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Abboffate stellari

Errata corrige: non si è trattato di polpettone, ma di arrosto (ripieno, con prugne), e ci ha stesi al solo guardarlo, anche perché dopo antipasto e tortelli eravamo già fuori uso. Quindi, il mio boxing day (come amo chiamare Santo Stefano, un po’ perché Stefano è il mio dentista e un po’ perché i gatti preferiscono le scatole) è stato all’insegna dell’arrosto scaldato e Rogue One.

Come da tradizione, siamo rotolati fino al cinema e abbiamo smaltito l’abbiocco a colpi di spada laser. Dell’ultimo capitolo della saga, mi è piaciuto il copione dal dialogo serrato e intenso, soprattutto nell’ultima parte (pew pew, swooon swowooon, badaboom, crash), che mi ha permesso di seguire benissimo la trama anche se il maggiore afflusso di sangue, in quelle condizioni, non era al cervello.

Tre cose sono state memorabili, a parte il film (che, se non avete ancora visto, vi consiglio di andare a vedere subito):

  • La vecchietta in pelliccia e bastone che si è piazzata nel posto lato corridoio e boccheggiava agguantandosi alla sedia ogni volta che compariva la Morte Nera. Avrà avuto un’ottantina d’anni, bionda, permanente, pelliccia di visone. Mi ha fatto una tenerezza assurda, era più nerd di tutti noi con la felpa di Darth Vader messi insieme. La guardavo di sfuggita alla luce dello schermo pensando chi lo sa, magari è tornata al cinema in memoria dei bei tempi, quando il fidanzato l’aveva portata a vedere la vecchia trilogia… O magari ha semplicemente piantato il marito in pantofole a casa ed è uscita da sola: RESPECT.
  • Il dolby surround. Lo so, dovrei essermi abituata da un pezzo a questa cosa, ma appena il film è cominciato ho avuto la sensazione che il volume fosse un po’ troppo alto (i gatti si sa, odiano i rumori forti). I guai sono arrivati insieme ai ribelli, quando le esplosioni si sono centuplicate e ho sentito delle voci furiose all’entrata della sala, ho piantato le unghie nel bracciolo e mi sono girata con gli occhi a gufo, spaventando metà della fila. Vi giuro, ci ho messo un po’ per capire che non erano voci reali e lo so che passo per la tuttofoba della minchia, ma il dialetto di Geda è un po’ diverso dall’italiano e tra esplosioni e spari il mio subconscio ha fatto due più due. E’ una cosa che ammetto malvolentieri perché molto stupida, ma in quel momento ho pensato, ecco: ci siamo. Sicuramente sono io che vivo a livelli d’ansia esorbitanti, ma il fatto che l’associazione esplosioni-terrorismo sia diventata un riflesso condizionato mi ha lasciato di stucco (e che ciò sia anche per colpa della poca serietà di molti media è probabile, ma è un discorso diverso e che non mi prendo la briga di continuare).
  • La bellezza del proiettore. Una mia compagna di classe antipatica una volta mi disse però non puoi sempre fare la voce fuori dal coro, eh. Sorry, not sorry, mi viene naturale e non mi vanto per questo. Ad alcune persone viene naturale cantare, io sono stonata come una beccaccia; ad altri viene naturale scrivere, che è in parte il mio caso, e ad alcuni a molti viene naturale rompere il cazzo per cui, se mi leggi, stacce. Dicevo, verso la fine del film, quando le coronarie mi erano appena rientrate nei ranghi dopo lo spavento, ormai avevo rotto l’illusione e vedevo il raggio luminoso che attraversava la sala. Tra i vapori di soffritto in piena digestione (da notare che almeno ieri nessuno ha avuto il coraggio di sgranocchiare i popcorn, e ti credo), mi sono girata e ho visto lo sportellino da cui uscivano delle macchie di colore informe. Sembrava l’occhio quadrato di un qualche Polifemo in technicolor. Sono stata a fissarlo così tanto che mi sono beccata un bel ‘che fai?’, ma alla fine avevo ragione che era interessante, perché si sono girati anche loro.

Visto? Sono contagiosa. E vorrei che fosse questa curiosità buona a contagiare le persone che ho intorno, nonostante si debba scavare sotto una miniera d’ansia. Curiosity killed the cat, dicono, ma in realtà il gatto, se non ficca il naso da qualche parte, non ha mai vissuto.

 

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