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Tribù di Kiko

Non mi sto dando al fashion blogging, ho solo pensato che, in ogni blog che si rispetti, ci deve essere un post sulle commesse di Kiko, anche solo perché sono un caso umano di studio comportamentale a scopo letterario.

La mia ultima avventura è stata in quel di Pisa in piena zona saldi. Non che ci fosse un gran marasma di clienti, per la verità, ma il terzo giorno di sconti di solito basta per far diventare le commesse un qualcosa di assatanato a metà tra Hannibal Lecter e il vecchio Baffo delle televendite.

Mi aggiro all’altare degli oggetti offerti in sacrificio al 30% di sconto e trovo proprio quello che stavo cercando (che già di per sé è un bel colpo). Non essendoci davanti la parata di tester indicativi di numero e colore sulla scatola, mi lancio, ingnara e fiduciosa, all’abbordaggio-commessa.

Ecco, il kajal marrone è il numero cinque. In direzione della cassa, mi sento quasi sulla via di Chanel. Poi, avviene l’irreparabile: la commessa mi si piazza davanti, stira tutte le rughe delle palpebre protendendo il viso verso di me e dice ‘ma guarda un po’ questo! Questo marrone qui è molto più carino *mi acchiappa il polso e mi ci tira una riga per cui già prevedo un quintale di latte detergente* rispetto a questo *altra riga* che hai scelto. Con il colore scuro che hai, ti fa l’occhio spento’.

Mentre la guardo sull’orlo di una cattiveria gratuita, i pensieri sono:

  1. ho gli occhi hazel green, ma evidentemente tu sei daltonica per ragioni di merchandising
  2. la matita che ho scelto, la uso da tre secoli. E non mi risulta che la popolazione maschile disdegni (e per un portatore sano di cromosoma Y, in genere non c’è differenza fra marrone terra bruciata e marrone-muschiato-legno-di-frassino-con-brillantini); fuck off la popolazione femminile
  3. l’occhio spento te lo faccio io. Senza usare la matita.

Me ne esco con un salvifico ‘no, grazie’ e mi arrocco sulla prima scelta. Guadagno la cassa mentre fuori, annuvolato già da un quarto d’ora, spuntano i primi ombrelli. Commessa 2 riceve la mia matita senza battere ciglio. Fiduciosa, frugo la borsa cercando un paio di monete disperse.

Ma una voce fuori campo mi informa che non è finita: ‘guarda, abbiamo anche queste matite. Sono nuove, vedi come rende il colore e non se ne va via’ *sfrega con la mano il suo polso, segnato da righe marroni come il mio*. Bene. Prevedo due quintali di latte detergente e due giorni di sfumata appartenenza, mio malgrado, alla tribù di Kiko.

-grazie, vorrei raggiungere Pisa Centrale prima che venga giù il diluvio

-eh hai ragione, anche te

Certo che ho ragione. Te lo scrivo sul polso, indelebile, con la matita?

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Perché odio i matrimoni

Non so se avete presente il raduno del parentume tirato a lucido per il serraglio ai fiori d’arancio altrimenti detto matrimonio. Dei motivi per cui a riguardo sono così acida mi limito a fare una lista senza commento (a quelli penserete vobis).

1) la zia cleptomane che ruba fiori, candele, segnaposti e centrotavola mentre gli altri sono al buffet

2) il cognato che dopo il terzo giro di antipasti continua a ripetere che ha già cenato e c’è troppa roba, è pieno e non mangerà più nulla, ma sai benissimo che si sbaferà primi, secondo, contorno, frutta, caffè ammazzacaffè e due fette di torta

3) i confetti alla straccianutella, zuppa inglese, tiramisù e cassata che non osi distinguere uno dall’altro e la tua unica certezza è di aver tirato giù un tripudio di conservanti

4) la sposa che, per allentare la tensione, ride come un cavallo imbustato in un abito da abdjfhdgshdhdhsgd mila euro

5) il DJ loffio che mette su un disco di canzoni sconce e le dedica allo sposo

6) la testimone in bilico sul plateau di un finissimo tacco 15 che la fa beccheggiare come un T-rex sudato

7) gli amici balenghi che funestano la serata cercando volontari per giochini di dubbio gusto, stile ‘riconosci la sposa dalla caviglia’ o ‘spegni la candela in testa allo sposo con la pistola ad acqua’

8) la cugina che vuole appiopparti uno scapolo in cerca di affetto (e tu che ti fiondi al buffet impegnandoti con una tartina che si rivela al gorgonzola)

9) la commovente torta a otto piani che si rivela finta peggio della gomma da masticare appena hai la sventura di darci un morso

10) finale transumanza in discoteca, in cui il testimone ballerà sul cubo e lo sposo mostrerà le chiappe tanto per dare il bonjour finesse alla prima alba dei novelli sposi

Poi chiedono dov’eri al lancio del bouquet.

Sono così cattiva?

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De Gustibus

La prima cosa che Mr. Pilgrim osservò è che gli occhi, prima o poi, ti trovano. Magari sei lì, a decidere la curva di una palpebra, e trac, ti trovano. Ti guardano. E lì c’è da essere svelti a sapere se sono della tua taglia o no.

Ci sono occhi extra large, occhi minimi, a spiraglio. Occhi da rana, occhi parapetto (quelli da cui vedi il mare e ti verrebbe voglia di fare un tuffo giù); occhi vicini, occhi con troppo trucco, occhi stanchi, pigri, occhi che non vanno d’accordo e c’è da decidere se guardano te o quello accanto. Curioso come non ci sia un occhio uguale a un altro -senza parlare del suo gatto, che aveva un occhio nero e uno blu.

Ma Mr. Pilgrim si consolò. Lui almeno, sapeva la sua taglia. C’era gente che andava in giro con certi occhi penzoloni che bisognava farci l’orlo. Che poi ti capita di inciampare, e non è affatto una bella storia. Non c’è una cintura per gli occhi, e se dimagrisci è un peccato; se ingrassi, poi, diventa una tortura. Devi essere certo del primo sguardo, come quando le calze ti vanno a pennello il primo giorno di ottobre.

A lui andavano occhi chiari, con un filo di gaiezza nel pensiero. Palpebre dolci, ricurve come una mela prima del primo morso e un sorriso segreto nella piega del sonno, un accenno di musica.

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Incipit

Non amava finire le cose.

Per un curioso patto con se stessa, non sbirciava l’ultima parola dei romanzi e, anche se non c’era particolare folla alla fermata, si alzava sempre prima dell’arresto del treno. Non le piaceva toccare il fondo del barattolo di biscotti, disfare l’albero di Natale, mettere giù al telefono prima di un ciao. Ma erano solo sensazioni.

In realtà finiva molte cose, come le pagine di diario, le pesche sciroppate, la pazienza, i rullini le scarpe le matite le unghie i muffins i segnalibri il tè. In quel momento stava finendo di farcire una torta, quando squillò il telefono.

-Sì. No, ho fatto la Sacher, che ti piace tanto, sono ancora. Aspett Sì. Sì ma… No, ma… Sì. Sì nonna, ci andiamo oggi ma no che da sola! Sì… No. No! Se ti alzi dal letto, guarda, niente. Sì, lo so, ti tratto. Perche non! Va bene… No. Si… -E buttò giù.

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Curriculum?

Il primo colpo al cuore è stato il curriculum. Tutta la mia vita. Lì. Tutta? Tutta. Ma ci sta? Non ci sta. Tutta. Una pagina, fin troppa. Tutta non ci sta. Mannaggia, così poca. Tanta. Troppa. Tutta?

Motivazione. Devono scegliere proprio te. Io non mi sceglierei. Salve ho sempre pensato di vivere per scrivere e adesso penso sia arrivato il momento di scrivere per vivere bustapagalmente parlando, sa. Lo scriveranno in milleduecento alla dodicesima al secondo. Io non mi sceglierei.

Non so dare una motivazione perpetua. PERPETUA si, che non giri l’angolo ed è già cambiata. O forse voglio ancora poter cambiare, non lo voglio sapere, io, che motivazione perpetua mi tocca, da quale prospettiva prospettarmi, cosa offrire sul mercato, quale forma  camaleonticarsi per sopravvivere.

Vivere è altra roba. Come lo spiego. Come lo spiego che sono nata così, che offro me stessa, le mie parole, la mia esperienza, i miei dodici decimi ai vostri schermi di computer, il mio taccuino alle vostre stronzate, le mie impronte digitali alla vostra tazza di caffè, magari. Perché la storia comincia portando caffè.

Non chiedo tanto. Solo nascere un’altra volta. Per favore. Non è una richiesta. E’ una dichiarazione di intenti. IO VOGLIO NASCERE UN’ALTRA VOLTA perché ora di me so cosa fare e so guadagnarmi il mio posto nel mondo. Basta  solo che lo accettiate.

Posso diventare tutto. Basta scrivere. Inventare. Incontrare. Disegnare. Tutti verbi meravigliosamente in are. Come il mare. Libera come il mare. Libera di scrivere, si intende. Scrivere è vivere e questi sono tutti verbi meravigliosamente in ere, come leggere, credere, vedere perché se leggi credi, se credi vedi, se vedi leggi, vivi di più, incontri meglio, se incontri disegni e se disegni inventi e se inventi, scrivi.

 

articoli

Trivialità organizzata

A certi tipi umani dovrebbe essere bandito l’arrembaggio.

Ora, in poco più di tre mesi di beata (sic!) singletudine, le mie conquiste ammontano a:

  • una ragazza
  • svariati quarantenni
  • un diciassettenne che aiutatemi
  • un cameriere con pelata e occhi cerchiati alla zio Fester

Direte voi, dopo la famiglia Addams, le ho viste tutte.

Invece no, perché l’ultima moda dell’outgoing da discoteca, l’estrema frontiera dell’arpionamento-sgnacchere (rullo di tamburi) è: l’appoge.

Cioè, l’avvicinamento di oggetti  non identificati ad altezza pelvica.

C’è proprio uno stage di appoge per disperati specialisti: prima ti lanci in irresistibili occhiate da triglia sotto sale, poi emetti miasmi da pizza e birra con tanto di doppio Copacabana e infine tràn, scoperchi i tuoi magnifici pettorali andando in giro come l’orso Baloo che si gratta sotto la cintura.

Sarò bigotta, ma preferisco la tradizionale stretta di mano all’epifania dello spatafronzolo. E va beh che almeno quello non parla, e in certi casi fate bene, voialtri, a mandarlo avanti a vedere che tempo fa.

Però, certe donzelle potrebbero girare con in borsa, che ne so, un machete, e un più educato sorriso con tanto di “ciao, sono Tizio” le convincerebbe a non usarlo.

Forse.

lettere

Lettere che non ho mai

Ho trovato la parola del nostro amore: la chiave di volta della mia vita di prima.

Salvare.

Per questo riempivo fogli e fogli di sospiri, non chiudevo mai una telefonata finché non era tornato il sorriso e conservavo le tue mail, i messaggi e le palette del gelato: volevo salvare te da una famiglia insana e me dalla solitudine. Salvare il nostro tempo dal caos e la nostra parte migliore. Salvare i nostri pochi anni e metterli insieme per essere più grandi. Salvare i tuoi occhi d’ambra e la tua pelle scura dal rischio di sfiorire prima che un bacio potesse mantenerli nel suo

Per sempre

Quando ti ho fatto una promessa l’ho mantenuta a costo di non vivere, di non mangiare.

L’ultima volta che siamo usciti insieme non la smettevo di abbracciarti. Giravo intorno, mendicavo un bacio, volevo sentire la tua stretta. Ma eri cosa morta tra le mie braccia l’ultima sera. Stanco, inerte. Cercavo ancora un motivo per restare e tu non mi afferravi. Dio cosa avrei dato per uno di quegli abbracci incrina costole di quando sentirmi vicino non ti bastava, uno di quei baci stretti da mandare un brivido fino all’ombelico e ritorno.

Forse bisogna essere in due per accedere a quel paradiso.

Di noi, chi si è tirato indietro?

pensieropoesia

Messaggi Mai Mandati

Amore, sono già arrivata, aspetta

Rosa non ti piacevo e adesso sono blu

Non so per quale strana congiunzione spazio temporale, a mensa mi prende una tristezza catatonica

Quando cominciano a darti del lei è un brutto momento.

E’ sempre un brutto momento quando vedi che la tua non è più l’ultima generazione

Non essere di vetro, ma di vento trasparente e morbido, non freddo

Scimmia, penso di aver lasciato il mio ombrello fucsia nella tua auto. A domani

Dove hai lasciato i tuoi giorni? Dove i tuoi occhi, il tuo bel viso, dove hai posato lo sguardo nel frattempo, quanti archi hai visto tra due spazi chiusi, quali frecce hai scoccato dall’albero del tempo?

Si aprono spazi siderali nei ritardi nascosti, disguidi che non ti aspettavi, e ti regalano girandole di tempo in cui non sei ma sei, sorridi e non dovresti

La poesia si lavora col tempo, a occhi stanchi, con le mani

E’ un lavoro importante far coincidere due sagome di me

Quando trovo il nodo, sciolgo una dinamo ad energia cosmica

E quando trovo la parola sono meno indifferente

Quando ti sorge il dubbio è amore

 

ritratti

Appelli estivi ora pro nobis

Sant’Adiutore che il proffo sia di buon umore

San Bonaventura fa’ che ricordi la letteraura

San Damiano lasciami il libro sottomano

Sant’Agapito, mi si chieda quello che ho capito

San Nazario fammi sbirciare sul vocabolario

San Patrizio che l’assistente sia propizio

Santa Zita fa’ che presto sia finita!