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Bambola

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Arrivò al campo una mattina che pioveva. Camminava strano, con il passo di chi non ha casa e non gliene importa più di tanto, e aveva gli occhi di un altro pianeta. Per la curiosa inerzia della gente, fu subito nota come Bambola.

La sistemarono in una tenda alla bell’e meglio, da sola, perché nessuno aveva chiesto di lei e lei non chiese la compagnia di nessuno. Aveva con sé soltanto una bambola col vestitino pulito e netto, scampato al diluvio, le lentiggini dipinte sul viso e un paio di trecce di lana marrone. A guardarla bene, sotto il nasino a punta, sbucava l’ombra di una bocca rosa che lei si divertiva ad aprire e chiudere come per fargli il solletico.

-Non sei un po’ grande per queste cose?
-Quali cose?
Aveva guardato l’impiegata dell’anagrafe con una lucidità allarmante. Attraverso i suoi sapienti occhiali la vecchia pensò che, di tutte le stranezze che le sfilavano davanti, una ragazza di al massimo sedici anni con una bambola di pezza, in fondo, non era la peggiore.
-Hai parenti, amici, conoscenti?
-No.
-Bagagli?
-No.
Compilando la scheda, la matita a un tratto si spuntò. L’impiegata, che in un altro momento avrebbe lanciato improperi dell’altro secolo, fissò il foglio dove un attimo prima c’era la riga continua e fluida del lapis; le tornò in mente la treccia di una bambola e il vestito a pois con la mantella rossa con tanto di cestino: la cappuccetto rosso di quando aveva quattro anni e che una mattina, svegliandosi, non trovò più. Corse difilato dalla mamma, che rispose tranquillamente ‘l’ho buttata. Te ne farò un’altra’. Si riscosse, guardò la ragazza con un accenno di tenerezza e si accorse che aveva gli occhi di un altro pianeta. Poi domandò:
-nome?
-Lily.
-Anni?
-Ventuno.

L’impiegata dell’anagrafe si bloccò ancora, ma la matita stavolta non si era spezzata. Fulminò Lily con lo sguardo e cancellò i suoi occhi di un altro pianeta. Posò la matita con tutta calma e con una mano sola, a cinque dita, distrusse il modulo di assegnazione mentre diceva un -si accomodi – pieno di stizza. I presenti si domandarono cosa avesse potuto fare di così grave una ragazza di al massimo sedici anni all’impiegata dell’anagrafe, che si era addirittura alzata per indicarle l’uscita.

Senza fare una piega, Lily se ne andò. La vecchia tornò a sedersi sul suo scanno come sessantacinque anni prima si era seduta sul letto ad aspettare, ma l’altra bambola non era arrivata, né il giorno dopo, né mai.

Così si era beccata la tenda e il nome di Bambola, anche se non pareva farci caso. Si aggirava tra le baracche tenute su da fascette di plastica, cercando di cacciare qualche topo per la cena. Ogni giorno passava un camion carico di cibo liofilizzato e se ne andava la sera carico di immondizia. Ogni tanto il camionista si affacciava dal finestrino gridando: -Bambola!- mentre il camion sterzava lungo la via del bosco, spruzzando di fango la sua tenda.

Lily non ci badava. Il suo carattere serio e la sua stirpe nordica l’avevano abituata a ben altri freddi che non fossero le occhiate di un’umanità ostile. Veniva dall’est e viaggiava da sola. Il diluvio l’aveva trovata sulla via di casa, quando da lontano si poteva già vedere la Manica. Aveva perso tutto: le calze di ricambio, il vestito buono, lo zaino e il bollitore, ma, in fondo, aveva preso l’imprevisto come l’opportunità di vedere un pezzo di mondo sconosciuto e che le ricordava tanto i campeggi estivi. Anche lì c’erano baracche e tende e bambini che si lavavano nudi nei secchi, e panni stesi ad asciugare prima che fossero del tutto puliti, per non consumare troppo il sapone di marsiglia. Anche allora aveva la sua bambola e la vestiva con la sua coperta, la sera, davanti al fuoco, quando il cibo non mancava e si arrostivano i marshmallow.

Poi, una sera, mentre era di ritorno alla sua tenda con tre furasacchi legati per la coda, Lily sentì un sasso rimbalzare sulla lamiera. Si fermò e vide l’ombra del camion dei rifornimenti dietro i primi alberi del boschetto. Riprese a camminare. Un altro sassolino rimbalzò sulla baracca di destra, senza che la consueta nuvola di bambini volasse tra le pozzanghere, nell’ultimo gioco della sera. Sapeva di non doversi voltare. La tela blu del camion ormai riluceva tra i rami secchi e le incandescenze del crepuscolo. Impercettibilmente, Lily portò una mano dietro la schiena e strinse un piedino della bambola, che teneva legata alla cintura come le maman africane si portano nei campi, sotto il sole subsahariano, i loro bambini color del buio.

-Portatela via, Mark, potrebbe farti il woodoo.

-Le bambole woodoo somigliano alle vittime, imbecille!

-Appunto, vedi come ti stanno le trecce!

-Prendi quei topi che ti ha lanciato sul muso, piuttosto, che sono buoni.

-Dai su, muoviti che ci hanno sentito…

-Tanto meglio. Noi portiamo a questa gente del cibo e puliamo via la loro merda. Scommetto che se anche quelli dell’amministrazione lo sapessero, ci darebbero ragione. Ce n’è da metter su un bel traffico di puttane.

-Scherzi? Quella della terza divisione ha messo su casa che è un gioiello, è riuscita anche a coltivare fiori. Te la sbatti un paio di volte e ci fa da mezzana.

-Sicuro come l’oro- disse Mark tirandosi su i pantaloni.

-Questa la prendo io. E tu, tesoro, cresci.

Uscirono, sputando in terra. Tornando verso la città, Mark lasciò il suo amico all’angolo tra la strada sterrata e l’inizio dei primi ruderi. Percorse un lungo rettilineo, svoltò sotto un cavalcavia da cui pendevano braccia di borragine e parcheggiò. Una volta a casa, Christie, la sua bambina, fu felicissima della bambola e la tenne stretta per tutta la cena. Poi se la portò nel letto e, il giorno dopo, a scuola.

Fu sorpresa, tornando a casa, che un amico di suo padre le offrisse un passaggio. Non lo aveva mai visto prima, ma le aveva suonato il clacson e aveva sorriso come se la conoscesse. Aprendo la portiera, l’aveva invitata a salire e aveva gridato:

-Bambola!


Racconto in concorso per Racconti nella Rete 2016

Avete tempo fino al 31/05/2016 per partecipare con i vostri racconti. I selezionati parteciperanno a LuccAutori 2016!

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Il filo

Maria spense anche l’ultimo telefono, quello di casa, attaccato a un filo troppo vecchio per connettersi con la sua vita. Si chiese cosa ci facesse ancora lì in un angolo e se mai vi fosse passata attraverso qualche sua parola. Si ricordò con un po’ di spavento che era solito chiamarla su Skype e, per essere sicura, staccò la spina al computer.

Fece scorrere una mano sulla scrivania e guardò il silenzio delle cose. Si immerse nella sedia da ufficio e pensò che, prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto riarredare quella casa. Avrebbero mosso i libri, scosso la polvere, magari ribaltato le sedie sui tavoli per pulire i pavimenti, come faceva sua madre nelle mattine di aprile, prima che arrivassero gli ospiti della domenica. Pensò a come gli uomini e le donne muovano le cose soltanto per rimetterle a posto e poi, incessantemente, le muovano ancora. Pensò a sette anni prima, a come non pensasse che ai suoi progetti quando l’aveva conosciuto.

Si scoprì a non sapere più che forma avesse un pensiero solitario, di quelli senza il sottofondo di nessuna voce ben nota, senza le parole che la facevano sorridere tra un’e-mail e l’altra, senza nessuno a scompigliarle i ricordi. All’improvviso, sentì il vuoto e cercò di immaginarsi la sua vita così come l’aveva interrotta, ma scoprì che l’altro capo del filo si era ficcato a fondo in qualche parte che somigliava al lato sinistro del suo corpo e, come un tendine reciso, non saltava fuori.

Volle spogliarsi, ma non sapeva da dove cominciare. Passò le dita intorno al collo e trovò il gancio della collana; così prese a sciogliere i nodi che le legavano il corpo, piegò uno sopra l’altro camicia e pantaloni e ad ogni piega si liberò di una lacrima per una vita vissuta costantemente altrove, credendo di appartenere altrove e ricevendo in cambio solo distanze.

Sfilò tra le tende del salotto e aprì la finestra. Si domandò se nessuno avrebbe notato il suo corpo appiattito sopra il cornicione. Posò un piede sul davanzale come si entra per la prima volta in una vita e tutto il tempo le si rovesciò addosso con il voltaggio di un filo dell’alta tensione.

Ma un apparecchio suonò: era il vecchio telefono di casa.

 

reblog

Selezione dei racconti per l’antologia “OBSESSION”

Una bellissima iniziativa.

Blog Letteratura e Cultura

Carissimi amici,

Sto organizzando un volume antologico tematico di racconti dal titolo “Obsession”, concessomi dalla direzione della Limina Mentis, che verrà da me curato e pubblicato nel 2013.

Il tema della raccolta di racconti è “Fobie, manie e perversioni”. Il volume sarà dedicato principalmente a scritti nei quali la componente intimistica e psicologica – biografica o inventata- ricopra un interesse particolare ai fini del racconto.

Il volume sarà composto da una determinato numero di racconti che risulteranno selezionati.

Chi fosse interessato a partecipare a questa iniziativa, di seguito si riportano tutte le informazioni:

 1. La partecipazione alla selezione dei materiali per l’antologia di racconti è totalmente gratuita. Agli autori presenti in antologia non verranno date copie omaggio, né verrà obbligato l’acquisto del volume che, comunque, è consigliato.

 2.Verranno accettati solamente testi nella forma del racconto e questi dovranno avere una lunghezza non superiore ai 50.000 caratteri (spazi inclusi).

3.Ogni…

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