poesia

I giorni del glicine

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Sono i giorni del glicine

-le peonie sono passate e ora

anche i giacinti- Io continuo ad invecchiare

da quando ho scelto di non appartenerti.

E’ stato un tagliare le radici,

un mettere su foglie e frutti

senza passare dai fiori -quelli

li avevamo spenti

alle prime schermaglie infantili-

perché iniziassimo a percorrerle

le nostre vite dovevano finire.


Tu sei indifesa come il glicine maturo

che sposta il vento e chiede

di poter passare. O dio, che lacrimando spegni

le speranze nostre

che ci sia un varco e un gabelliere

per le paludi della pace mesta

il patriarca -dice- non fa festa

se il figlio torna

per essere cacciato. Oggi

la morte ci ha fatto visita -e la vita

discreta, se n’è andata

in punta di scarpette rosse.


Guarda, è fiorito il pesco:

si vede la sua verde fiamma

bucare il solco delle braccia

nell’incavo

delle gemme.

Tu sai di che atmosfere parlo,

hai udito piangere i pianeti

per aver fatto del tempo del raccolto

una semina atroce, che si mangia

e aver disteso l’uroboro in croce.

articoli

Il rinascere della poesia

Oggi è la giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 e tante belle cose.

Oggi più che mai c’è da dribblare i versi della Merini citati a sproposito su selfie di ombelichi o peggio, foto di fiorellini-coniglietti-gattini con tanto di glitter: il classico salto del social delle giornate critiche.

Però ieri ho pensato una cosa: io la giornata della poesia l’avrei festeggiata con l’equinozio di autunno. Deve essere perché sono strana.

Però poi ho ripensato alla Merini e mi sono chiesta perché la poetessa più ricordata in questa occasione è anche quella su cui ci si è più rifiutati di parlare sul serio -e non voglio pensare che sia soltanto perché lei è nata il 21 marzo: non so quanti instagrammisti ne abbiano cognizione.

Spesso si semplifica. Non è sempre un male. Ma l’equazione poesia=coniglietti fuffosi passando per l’associazione con la primavera è potenzialmente un guaio sociale. Primo, perché si rischia che il gatto vada in giro a graffiare gente a caso. Secondo, perché la poesia, quando è poesia, è tutt’altro che pace dei sensi.

Prendiamo la Merini e la sua poesia più trita e ritrita in questa giornata funesta: Sono nata il 21 a primavera (vi prego, ignorate la canzone di Milva). Dopo il primo verso, in cui ‘primavera’ riecheggia proprio sul finale e tu dici ahh, che meraviglia nascere a primavera, magari ci fossi nato anch’io, ti rendi conto che c’è un grosso ‘ma’ subito a capo, per cui l’equazione poesia=primavera non è paciosa come sembra.

Per la Merini, fare poesia è sempre stato un processo carnale, ctonio, doloroso: ‘aprire le zolle’ dà proprio la ferita dell’aratro nella terra, cancellando qualsiasi idillio. Di qui, la ‘tempesta’ e poi niente meno che Proserpina, la regina dell’Oltretomba, che domina gli ultimi versi con il suo pianto che si scioglie nella sera.

Ora, Proserpina è una ragazza il cui destino è stato spezzato. Figlia di Cerere, la dea delle messi, è stata rapita da Plutone, suo zio, e costretta a sposarlo. Nella versione più felice del mito, Proserpina può tornare sei mesi l’anno sulla terra, mentre per altri sei mesi deve restare agli Inferi: si capisce bene quanto la Merini potesse vedere di se stessa in questa figura mitica, nel suo andirivieni dalle case di cura.

Il punto è che la poesia è, sì, una rinascita, ma non la semplice primavera che arriva e spazza via l’inverno, come una ditta delle pulizie pagata e puntuale. Il punto è che non è detto che la primavera arrivi: per trovarla bisogna affrontare la morte e sapere che non si può vincerla, ma si può almeno andare a fondo della vita -letteralmente ‘aprirla’ a metà- e svelarne il fiore nascosto. Vi sembra un processo così felice, fare poesia?

No. E allora festeggiatela seriamente, per quello che è. Maneggiatela con cura, perché è una roba infiammabile, che rischia di far esplodere le menti. Vivetela e non leggetela e basta. Questo compleanno del 21 marzo rischia di diventare la pietra tombale della poesia come creazione di modi di pensare aperti, alternativi e utili a tutte le persone in tutti i campi.

Con questa versione disinnescata della poesia come roba ‘a parte’, per accademici e donne in menopausa, ci tolgono una risorsa evolutiva per venderci un momento di svago per intenditori.

Chi vi dice che, la poesia, bisogna prendersi del tempo per leggerla, vi sta imbrogliando: potete leggerla anche di corsa in autobus, l’importante è che quando avete chiuso il libro non abbiate chiuso con la creazione di quella poesia, perché lei di sicuro, con voi non ha ancora finito.

Quindi, BUONA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA e quote responsibly.

O il gatto si arrabbia.

fff

poesia

Confini

Il tempo ci ha spezzati e sorpresi

con lo stesso giro di chiave.

Vorrei dormire una sola notte

prima di rivederti,

ma il coraggio inizia a mancare

e la vita scoppia, fuori

come qualcosa che mi appartiene

-la ragione, ad esempio,

o l’uso che si fa di certi giorni

o i rumori vorticosi intorno

quando dentro è luce-

non sono mai stata dalla parte

di chi rimane, sono sempre

andata oltre il limite

non era mai giunto il confine

a superarmi, mai a farmi male

prima dei tuoi capelli bianchi.

articoli, diario, London diaries

Scrivere di storia

Proprio ieri parlavo con mio padre di storia, del perché mi fa venire il nervoso, a studiarla, che sembra sempre che scappi qualcosa. Abbiamo provato a dirci i nostri diversi e difficili amori per questa invenzione bellissima, che io vivo un po’ con l’anima del filologo che spulcia libri antichi, e lui con quella del geometra che rimbalza tra mille progetti.

A dirci la verità, è saltato fuori che il nostro è un problema di memoria lineare. Io concepisco poco lo spazio, ancora meno il tempo, e mi sono scoperta a ricordare in ordine di emozioni. Però il problema è rimasto e l’ho capito ieri sera, tardi, ruminando sul perché questo esame di storia vorrei studiarlo altri vent’anni prima di non sentirmi colpevole a scriverne qualcosa.

Quello che faccio fatica ad acchiappare e cerco anche quando non c’è (rischiando, tra l’altro, un calcione accademico in entrambi i saggi di quest’anno, sempre a questionare l’idea stessa di storia) è che andando a cercare l’ideale, il fatto, il motivo, o anche volgarmente l’interesse, si perde l’occhio di chi, la storia, l’ha vissuta.

A me manca sentire la voce della storia come si sente la voce della poesia, dove la verità si mescola e di facce ne ha così tante che quasi ti viene da chiedere se è una. L’unico modo per saperlo, che io sappia, è non perdersi tra le voci che la proclamano e riviverla in quelle che la registrano per caso, esatta come un dolore.

Oggi mi sono svegliata e non pensavo di scrivere qualcosa sulla Liberazione. Però certi pezzi di storia ti tirano dentro e tu, di storia, non puoi che scrivere un po’ per caso, come per un dolore.

Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

Franco Fortini

*

Non piangere

Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace
dell’aria; fa che io bruci
ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me si riposa.

Giorgio Bassani

*

Ai quindici di Piazzale Loreto

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.

Salvatore Quasimodo

.

*

Per Luigina Comotto, savonese
Fucilata a settant’anni.
Il tuo mucchietto d’ossa insanguinate.
Per salvare quei giovani
non hai rinunciato alla vita
ma alla tua morte
la dolce morte da tanto tempo aspettata.
Un giorno doveva venire
col velo nero
ed il viso di cera
della Donna dei Sette Dolori
e sedertisi accanto
sospirando e pregando insieme,
la buona morte odorosa d’incenso
nella stanzetta ordinata
tutto uno specchio
in un brillio di candele,
i garofani sparsi sul letto
e le vicine intorno
a recitare il rosario
con tintinnio di corone,
ora l’una ora l’altra che dice
asciugandosi gli occhi:
– Com’è rimasta bene,
pare quand’era ragazza.-
Quest’altra morte tu
non la conosci,
la strana morte col casco d’acciaio
e la bestemmia fra i denti,
il furgone cellulare
coll’urlo della sirena,
il poligono di tiro,
in fondo là il muro;
tu non sai come metterti
che cosa fare
se puoi aggiustarti le vesti
farti un segno di croce.
Troppo tardi queste cose per impararle,
e che diranno le tue vicine,
morire una morte così
da scomunicati.
Eppure anche Nostro Signore
qualche donna l’ha avuta sotto la croce.
Oh Madre dei Sette Dolori
morire una morte così
tutta diversa.
Ma non vorresti sbagliare.
Con un dito tremante
sfiori la manica del graduato,
che per favore scusi
che cosa bisogna fare.
– Tu niente. Soltanto morire, –
ride il casco d’acciaio.
E ride il plotone allineato.

*

Epitaffi partigiani

Il Principino

Varzi Michele detto Il Principino.
Aveva un anello d’oro,
lo sapeva far brillare con gesti da signore.
Lo lasciarono tre giorni
inchiodato a quella porta
col capo penzoloni
lui che piaceva alle ragazze,
che sapeva far brillare
un filo d’oro con gesti da signore.

Sicilia

Di Sicilia non sa il nome nessuno.
Taceva sempre
per non far ridere della parlata.
Con la faccia spaccata
non volle dire dov’era il Comando.
– E pazienza – disse quando lo misero al muro.

Sources:

poetarum silva

anpi.it

versiliatoday

diario, London diaries, premi

Miaogiorno

Non che mi fossi svegliata con la luna storta, ma insomma, con abfghrg mila parole ancora da scrivere per un saggio da consegnare giovedì, magari stavo meglio ante-sveglia.

Poi, con il controllo email di routine SBEM, arriva il messaggio di Aletti Editore che, in occasione del premio Dedicato a… Poesie per Ricordare ha lanciato un talent scouting per la pubblicazione di giovani poeti.

Che dire, è dalle nove di stamani che ballo la giubilanza.

It’s a hard work, ma ogni tanto ‘najoia!

articoli, London diaries

Writers Wednesday

Writers Wednesday

Collaboro da quasi un anno con i ragazzi di Uni Info News e oggi si apre un nuovo capitolo della nostra avventura!

La nostra è una rivista online di studenti universitari: in brevissimo tempo abbiamo formato una redazione di una trentina di persone e ci occupiamo di cinema, politica, sport, letteratura -manco a dirvelo su quale categoria ha messo le grinfie il gatto!

Ogni mercoledì a partire da oggi 5 febbraio pubblichiamo una poesia o un racconto breve scritto da un autore emergente. Il progetto è aperto a tutti quelli che vogliono partecipare! Basta scrivere all’indirizzo email giulia.pedonese@uninfonews.it per ricevere un feedback dalla redazione e pubblicare con noi!

Era questo il progetto che covavo da un po’ di tempo: i lavori sono partiti il mese scorso ed è stata una grande occasione per scoprire nuovi aspetti della pubblicazione online -i romanzi a puntate fanno un po’ Parigi dell’ottocento!- e per far partire un bel lavoro di squadra.

Il racconto che ho scelto per iniziare la nuova rubrica è di Marco Bonavia, scrittore un po’ timido oltre che mio grandissimo amico, e si ispira al quadro Bohémienne Endormie di Henri Rousseau.

Buona lettura!

Le dune sono così lontane da sembrare piatte e ogni passo affonda nella soffice e fresca sabbia. Nel deserto la temperatura cambia drasticamente, ma questo è solo l’inizio del deserto e oggi è soltanto una notte fresca e illuminata dalla luna.

Non so cosa stia facendo qui. Vago e mi annoio e cerco qualcosa. Mi fermo. Nulla. Non un rumore. Un rumore no, ma un odore sì. Ho sempre sentito delle cose nell’aria e oggi le stavo cercando con attenzione per trovare qualcosa che potesse sconfiggere la mia noia. È arrivato con una folata: è un po’ lontano, ma lo posso raggiungere, tanto correre non è mai stato un problema…

See more on >>>Writers Wednesday 5 feb -Uni Info News <<<

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diario, London diaries, poesia

Strangers

Autumn, where’s my lost love?

I used to ask the leaves

as they were letters you wrote

with your pale fingers in the wind

-but I can’t read your alphabet.

The word we never said

has found me near Virginia Water

and I was happy then, in my old

pair of shoes.

 

It was the last day of January

written on your skin

like a cold whirl of light

the light of ending things

-the smell of winter

leaves us incomplete

and in its grasp I couldn’t find

the reason why my foreign name

sounds so confused on your lips.

 

 

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diario, London diaries, pensieri

Cose belle

Di tutte le mie scoperte, recentemente ne ho fatta una più incredibile del Vegan Bacon. Credevo di viaggiare a caccia di un sogno e SBEM mi si è chiuso platealmente in faccia. Considerando il detto dalailamiano per cui non ottenere quello che vuoi può essere un colpo di fortuna, da un mese a questa parte ho ritenuto che fosse un colpo e basta.

Invece, poi ti svegli e scopri un altro lato di te che è come staccare la tua figurina in due dimensioni da un quadro un po’ stinto e fiondarla in un film in 4D. L’inizio della rivoluzione può riassumersi in tre fasi:

  1.  colorarsi i capelli di blu 
  2. non dire a mamma che il colore è temporaneo
  3. Skype with popcorn.

Ok, magari non è il massimo della scoperta, però funziona. Mi ha portato a capire (ma non mi chiedete come) che mi piace parecchio lavorare come editor ed insegnare italiano alle matricole di qui: sono così adorabili quando ruminano i nostri verbi con l’accento di Luca Giurato dopo tre giri di Vodka che me li strapazzerei tutti!

Magari ho l’occasione di cambiare davvero la mia vita e di trasformarla in qualcosa di rumoroso e coloratissimo (no, non in uno struzzo in technicolor). Chissà perché ho sempre pensato che le cose belle dovessero venire tutte da un’unica persona e spesso mi sono seduta lì ad aspettarla senza pensare che invece capitano random, e il fatto stesso che capitino non è una garanzia di destino.

Mi sono accorta che anche il modo in cui scrivo si era appiattito su questa sola dimensione e ho deciso di spettinarlo. Da adesso in poi voglio chiudere in un barattolo tutti i momenti belli per lasciare che esplodano a sorpresa -e questo mi fa venire in mente i coriandoli, che i carri sono già pronti e che quest’anno mi devo inventare il modo di portare la mia Viareggio quassù tra questi stinfi britannici.

Non sto a dirvi che ho tremila progetti, ma intanto vi lascio con una poesia di questo poeta giovanissimo che ho scoperto di fresco. Si chiama Jack Underwood e dà un bello schiaffo al cielo grigio di Londra con un fare sornione da prendere a morsi.

Oggi ho capito di quante cose è fatta la felicità.

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Source: Nuovi Argomenti

premi

Intervista gattosa e Blog Award!

wpid-liebster

Un grazie speciale a Francesco Diliddo, che sul suo blog balconefiorito.wordpress.com mi ha nominata per il Il Liebster Blog Award!

Il Liebster Blog Award è un omaggio che premia i blog con un numero di followers inferiore a 200 dando loro la possibilità di farsi conoscere attraverso il passaparola.

Tra l’altro, Colgo l’occasione per ringraziarvi con un abbraccio gattoso, visto che ho avuto giusto il tempo di scrivere questo e un altro paio di post che siete diventati 211 e SONO IN BOTTA PAZZESCA VI AMO TUTTI!!

Cooomunque, per ritirare il premio, una volta ottenuta la nomination si deve:

  1. Ringraziare i blog che ti hanno nominato e assegnato il premio
  2. Rispondere a 11 domande scrivendo 11 cose che parlano di te
  3. Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower;
  4. Formulare le tue 11 domande per il/la BLOGGER che nominerai;
  5. Informare i blogger del premio assegnato.

Perciò passiamo alla seconda fase: siete pronti? Siete caldi? Partenza, via!

1. Il tuo colore preferito?

Dai, è facile. Azzurro scia di nave: è più azzurro dell’azzurro cielo e più verde del verde acqua. Non ditemi che non l’avete mai visto!

2. Che cosa sei nel linguaggio dei fiori?

Una margherita bianca e paciosa, di quelle con tanti petali ciccioni che sanno di primavera

3. Mare o montagna?

MARE TUTTA LA VITAA. Quando guardo il mare riesco a fermare quel macinino che è il mio cervello e non pensare meravigliosamente a nulla. Sto una favola

4. L’ultimo libro che hai letto?

Mi sono data al classico, ultimamente ho rispolverato la Bibbia. Il Cantico dei Cantici è di una bellezza spaventosa

5. Pizza o gelato?

Pizza. Con acciughe, grazie

6. Sei sportivo, casual o elegante?

Sportivo, sportiviss… Zzzz ronf ronf. Ehm, facciamo elegante

7. Qual è il tuo libro preferito?

Se dico Divina Commedia fa troppo radical scìc?

8. Poesia o prosa?

Poesia, poesia poesia all’infinito più uno

9. Cinema o teatro?

TEATRO, capperi! Mi sono anche messa a recitare in una compagnia negli ultimi mesi. E’ una roba troppo divertente, mi devono tirare giù dal palco a quattro mani, non vorrei MAI scendere

10. Mostra d’arte o concerto?

La musica è la migliore arte

11. In quale profumo ti riconosci?

Il profumo del mare

Passando alle nominations:

http://va88lentina.wordpress.com/

http://trivelife.wordpress.com/

http://articolamente.wordpress.com/

http://storytelling2012.wordpress.com/

http://giardinaggioirregolare.com/

http://dawnotdown.wordpress.com/

http://jeaniepooh.wordpress.com/

http://amoreplatonico.wordpress.com/

http://arielisolabella.wordpress.com/

http://incautapazienza.wordpress.com/

http://memolando.wordpress.com/

Ed ecco le 11 domande:

  1. qual è il tuo animale preferito?
  2. se fossi un gatto e quindi avessi nove vite, quante te ne sarebbero rimaste attualmente?
  3. quando guardi il mare, cosa pensi?
  4. qual è l’attrice/attore che non potresti fare a meno di baciare anche se sei iperfidanzato/a?
  5. scrivi un diario?
  6. se potessi cambiare città, dove andresti?
  7. credi al colpo di fulmine?
  8. capelli lunghi o corti?
  9. qual è il libro che detesti di più in assoluto?
  10. qual’è la cosa che ti rende più triste?
  11. adesso, sei felice?

Un bacio immenso e con i baffi!

Mao a tutti!!

poesia

Il viaggiatore immobile

sono una goccia d’acqua
per un colpo di vento
sono l’estraneo, la roccia
sono una goccia di deserto
dove si aggrappa il volto della pioggia

goccia a goccia goccia
a goccia goccia a goccia

passai di qui mille volte
a mille a mille nei tuoi occhi
occhi che ricordando ho perduto
perché a marzo non si può vedere
oltre il ramo che spalanca il vento

goccia a goccia goccia
a goccia goccia a goccia

tu passi, tu che j’eusse aimée
tu che mi hai cambiato e lo sapevi
ridendo fresca delle mie ginestre
non ho neanche una moneta da infilare
nelle tue fessure
per questo mi sono
tagliata i capelli
perché non mi potessi
cucire.

_Qualcuno tiri giù la luna
che ha abboccato
al filo dell’ultima pioggia

goccia a goccia goccia
a goccia goccia a goccia

But there is no water

Poi, il sonno incenerì le ossa
la luna rinvenne e Jeremiah
prese a svuotarsi sulla testa
i posaceneri del buio

poesia

Tre spunti da Alda Merini

Ha una voce di madre che cammina

l’amore che diventa la mia tomba

dacché non mi comanda.

Sul parabrezza della tua auto

ci vorrebbe una stella che cadesse

per mandare in frantumi i tuoi cristalli

e per fare un amore senza fine.

Piange la follia nel mio letto

assurda memoria di altri momenti.

In me tutti amano la follia

e io la venero,

straordinario balcone di canto

ma nessuno ama la donna

che si brucia allo specchio.

Nessuno sa che cosa sia il piacere

di reggere il lume della pazienza

attraverso strade infeconde

liberando momenti di solitudine.

Paiono orrende torture

ma intanto mangi e bevi e vai avanti

dopo aver conosciuto l’embrione

che ti ha dimenticato.

La cosa più superba è la notte

quando cadono gli ultimi spaventi

e l’anima si getta all’avventura.

Lui tace nel tuo grembo

come riassorbito dal sangue

che finalmente si colora di Dio

e tu preghi che taccia per sempre

per non sentirlo come un rigoglio fisso

fin dentro le pareti.

http://www.aldamerini.it/

traduzioni

The Love Song of J. Alfred Prufrock

Su andiamo, io e te,
Quando la sera è stesa contro il cielo
Come un paziente sul il tavolo dell’anestesia;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Ritiri mormoranti
Di notti inquiete in alberghi da un soldo
E ristoranti di segatura e gusci d’ostrica;
Strade che seguono come una conversazione noiosa
Dall’insidioso intento
Di portarti a una domanda inarrestabile…
Oh, non chiedere cos’è
Andiamo a fare la nostra visita.

Nei salotto le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che si gratta la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che si gratta il muso contro i vetri,
Leccò con la lingua agli angoli della sera,
Indugiò sulle pozzanghere nei canali di scolo,
Si lasciò cadere sulla schiena la fuliggine che scende dai comignoli,
Scivolò accanto al terrazzo, fece un balzo improvviso,
E visto che era una soffice sera di ottobre,
Si raggomitolò una volta intorno alla casa e si assopì.

E infatti ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Grattandosi la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per preparare una faccia e incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e pongono una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo ancora per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un toast col tè.

T.S. Eliot, The love song of J. Alfred Prufrock vv. 1-34

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats 5
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like a tedious argument
Of insidious intent
To lead you to an overwhelming question…. 10
Oh, do not ask, “What is it?”
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes, 15
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes
Licked its tongue into the corners of the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by the terrace, made a sudden leap, 20
And seeing that it was a soft October night,
Curled once about the house, and fell asleep.

And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window panes; 25
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate; 30
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

 

poesia

Choosy

Se ti dà l’animo
Di lavorare,
O baldo giovane
Non disdegnare,
Ché già s’impegola
Di vagheggini
La stirpe italica
De’ contadini:

Niente più lagne
Tra le magagne
Lo stato annovera
Sciupa lavagne.

È più flessibile
Di un bamboccione
La scelta tecnica
Di professione:
Accendimoccoli,
Lava- latrina
(L’ovo è più sapido
Della gallina)

Che laureati,
Che dottorati,
All’universitas
Siete intronati!

A suon di darcele
Con la carota,
Popolo asino
E tasca vuota.
Statisti beceri,
Sarà il momento
Di dare il numero
Del cambiamento?

Ministri ottusi
Ma con che musi
Fate la predica
Don’t be’ so choosy?

lettere

Euridice

Signor Direttore,

Le scrivo la presente per informarLa che i recenti fatti accaduti con la discesa agli inferi di mio marito e successivo disguido sono da imputare alla sottoscritta e non all’arbitrio del medesimo.

E’ stato tutto un malinteso. Io, vivere ancora? Figuriamoci. Mi sono abituata. Qui è tutto un grigio, ma non mi lamento, non ho né fame né sete, fa fresco e Cerbero non è così feroce come sembra. Ho provato a dirlo a mio marito, ma sa come sono i poeti: sotto ispirazione non capisce nulla.

I primi tempi non è stato facile. Perciò, Le scrissi di potergli almeno comparire in sogno, a mio marito, per consolare lui e me un poco e dirgli definitivamente addio.

Mi era rimasto in tasca, all’epoca del matrimonio, un ciondolo a cui teneva molto quando eravamo fidanzati. Pensavo che gli avrebbe fatto piacere tenerlo con sé. Allora l’ho posato sull’orlo del letto e me ne sono andata. Ma appena il sogno si spense, si svegliò. Di tutto il discorso sulla vita e sulla morte, sul desiderio che lui ricominciasse senza pensare a ciò che è stato, il suo genio poetico non afferrò una sillaba. Ricordò la mia immagine, riconobbe il ciondolo, partì.

C’è da capirlo, è una persona semplice. Tutto il suo ingegno non gli serve a molto quando si tratta di un indizio che smentisce la sua convinzione. Anzi. Non dubitò un istante quando un fulmine incendiò un albero appena mise piede nella selva; non lo fermò la frana che lo costrinse a fare un giro lungo il doppio, né i pipistrelli che agitai con le mie vesti perché, all’imboccatura della grotta, lo facessero tornare indietro.

Poi, va da sé che quando si mette in testa una cosa, trova anche le parole. Così -con rispetto parlando- ha corbellato Lei e Sua moglie, ma nel trambusto generale ho ottenuto la clausola che mi perdesse con un solo sguardo prima della luce. Tirai un sospiro di sollievo.

Ero sicura di farcela: ormai, al suo canto, sono immune.

fotografia

In un soffio

In un soffio by uovadigatto
In un soffio, a photo by uovadigatto on Flickr.

sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
“più in là!”

[Montale]