racconti

Bambola

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Arrivò al campo una mattina che pioveva. Camminava strano, con il passo di chi non ha casa e non gliene importa più di tanto, e aveva gli occhi di un altro pianeta. Per la curiosa inerzia della gente, fu subito nota come Bambola.

La sistemarono in una tenda alla bell’e meglio, da sola, perché nessuno aveva chiesto di lei e lei non chiese la compagnia di nessuno. Aveva con sé soltanto una bambola col vestitino pulito e netto, scampato al diluvio, le lentiggini dipinte sul viso e un paio di trecce di lana marrone. A guardarla bene, sotto il nasino a punta, sbucava l’ombra di una bocca rosa che lei si divertiva ad aprire e chiudere come per fargli il solletico.

-Non sei un po’ grande per queste cose?
-Quali cose?
Aveva guardato l’impiegata dell’anagrafe con una lucidità allarmante. Attraverso i suoi sapienti occhiali la vecchia pensò che, di tutte le stranezze che le sfilavano davanti, una ragazza di al massimo sedici anni con una bambola di pezza, in fondo, non era la peggiore.
-Hai parenti, amici, conoscenti?
-No.
-Bagagli?
-No.
Compilando la scheda, la matita a un tratto si spuntò. L’impiegata, che in un altro momento avrebbe lanciato improperi dell’altro secolo, fissò il foglio dove un attimo prima c’era la riga continua e fluida del lapis; le tornò in mente la treccia di una bambola e il vestito a pois con la mantella rossa con tanto di cestino: la cappuccetto rosso di quando aveva quattro anni e che una mattina, svegliandosi, non trovò più. Corse difilato dalla mamma, che rispose tranquillamente ‘l’ho buttata. Te ne farò un’altra’. Si riscosse, guardò la ragazza con un accenno di tenerezza e si accorse che aveva gli occhi di un altro pianeta. Poi domandò:
-nome?
-Lily.
-Anni?
-Ventuno.

L’impiegata dell’anagrafe si bloccò ancora, ma la matita stavolta non si era spezzata. Fulminò Lily con lo sguardo e cancellò i suoi occhi di un altro pianeta. Posò la matita con tutta calma e con una mano sola, a cinque dita, distrusse il modulo di assegnazione mentre diceva un -si accomodi – pieno di stizza. I presenti si domandarono cosa avesse potuto fare di così grave una ragazza di al massimo sedici anni all’impiegata dell’anagrafe, che si era addirittura alzata per indicarle l’uscita.

Senza fare una piega, Lily se ne andò. La vecchia tornò a sedersi sul suo scanno come sessantacinque anni prima si era seduta sul letto ad aspettare, ma l’altra bambola non era arrivata, né il giorno dopo, né mai.

Così si era beccata la tenda e il nome di Bambola, anche se non pareva farci caso. Si aggirava tra le baracche tenute su da fascette di plastica, cercando di cacciare qualche topo per la cena. Ogni giorno passava un camion carico di cibo liofilizzato e se ne andava la sera carico di immondizia. Ogni tanto il camionista si affacciava dal finestrino gridando: -Bambola!- mentre il camion sterzava lungo la via del bosco, spruzzando di fango la sua tenda.

Lily non ci badava. Il suo carattere serio e la sua stirpe nordica l’avevano abituata a ben altri freddi che non fossero le occhiate di un’umanità ostile. Veniva dall’est e viaggiava da sola. Il diluvio l’aveva trovata sulla via di casa, quando da lontano si poteva già vedere la Manica. Aveva perso tutto: le calze di ricambio, il vestito buono, lo zaino e il bollitore, ma, in fondo, aveva preso l’imprevisto come l’opportunità di vedere un pezzo di mondo sconosciuto e che le ricordava tanto i campeggi estivi. Anche lì c’erano baracche e tende e bambini che si lavavano nudi nei secchi, e panni stesi ad asciugare prima che fossero del tutto puliti, per non consumare troppo il sapone di marsiglia. Anche allora aveva la sua bambola e la vestiva con la sua coperta, la sera, davanti al fuoco, quando il cibo non mancava e si arrostivano i marshmallow.

Poi, una sera, mentre era di ritorno alla sua tenda con tre furasacchi legati per la coda, Lily sentì un sasso rimbalzare sulla lamiera. Si fermò e vide l’ombra del camion dei rifornimenti dietro i primi alberi del boschetto. Riprese a camminare. Un altro sassolino rimbalzò sulla baracca di destra, senza che la consueta nuvola di bambini volasse tra le pozzanghere, nell’ultimo gioco della sera. Sapeva di non doversi voltare. La tela blu del camion ormai riluceva tra i rami secchi e le incandescenze del crepuscolo. Impercettibilmente, Lily portò una mano dietro la schiena e strinse un piedino della bambola, che teneva legata alla cintura come le maman africane si portano nei campi, sotto il sole subsahariano, i loro bambini color del buio.

-Portatela via, Mark, potrebbe farti il woodoo.

-Le bambole woodoo somigliano alle vittime, imbecille!

-Appunto, vedi come ti stanno le trecce!

-Prendi quei topi che ti ha lanciato sul muso, piuttosto, che sono buoni.

-Dai su, muoviti che ci hanno sentito…

-Tanto meglio. Noi portiamo a questa gente del cibo e puliamo via la loro merda. Scommetto che se anche quelli dell’amministrazione lo sapessero, ci darebbero ragione. Ce n’è da metter su un bel traffico di puttane.

-Scherzi? Quella della terza divisione ha messo su casa che è un gioiello, è riuscita anche a coltivare fiori. Te la sbatti un paio di volte e ci fa da mezzana.

-Sicuro come l’oro- disse Mark tirandosi su i pantaloni.

-Questa la prendo io. E tu, tesoro, cresci.

Uscirono, sputando in terra. Tornando verso la città, Mark lasciò il suo amico all’angolo tra la strada sterrata e l’inizio dei primi ruderi. Percorse un lungo rettilineo, svoltò sotto un cavalcavia da cui pendevano braccia di borragine e parcheggiò. Una volta a casa, Christie, la sua bambina, fu felicissima della bambola e la tenne stretta per tutta la cena. Poi se la portò nel letto e, il giorno dopo, a scuola.

Fu sorpresa, tornando a casa, che un amico di suo padre le offrisse un passaggio. Non lo aveva mai visto prima, ma le aveva suonato il clacson e aveva sorriso come se la conoscesse. Aprendo la portiera, l’aveva invitata a salire e aveva gridato:

-Bambola!


Racconto in concorso per Racconti nella Rete 2016

Avete tempo fino al 31/05/2016 per partecipare con i vostri racconti. I selezionati parteciperanno a LuccAutori 2016!

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Il filo

Maria spense anche l’ultimo telefono, quello di casa, attaccato a un filo troppo vecchio per connettersi con la sua vita. Si chiese cosa ci facesse ancora lì in un angolo e se mai vi fosse passata attraverso qualche sua parola. Si ricordò con un po’ di spavento che era solito chiamarla su Skype e, per essere sicura, staccò la spina al computer.

Fece scorrere una mano sulla scrivania e guardò il silenzio delle cose. Si immerse nella sedia da ufficio e pensò che, prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto riarredare quella casa. Avrebbero mosso i libri, scosso la polvere, magari ribaltato le sedie sui tavoli per pulire i pavimenti, come faceva sua madre nelle mattine di aprile, prima che arrivassero gli ospiti della domenica. Pensò a come gli uomini e le donne muovano le cose soltanto per rimetterle a posto e poi, incessantemente, le muovano ancora. Pensò a sette anni prima, a come non pensasse che ai suoi progetti quando l’aveva conosciuto.

Si scoprì a non sapere più che forma avesse un pensiero solitario, di quelli senza il sottofondo di nessuna voce ben nota, senza le parole che la facevano sorridere tra un’e-mail e l’altra, senza nessuno a scompigliarle i ricordi. All’improvviso, sentì il vuoto e cercò di immaginarsi la sua vita così come l’aveva interrotta, ma scoprì che l’altro capo del filo si era ficcato a fondo in qualche parte che somigliava al lato sinistro del suo corpo e, come un tendine reciso, non saltava fuori.

Volle spogliarsi, ma non sapeva da dove cominciare. Passò le dita intorno al collo e trovò il gancio della collana; così prese a sciogliere i nodi che le legavano il corpo, piegò uno sopra l’altro camicia e pantaloni e ad ogni piega si liberò di una lacrima per una vita vissuta costantemente altrove, credendo di appartenere altrove e ricevendo in cambio solo distanze.

Sfilò tra le tende del salotto e aprì la finestra. Si domandò se nessuno avrebbe notato il suo corpo appiattito sopra il cornicione. Posò un piede sul davanzale come si entra per la prima volta in una vita e tutto il tempo le si rovesciò addosso con il voltaggio di un filo dell’alta tensione.

Ma un apparecchio suonò: era il vecchio telefono di casa.

 

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La fuga

Sognò un autobus con gli interni scuciti e le tendine che sapevano di fritto. Curioso, davvero. Aveva mangiato sogliole, scampi, acciughe, ma di fritto neanche l’ombra.

Sapeva di sognare, lo sapeva sempre. Riconosceva il serbatoio dei ricordi dalla piega oziosa che prendevano le mani a un certo punto del sonno e con un po’ di buona volontà avrebbe potuto svegliarsi, ma gli piaceva stare a guardare.

L’autobus viaggiava e viaggiava, con le tendine tirate e una luce giallastra e turbinosa. Avrebbe voluto guardare fuori, ma per quanto cercasse, non riusciva a trovarsi le mani. Pensò di scostare le tendine col naso, quando l’autobus improvvisamente, sterzò. Doveva essere una curva di montagna, perché la forza centrifuga lo scaraventò di lato tirandolo con le unghie sottili di chi ha fretta. Ci mise un’eternità a cadere. Sapeva che stava scivolando dal letto, ma preferì non dirselo e aspettare che le ruote dell’autobus toccassero di nuovo la strada.

L’impatto fu più forte del previsto. Poi fu come se l’autobus continuasse a viaggiare senza di lui, scivolando sotto la sua schiena mentre se ne stava fermo, sul pavimento. Aprì un occhio, poi l’altro. Riconobbe due caviglie nude che si rincorrevano e un treno di pensieri lo investì, definitivamente sveglio.

Un campanello suonava e suonava tre note, secche come un insulto. Odiava i rumori forti di prima mattina, anche se dalla luce che filtrava sotto l’orlo delle coperte si sarebbe detto mezzogiorno. Sentì due voci al piano di sotto, una spazientita, l’altra di sogno.

Non ho una bella voce

Non mi pare. Canti?

Mi vergogno

Via

Davvero. Canto in macchina, da sola. Oppure lì, nell’angolo della cucina. Ho preso qualche lezione tempo fa, ma mi sono spaventata

Di cosa?

Della mia voce.Era forte, troppo. Non c’ero abituata

Aspetta, guarda. Mi tappo le orecchie, ma ti prego, canta

No così non funziona

Perché?

Perché mi guardi le labbra

Si era trovato scoperto, interdetto, ladro. Non trovò la parola per ribattere, gli occhi non ne vollero sapere di scherzare: non poteva fare altro che prendere l’unica strada rimasta, e la prese al volo prima di ripensarci: si sporse in avanti, tanto da poter contare le ciglia sbalordite da un angolo all’altro dei suoi occhi, e, con voce fioca, in un miagolio strozzato, disse: dov’è il bagno?

ritratti

Incipit

Non amava finire le cose.

Per un curioso patto con se stessa, non sbirciava l’ultima parola dei romanzi e, anche se non c’era particolare folla alla fermata, si alzava sempre prima dell’arresto del treno. Non le piaceva toccare il fondo del barattolo di biscotti, disfare l’albero di Natale, mettere giù al telefono prima di un ciao. Ma erano solo sensazioni.

In realtà finiva molte cose, come le pagine di diario, le pesche sciroppate, la pazienza, i rullini le scarpe le matite le unghie i muffins i segnalibri il tè. In quel momento stava finendo di farcire una torta, quando squillò il telefono.

-Sì. No, ho fatto la Sacher, che ti piace tanto, sono ancora. Aspett Sì. Sì ma… No, ma… Sì. Sì nonna, ci andiamo oggi ma no che da sola! Sì… No. No! Se ti alzi dal letto, guarda, niente. Sì, lo so, ti tratto. Perche non! Va bene… No. Si… -E buttò giù.

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Miss Pimm – Cocktail di emozione

In realtà non aveva bevuto. Almeno, non quello che si aspettava.

Era scesa in cucina a preparare un drink, qualcosa di un po’ più forte di un frullato alla pesca. Lì per lì non sapeva come fare. La cosa migliore che le saltò in mente fu aprire il frigo nella speranza di trovare per sbaglio una lattina di birra. Non aveva mai comprato birra, a ben guardare. La faceva starnutire. Vino neanche, salvo q.b. per cucinare.

Tirò un sospiro alla luce automatica del frigo e l’aria fredda le mandò in circolo una stantuffata di terrore. Sveglia, alle tre di notte. Sveglia a cercare birra. Così sveglia che la testa le faceva male e il respiro le vorticava intorno come se l’aria le sfuggisse e per rincorrerla fosse costretta a vivere di più. Fissò l’insalata, lì a un palmo dal suo naso, e le carote, accanto, con la zucca e i peperoni vestiti a festa; le barbabietole ancora da pelare e l’involto con l’arrosto. Due chili di manzo, netti. A guardarlo le venne una tristezza colossale. Perché cucinava l’arrosto se amava le acciughe?

Con la coda dell’occhio notò un tappo blu dall’aria circospetta. Le era sempre piaciuto, il blu, e l’impressione le ispirò fiducia. Guardò meglio. Il naso ormai era mezzo congelato. La punta del pollice che teneva aperto lo sportello scricchiolò un pochino prima di staccarsi e le parve che la polaroid del tempo scattasse un’istantanea della sua eterna trasgressione. Fulminea, svitò il tappo e buttò giù tre sorsi perché sentiva che il cervello stava rincasando e non voleva farsi fermare.

C’è del rhum? Aveva chiesto lui

Può darsi

Tonico?

Del Whisky

Alla goccia?

Alla goccia! E buttò giù

Un fuoco fatuo le investì la gola. Fatuo, sì, perché se avesse letto meglio, invece di inscenare un film, si sarebbe accorta, forse, di aver servito il preparato per dolci a base di zucchero e di rhum.

racconti

Miss Pimm – Cronache di una battaglia di cuscini

Miss Pimm non aveva mai considerato una questione da un punto di vista diverso da quello di sua madre.

O meglio, la questione.

Articolo determinativo femminile singolare.

Anche se sarebbe stato più appropriato l’Articolo determinativo maschile singolare, visto che lui era maschio. E molto singolare.

Miss Pimm faceva la maestra delle elementari: italiano, storia, geografia, iuspichinglisc e matematica fino alle divisioni a una cifra. Non le riusciva molto bene dividere. Soprattutto la domenica, soprattutto se la Miss Pimm che a quell’ora stava sfornando una sontuosa torta di mele non era la stessa Miss Pimm che lo stesso giorno alla stessa ora doveva smaltire una sontuosa sbornia.

racconti

La valigia di cartapesta

Una ragazza in tacchi a spillo fucsia l’aveva apostrofato vecchio guardone bavoso quando lui aveva cercato di capire di che colore avesse gli occhi sotto le strisce a lutto del make up.

Una vecchiarda l’aveva letteralmente abbordato lasciando credere di non riuscire a oltrepassare la soglia delle scale mobili, salvo poi correre i cento metri a ostacoli in ciabatte quando si era trattato di sottrargli la valigia. Poco male. Ne avrebbe presa un’altra. Per la cartapesta un po’ gli dispiaceva.

Era una valigia storica. L’aveva costruita a cinque anni, sognando di girare il mondo a piedi. Poi erano arrivate le scuole elementari. Avrai tempo per farlo quando sarai grande- l’aveva apostrofato il babbo. Poi era arrivato l’esame in terza media, poi il liceo e, se non voleva perder l’anno, l’esame di riparazione, poi il corso di informatica, poi il test di ingresso, esami esami esami –laurea. Tràc la prima offerta di lavoro. Prendere o lasciare. Prendere prendere, con il mercato del lavoro di questi tempi meglio una gallina bacucca che un brodo domani. Ed era arrivata lei.

Si ricordava il secondo primo appuntamento –il primo primo era stato inconsapevole- con la sua gonna a fiori stretta in vita, rossa di capelli che più rossa non si può. Una fiammata a freddo e congruo rimescolio dei pantaloni.

racconti

Mai dire gatto

Lo aveva chiamato solo gatto. Tanto non rispondeva. Chiamava lui. Con un gran morso nella migliore delle ipotesi. Era arrivato un pomeriggio, verso le cinque e un quarto, a scuotere i tappeti della sua anima ridotta in polvere, nell’appartamento del terzo piano. Era caduto dal cielo. In piedi, si capisce.

Al quinto piano facevano i lavori, salvo poi dimenticarsi il braccio della gru pericolante dopo essere entrati dalla signora per il tè. Dalla finestra, ovvio. Così il gatto si era intrufolato da chissà quale piega spazio temporale e aveva deciso di cadere dritto sul suo balcone. Deciso, proprio. Non c’era stato verso di mandarlo via. Usciva dalla porta, entrava dalla finestra. Terzo piano. Balcone.

Quando furono pronti una cinquantina di biglietti –trovato gatto rosso, iracondo, mordace, un occhio nero uno blu- e Mr. Pilgrim fu lì lì per tappezzare l’intero isolato, i lavori finirono e la gru sparì. Il gatto, infilato l’ennesimo calcione, non si ripresentò. Tre giorni dopo, due notti insonni e un thermos di caffè, Mr.Pilgrim versò tutte le sue lacrime, strappò i biglietti e disse che, se si fosse ripresentata l’epifania del gatto, l’avrebbe tenuto con sé. Così la volontà felina.

lettere

Medea

Guardatelo, l’Argivo di ritorno dalla sua impresa.

Se dicessero che è stata una donna, Medea, principessa dei Colchi, a permettergli di cantare vittoria, non ci crederebbe nessuno. Una donna. Non greca, per giunta: può essere concubina, involucro di figli bastardi, ma non madre e sposa.

Guardatelo, ora ha altro di cui occuparsi, altri campi da arare. Ed è giusto così. Io non sarò sposa, né madre. Ma non per tua scelta. Tu, in accordo con le tue leggi, puoi ripudiarmi, ma non vagherò solitaria come una cagna a grattare con le unghie merdose i sepolcri e rubare il pane ai defunti pur di vivere. Non andrà come credi. Tu infrangi le leggi dell’amore in virtù di un vuoto ideale ed io, delle leggi di natura, non so che farmene.

Ho ancora il sangue di mio fratello che ritorna su ogni veste che copre il mio seno, un’ombra, una striscia di sangue mi lega i capelli e, presto, si stringerà intorno al collo. Il sangue chiede altro sangue. Non c’è circolo di affetti che possa colmare una donna che ha rinnegato se stessa per amare il suo uomo e questi la lascia. Lo stesso fuoco brucerà la novella sposa e suo padre, ma –ne sono certa- non te. Infido e strisciante come sei, non muoverai un solo dito a sorreggerla quando lancerà il primo grido, piegata su un fianco all’altare. Il padre invece sì: tu ignori cosa sia un legame di sangue, non sai come si stringe il nodo di due anime nella carne, e non saprai mai qual è la prima pietra che fa crollare un amore.

Io sì. So dove affondare il coltello, nella carne del collo dei tuoi –e dei miei figli. So dove sferrare il colpo e che, uccidendo me stessa, non morirei quanto muoio in questo momento, né ucciderei te con la stessa fulminea precisione se ti lasciassi morire accanto alla tua bella, dando inizio ai tuoi onori eroici e alla mia caccia alla strega. No. So fare di meglio.

Mi guardano adesso, i tuoi figli. Quelli che mi hai seminato nel ventre con un impeto di rabbia che credevo mi avesse relegato alla custodia di te stesso. Un compito che avrei amato soffrire dall’inizio alla fine dei miei giorni. Invece sono uguali a te, i bastardi, ma non hanno la metà dell’amore che dovevi darmi, non mi hai dato la metà dell’amore che speravo mi dessero.

Ora Medea uccide Giasone. Uccide Giasone e Medea insieme, legati nella carne, nel vuoto di una promessa che, alla loro nascita, ho visto morire.

reblog

Selezione dei racconti per l’antologia “OBSESSION”

Una bellissima iniziativa.

Blog Letteratura e Cultura

Carissimi amici,

Sto organizzando un volume antologico tematico di racconti dal titolo “Obsession”, concessomi dalla direzione della Limina Mentis, che verrà da me curato e pubblicato nel 2013.

Il tema della raccolta di racconti è “Fobie, manie e perversioni”. Il volume sarà dedicato principalmente a scritti nei quali la componente intimistica e psicologica – biografica o inventata- ricopra un interesse particolare ai fini del racconto.

Il volume sarà composto da una determinato numero di racconti che risulteranno selezionati.

Chi fosse interessato a partecipare a questa iniziativa, di seguito si riportano tutte le informazioni:

 1. La partecipazione alla selezione dei materiali per l’antologia di racconti è totalmente gratuita. Agli autori presenti in antologia non verranno date copie omaggio, né verrà obbligato l’acquisto del volume che, comunque, è consigliato.

 2.Verranno accettati solamente testi nella forma del racconto e questi dovranno avere una lunghezza non superiore ai 50.000 caratteri (spazi inclusi).

3.Ogni…

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racconti

Mr.Pilgrim

La donna della mia vita dev’essere là da qualche parte -disse Mr.Pilgrim al suo gatto, una sera- se guardassi in faccia tutte le donne del mondo, una per una, sono sicuro che la troverò.

In un baleno, fece i bagagli: una camicia di lino, un pantalone con la riga, un golf blu notte e un frac. Stipò tutto in una valigia di cartone, sulla valigia il gatto, e partì.

Avrebbe voluto cominciare fin da subito con precisione e metodo, ma, lì per lì, non incontrò che due uomini e un chihuahua al guinzaglio.

Pazienza -pensò- ci sarà tempo-, ma intanto sentì l’aria madida farsi più stretta sul nodo della sua cravatta e trasaliva immaginando che ogni passo gli annunciasse il giro di valzer di una gonna a fiori. Invece sfilavano i passanti, abbottonati nel gilet da ufficio, a precipizio verso casa con la ventiquattr’ore come pietra al collo. Tutti maschi.

Uno. Due. Tre. Mr.Pilgrim li contò: dall’uscio di casa fino alle scale della metro erano diciannove. Tanti piccoli mezzi marchingegni verso l’officina per le riparazioni: il tepore di una porta, un bacio, una minestra e via, di nuovo interi e pronti, il giorno successivo, a farsi squartare dal primo trillo della sveglia. Una ferita dolce.

Erano passati giusto diciannove anni da quando Mr.Pilgrim era stato sul punto di offrire il petto all’Ufficio Riparazioni Universale, lieto di condursi ad uno strappo quotidiano piuttosto che a un eterno scempio. Sospirò.

racconti

Zefira

Il capitano Theodor Lionel Hawke era uno strano miscuglio di occhi verdi, barba a punta e cappello con piuma di pavone: come se noncuranza e follia, nell’atto di darsi cordialmente la mano, fossero rimaste impigliate nel suo pastrano blu.

Innamorato, sempre. Di un amore che muove alla ricerca. Punto.

La sua parola preferita era stravento. Adorava quando pioveva di traverso e il vento andava contromare. Rideva come un matto, attaccato alle sartie, quando il nostromo ingoiava il fischietto e la ciurma era blu.

La sua nave, la Zefira, era azzurra come la libertà, una sirena a prua ed una macchia d’inchiostro per bandiera. Racconta il nostromo che una volta, sceso in cambusa per lavarla, ci aveva pure rovesciato il rum. Da allora, nella macchia, un’altra macchia e un’altra, dentro e poi dentro come l’occhio che genera il ciclone senza una lacrima.

racconti

Elicanto

C’è una città alle porte della primavera, là dove il fiume scompare nel deserto. Un ponte verso il nulla si apre ai viaggiatori nella tempesta.

Il pellegrino che non chiede avrà risposta dice il libro del sogno.

Pare che vi abiti un popolo di pescatori alla deriva su un mare di sabbia. Non vi si arriva navigando il fiume. Molti l’hanno intravista nel delirio.

Le fonti parlano di una torre di alabastro e un albero di spine. Un fuoco, un gran fuoco nel racconto dei vecchi, poi, il buio. Nessuno è mai tornato intero.

Una donna una volta mise piede nel mercato di Edoras gridando di essere stata alle porte di Elicanto. Parlò del fuoco, della torre, dell’albero, e appena prese a parlare di quello che aveva intravisto oltre le porte, divenne cieca e sorda e tuttora girovaga nel mondo mormorando un canto che fa ululare i cani al suo passaggio.

pensieropoesia

La terza onda

Come sapevi che ero io tra tante?

Perché il tuo sguardo ha una scintilla. Perché hai l’aria bella e scaltra di chi sa rubare un bacio senza cavarti il cuore. Perché tu mi hai chiamata con il frastuono della terza onda.

Perché parti?

Voglio riposare

Arrivi o torni?

Tutt’e due.

Si gira verso di me. Ha gli occhi di chi torna a casa.

-Come può il perdono

Diventare un libro

Con codice e prezzo

Se è una rosa

Alta di memoria

Sul profilo di un muro

Che mi crolla

Dentro?

 

Su due piedi non rispondo. I silenzi del suo dettato mi otturano il cuore.

Ride. Si alza. Arriva il treno.

Arriva su di me, sul mio pensiero inutile e contraddittorio. Mai avrei pensato di morire così, che non fa male, lasciare la presa in un abbraccio di ferro, negli occhi la carezza immortale, amore, del tuo desiderio.

Dimmi cos’è il perdono. Dimmi com’è aspettare al varco e mollare la presa. Dimmi qual è la pace che attendiamo rendendoci senza meta, rigirandoci la mattina nel sonno senza voler svegliare la parte di noi che uccide e non chiede

Perché?