e me ne sono andata. Ma appena il sogno si spense, si svegliò. Di tutto il discorso sulla vita e sulla morte, sul desiderio che lui ricominciasse senza pensare a ciò che è stato, il suo genio poetico non afferrò una sillaba. Ricordò la mia immagine, riconobbe il ciondolo, partì.

C’è da capirlo, è una persona semplice. Tutto il suo ingegno non gli serve a molto quando si tratta di un indizio che smentisce la sua convinzione. Anzi. Non dubitò un istante quando un fulmine incendiò un albero appena mise piede nella selva; non lo fermò la frana che lo costrinse a fare un giro lungo il doppio, né i pipistrelli che agitai con le mie vesti perché, all’imboccatura della grotta, lo facessero tornare indietro.

Poi, va da sé che quando si mette in testa una cosa, trova anche le parole. Così -con rispetto parlando- ha corbellato Lei e Sua moglie, ma nel trambusto generale ho ottenuto la clausola che mi perdesse con un solo sguardo prima della luce. Tirai un sospiro di sollievo.

Ero sicura di farcela: ormai, al suo canto, sono immune.