racconti

Bambola

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Arrivò al campo una mattina che pioveva. Camminava strano, con il passo di chi non ha casa e non gliene importa più di tanto, e aveva gli occhi di un altro pianeta. Per la curiosa inerzia della gente, fu subito nota come Bambola.

La sistemarono in una tenda alla bell’e meglio, da sola, perché nessuno aveva chiesto di lei e lei non chiese la compagnia di nessuno. Aveva con sé soltanto una bambola col vestitino pulito e netto, scampato al diluvio, le lentiggini dipinte sul viso e un paio di trecce di lana marrone. A guardarla bene, sotto il nasino a punta, sbucava l’ombra di una bocca rosa che lei si divertiva ad aprire e chiudere come per fargli il solletico.

-Non sei un po’ grande per queste cose?
-Quali cose?
Aveva guardato l’impiegata dell’anagrafe con una lucidità allarmante. Attraverso i suoi sapienti occhiali la vecchia pensò che, di tutte le stranezze che le sfilavano davanti, una ragazza di al massimo sedici anni con una bambola di pezza, in fondo, non era la peggiore.
-Hai parenti, amici, conoscenti?
-No.
-Bagagli?
-No.
Compilando la scheda, la matita a un tratto si spuntò. L’impiegata, che in un altro momento avrebbe lanciato improperi dell’altro secolo, fissò il foglio dove un attimo prima c’era la riga continua e fluida del lapis; le tornò in mente la treccia di una bambola e il vestito a pois con la mantella rossa con tanto di cestino: la cappuccetto rosso di quando aveva quattro anni e che una mattina, svegliandosi, non trovò più. Corse difilato dalla mamma, che rispose tranquillamente ‘l’ho buttata. Te ne farò un’altra’. Si riscosse, guardò la ragazza con un accenno di tenerezza e si accorse che aveva gli occhi di un altro pianeta. Poi domandò:
-nome?
-Lily.
-Anni?
-Ventuno.

L’impiegata dell’anagrafe si bloccò ancora, ma la matita stavolta non si era spezzata. Fulminò Lily con lo sguardo e cancellò i suoi occhi di un altro pianeta. Posò la matita con tutta calma e con una mano sola, a cinque dita, distrusse il modulo di assegnazione mentre diceva un -si accomodi – pieno di stizza. I presenti si domandarono cosa avesse potuto fare di così grave una ragazza di al massimo sedici anni all’impiegata dell’anagrafe, che si era addirittura alzata per indicarle l’uscita.

Senza fare una piega, Lily se ne andò. La vecchia tornò a sedersi sul suo scanno come sessantacinque anni prima si era seduta sul letto ad aspettare, ma l’altra bambola non era arrivata, né il giorno dopo, né mai.

Così si era beccata la tenda e il nome di Bambola, anche se non pareva farci caso. Si aggirava tra le baracche tenute su da fascette di plastica, cercando di cacciare qualche topo per la cena. Ogni giorno passava un camion carico di cibo liofilizzato e se ne andava la sera carico di immondizia. Ogni tanto il camionista si affacciava dal finestrino gridando: -Bambola!- mentre il camion sterzava lungo la via del bosco, spruzzando di fango la sua tenda.

Lily non ci badava. Il suo carattere serio e la sua stirpe nordica l’avevano abituata a ben altri freddi che non fossero le occhiate di un’umanità ostile. Veniva dall’est e viaggiava da sola. Il diluvio l’aveva trovata sulla via di casa, quando da lontano si poteva già vedere la Manica. Aveva perso tutto: le calze di ricambio, il vestito buono, lo zaino e il bollitore, ma, in fondo, aveva preso l’imprevisto come l’opportunità di vedere un pezzo di mondo sconosciuto e che le ricordava tanto i campeggi estivi. Anche lì c’erano baracche e tende e bambini che si lavavano nudi nei secchi, e panni stesi ad asciugare prima che fossero del tutto puliti, per non consumare troppo il sapone di marsiglia. Anche allora aveva la sua bambola e la vestiva con la sua coperta, la sera, davanti al fuoco, quando il cibo non mancava e si arrostivano i marshmallow.

Poi, una sera, mentre era di ritorno alla sua tenda con tre furasacchi legati per la coda, Lily sentì un sasso rimbalzare sulla lamiera. Si fermò e vide l’ombra del camion dei rifornimenti dietro i primi alberi del boschetto. Riprese a camminare. Un altro sassolino rimbalzò sulla baracca di destra, senza che la consueta nuvola di bambini volasse tra le pozzanghere, nell’ultimo gioco della sera. Sapeva di non doversi voltare. La tela blu del camion ormai riluceva tra i rami secchi e le incandescenze del crepuscolo. Impercettibilmente, Lily portò una mano dietro la schiena e strinse un piedino della bambola, che teneva legata alla cintura come le maman africane si portano nei campi, sotto il sole subsahariano, i loro bambini color del buio.

-Portatela via, Mark, potrebbe farti il woodoo.

-Le bambole woodoo somigliano alle vittime, imbecille!

-Appunto, vedi come ti stanno le trecce!

-Prendi quei topi che ti ha lanciato sul muso, piuttosto, che sono buoni.

-Dai su, muoviti che ci hanno sentito…

-Tanto meglio. Noi portiamo a questa gente del cibo e puliamo via la loro merda. Scommetto che se anche quelli dell’amministrazione lo sapessero, ci darebbero ragione. Ce n’è da metter su un bel traffico di puttane.

-Scherzi? Quella della terza divisione ha messo su casa che è un gioiello, è riuscita anche a coltivare fiori. Te la sbatti un paio di volte e ci fa da mezzana.

-Sicuro come l’oro- disse Mark tirandosi su i pantaloni.

-Questa la prendo io. E tu, tesoro, cresci.

Uscirono, sputando in terra. Tornando verso la città, Mark lasciò il suo amico all’angolo tra la strada sterrata e l’inizio dei primi ruderi. Percorse un lungo rettilineo, svoltò sotto un cavalcavia da cui pendevano braccia di borragine e parcheggiò. Una volta a casa, Christie, la sua bambina, fu felicissima della bambola e la tenne stretta per tutta la cena. Poi se la portò nel letto e, il giorno dopo, a scuola.

Fu sorpresa, tornando a casa, che un amico di suo padre le offrisse un passaggio. Non lo aveva mai visto prima, ma le aveva suonato il clacson e aveva sorriso come se la conoscesse. Aprendo la portiera, l’aveva invitata a salire e aveva gridato:

-Bambola!


Racconto in concorso per Racconti nella Rete 2016

Avete tempo fino al 31/05/2016 per partecipare con i vostri racconti. I selezionati parteciperanno a LuccAutori 2016!

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poesia

I giorni del glicine

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Sono i giorni del glicine

-le peonie sono passate e ora

anche i giacinti- Io continuo ad invecchiare

da quando ho scelto di non appartenerti.

E’ stato un tagliare le radici,

un mettere su foglie e frutti

senza passare dai fiori -quelli

li avevamo spenti

alle prime schermaglie infantili-

perché iniziassimo a percorrerle

le nostre vite dovevano finire.


Tu sei indifesa come il glicine maturo

che sposta il vento e chiede

di poter passare. O dio, che lacrimando spegni

le speranze nostre

che ci sia un varco e un gabelliere

per le paludi della pace mesta

il patriarca -dice- non fa festa

se il figlio torna

per essere cacciato. Oggi

la morte ci ha fatto visita -e la vita

discreta, se n’è andata

in punta di scarpette rosse.


Guarda, è fiorito il pesco:

si vede la sua verde fiamma

bucare il solco delle braccia

nell’incavo

delle gemme.

Tu sai di che atmosfere parlo,

hai udito piangere i pianeti

per aver fatto del tempo del raccolto

una semina atroce, che si mangia

e aver disteso l’uroboro in croce.

poesia

Confini

Il tempo ci ha spezzati e sorpresi

con lo stesso giro di chiave.

Vorrei dormire una sola notte

prima di rivederti,

ma il coraggio inizia a mancare

e la vita scoppia, fuori

come qualcosa che mi appartiene

-la ragione, ad esempio,

o l’uso che si fa di certi giorni

o i rumori vorticosi intorno

quando dentro è luce-

non sono mai stata dalla parte

di chi rimane, sono sempre

andata oltre il limite

non era mai giunto il confine

a superarmi, mai a farmi male

prima dei tuoi capelli bianchi.

diario

I tram di Milano

Cara Milano,

ti do ancora mezza giornata, ma ho quasi deciso che non puoi convincermi. Saranno i balconi o le facciate larghe e dritte, le macchine o le strade che ti attraversano e non sembrano mai arrivare. Ti si può passare nel centro senza afferrarti, come una duna che si sfalda sotto i passi o il vento. Si può immaginare di mettersi in viaggio per te, ma, come un amante difficile, tu non ti dai -anche se lo sterrato e i fili d’erba tra i percorsi del tram hanno l’illusione di una terra, tu non sei terra e non hai angoli, né parti, né cuore.

photo by Stagniweb

 

diario

Guido

Com’era quel detto? Non dire gatto se non l’hai nel sacco? Ecco, il gatto mi si è recapitato a casa con tutto il sacco.

Da un anno a questa parte il gattino dei vicini aveva fatto del mio giardino il suo rifugio perché gli altri gatti, più grandi, lo scacciavano. C’è da precisare che ‘gattino dei vicini’ è dire tanto perché mia zia, la mia vicina di casa, alleva gatti allo stato brado: vanno e vengono come pare a loro e la vicina di là, uguale. Risultato: una colonia di gatti infestante tutto il vicinato (il fuggi-fuggi dei gatti spaparanzati al sole quando spunti nel vialetto con la buste della spesa è praticamente un rito di benvenuto).

Ecco, Guido, detto il ciringuito, era un gattino trovatello e affettuosissimo che non brillava certo per furbizia; la prima cosa che ha fatto, entrato nel cantiere che era casa mia a quel tempo, è stato piombare giù dal tetto della rimessa come un ferro da stiro. Poi l’abitudine di saltare di qua dal cancello si è consolidata, l’atterraggio perfezionato e l’antipatia degli altri gatti, pure. Insomma, Guido ha due anni suonati, ma continuano a suonargliele perché continua a giocare con tutto quello che passa sotto e sopra il suo naso. Così il giardino di casa mia è diventato il suo territorio, non certo grazie ai suoi artigli, ma al mio lancio-ciabatte in caso di inseguimento.

Però, da quando sono tornata, una settimana fa, ha preso un’abitudine strana. A parte la marpionaggine di strusciarsi in tutta la sua lunghezza naso-coda in cerchi concentrici intorno alle caviglie, quando lo chiamo, risponde. Non sono pazza, credo. Tiriamo avanti delle conversazioni di mezzore, -Guido! -Mao! -Guido! -Mao! tutto così. E poi, tra l’altro, ho cominciato a notare che ho perso interesse per gli altri gatti (sì, sto parlando del mio gatto in termini di militia amoris) perché, se non hanno quel muso un po’ per aria e gli occhietti interrogativi proprio non riescono a starmi simpatici.

Un po’ come quando prendi un paio di caffè innocenti con una persona e ti accorgi che effettivamente frequenti qualcuno. Un po’ come quando frequenti qualcuno e la vocina interiore che vorresti zittire in fondo lo sa che poi ti innamori. E ieri alla fine mi è pure scappato. Mi è scappato di dire ‘il mio gatto’ e tràcchete, ho pensato, ci siamo. Un anno di resistenza e poi, questo è il risultato. Vuoi vedere che si è avverata l’epifania del gatto?

diario, London diaries

Pancakes day

Ogni volta che rinasco dalle mie solitudini mi ci vuole un pancake. Posto il fatto che di solito i toppings sono robe strane tipo cioccolata al mango e caramel pineapple (la pineapple è il mio nemico giurato: quando diventerò dittatore lo estirperò dalla pizza!), da brava toscana, devo dire che a festeggiare il martedì grasso, ‘sti inglesi un sanno fa’.

Riassunto breve di metà settimana: abbiamo sonoramente perso il torneo di calcetto delle societies, ma ho avuto l’occasione di dare l’esempio di Italian mood: if everything goes to shit, we don’t give a shit and we’re happy!

Seconda cosa che ho imparato: MAI scherzare sui brownies con gli sconosciuti. Nel mio inglese semi maccheronico, migliorato da sei mesi di permanenza all’estero, credevo di non incorrere in situazioni imbarazzanti lasciando capire that I am addicted to chocolate. Salvo poi scoprire che, i tizi, se li fanno davvero gli special brownies, ma special special che altro che vespe cinquanta!

Tre: quest’anno abbiamo il carro di Freddie Mercury e io me lo perdo. Però, sono nella patria di Bohemian Rhapsody, che quando va in circolo nell’ipod parte il trip che manco i Brownies. Stonarla per le strade di qui fa tutto un altro effetto -come la disco anni ottanta, che quando parte il ritornello la sanno tutti a memoria per davvero, mica aiuàsmàààidforloviniubeibinanananananloviniùùù

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By the way, mi devo sciroppare un saggio di filosofia antica che davvero la pineapple pizza mi ispira di più. Oggi ho tirato giù un piano di battaglia, se magari la smetto di ronfare sul termosifone come un gatto in hangover, riesco a levarci le gambe.

P.S.: non vi anticipo i particolari, ma sabato abbiamo il mega sofisticatissimo formale societies ball e, dopo aver cassato il mio scorso pretendente al ballo, in qualità di donna indipendente e quasi in carriera, stavolta, ci vado da me. E con un vestito verde very italian, sperando che le mie due amiche trovino una un vestito bianco e l’altra rosso per portare alto l’orgoglio dell’Italian soc!

Love from London,

Uovadi.

bullets

Share the NO!

Capisci che il 14 febbraio si avvicina quando:

  1. feisbuc si riempie di foto di coppie limonanti con i 2 mi piace d’obbligo e 2 commenti ti amo e io ti amo di piú

  2. tuitter pullula di sacrosante cattiverie

  3. non puoi fare a meno di pensare che questo non é amore

  4. inauguri la settimana dei carboidrati

  5. tra festini alcolici e gente che copula tutta la notte in corridoio, tu sei lí che ti scervelli sulla prima riga della tesi

  6. hai due appuntamenti imperdibili: uno con la lavatrice, uno con l’aspirapolvere

  7. sei convinto che tutti gli innamorati ricordino con nostalgia di quando erano young beautiful and SINGLE

  8. hai dubbi sul punto 7 regolarmente ogni cinque minuti

  9. passi dal pigiama-pantofole-baffi al tacchi-trucco-minigonna almeno twice a day

  10. guardi il tuo post precedente e ti chiedi: bipolarismo, n’hai?

Poi, dicono share the love.

Ma anche no.

 

diario, London diaries, poesia

Strangers

Autumn, where’s my lost love?

I used to ask the leaves

as they were letters you wrote

with your pale fingers in the wind

-but I can’t read your alphabet.

The word we never said

has found me near Virginia Water

and I was happy then, in my old

pair of shoes.

 

It was the last day of January

written on your skin

like a cold whirl of light

the light of ending things

-the smell of winter

leaves us incomplete

and in its grasp I couldn’t find

the reason why my foreign name

sounds so confused on your lips.

 

 

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diario, London diaries

L’Isola che c’è

Io sono già arrivata al mio obiettivo. Sono già quello che devo diventare. Non so la prossima mossa, del futuro non so niente, ma so cosa voglio diventare perché già lo sono. Come i bambini. Sono quello che fanno nei loro giochi ed è così che sono già grandi senza crescere mai.

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Cose belle

Di tutte le mie scoperte, recentemente ne ho fatta una più incredibile del Vegan Bacon. Credevo di viaggiare a caccia di un sogno e SBEM mi si è chiuso platealmente in faccia. Considerando il detto dalailamiano per cui non ottenere quello che vuoi può essere un colpo di fortuna, da un mese a questa parte ho ritenuto che fosse un colpo e basta.

Invece, poi ti svegli e scopri un altro lato di te che è come staccare la tua figurina in due dimensioni da un quadro un po’ stinto e fiondarla in un film in 4D. L’inizio della rivoluzione può riassumersi in tre fasi:

  1.  colorarsi i capelli di blu 
  2. non dire a mamma che il colore è temporaneo
  3. Skype with popcorn.

Ok, magari non è il massimo della scoperta, però funziona. Mi ha portato a capire (ma non mi chiedete come) che mi piace parecchio lavorare come editor ed insegnare italiano alle matricole di qui: sono così adorabili quando ruminano i nostri verbi con l’accento di Luca Giurato dopo tre giri di Vodka che me li strapazzerei tutti!

Magari ho l’occasione di cambiare davvero la mia vita e di trasformarla in qualcosa di rumoroso e coloratissimo (no, non in uno struzzo in technicolor). Chissà perché ho sempre pensato che le cose belle dovessero venire tutte da un’unica persona e spesso mi sono seduta lì ad aspettarla senza pensare che invece capitano random, e il fatto stesso che capitino non è una garanzia di destino.

Mi sono accorta che anche il modo in cui scrivo si era appiattito su questa sola dimensione e ho deciso di spettinarlo. Da adesso in poi voglio chiudere in un barattolo tutti i momenti belli per lasciare che esplodano a sorpresa -e questo mi fa venire in mente i coriandoli, che i carri sono già pronti e che quest’anno mi devo inventare il modo di portare la mia Viareggio quassù tra questi stinfi britannici.

Non sto a dirvi che ho tremila progetti, ma intanto vi lascio con una poesia di questo poeta giovanissimo che ho scoperto di fresco. Si chiama Jack Underwood e dà un bello schiaffo al cielo grigio di Londra con un fare sornione da prendere a morsi.

Oggi ho capito di quante cose è fatta la felicità.

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Source: Nuovi Argomenti

bullets, diario, London diaries

Elogio della Friendzone

Non è da quelli palesemente sbagliati che è buona norma prendere le distanze, ma da quelli quasi giusti: per quanto la decisione possa essere spinosa considerando che, magari, sia la massa muscolare che cerebrale del tizio sembrano a prima vista promettenti, avere scrupoli in questi casi è quantomeno illegale:

  1. mentre limona e si agita come un cavallo non potete fare a meno di pensare che il primo bacio pareva una duck-face

  2. vi porta il caffè a sorpresa con tre bustine di zucchero, senza ricordarsi che il caffè vi manda al pronto soccorso con le coronarie in concerto Heavy metal e, peggio ancora, che lo zucchero fa ingrassare

  3. si è convinto che sei la sua anima gemella perché, a mensa, i vostri occhi si sono improvvisamente cercati (e tu giù a spiegargli che in realtà avevi appena fatto schizzare un pezzo del tuo spiedino di pollo in quella direzione)

  4. fa i giochini alla mi cerchi tu ti cerco io, stile gatto col topo, ma non ha ben chiaro che di topi in giro non ce n’è

  5. la prima settimana si fa spontaneamente studio-lavoro-allenamento-camminata-sotto-la-pioggia per vederti ogni giorno due fottutissimi minuti e quella dopo lo chiami e manco ti fila perché “stanco del solito bar”

  6. manda messaggi di buongiorno e buonanotte con tanto di link su youtube e poi se ne esce fuori con la perla del non mi toccare pensare chiamare perché non mi piace chattare -e tu che ti stavi appena svegliando dalla tua stitichezza emotiva passi per l’appiccicosa di turno, il che rende la ciaffata molto facile

  7. le chiacchierate sui vostri piani spensierati per conquistare il mondo si adombrano di un “sai, mi sono lasciato da poco”.

Poi, noi donne siamo esigenti. Balle. Non vi chiediamo l’appuntamento perfetto, né di essere romantici sdolcinosi mano nella mano occhinegliocchi. Vi chiediamo di essere al 100% lì dove siete, semplicemente perché è lì con noi che volete stare. Se noi siamo lì, statene certi, è proprio per questa ragione. Perciò, per favore, siate alla nostra altezza, mostratevi uomini e non dodicenni quando vi diciamo la verità, e cioè che forse è meglio rimanere amici. E togliete pure il forse.

racconti

Il filo

Maria spense anche l’ultimo telefono, quello di casa, attaccato a un filo troppo vecchio per connettersi con la sua vita. Si chiese cosa ci facesse ancora lì in un angolo e se mai vi fosse passata attraverso qualche sua parola. Si ricordò con un po’ di spavento che era solito chiamarla su Skype e, per essere sicura, staccò la spina al computer.

Fece scorrere una mano sulla scrivania e guardò il silenzio delle cose. Si immerse nella sedia da ufficio e pensò che, prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto riarredare quella casa. Avrebbero mosso i libri, scosso la polvere, magari ribaltato le sedie sui tavoli per pulire i pavimenti, come faceva sua madre nelle mattine di aprile, prima che arrivassero gli ospiti della domenica. Pensò a come gli uomini e le donne muovano le cose soltanto per rimetterle a posto e poi, incessantemente, le muovano ancora. Pensò a sette anni prima, a come non pensasse che ai suoi progetti quando l’aveva conosciuto.

Si scoprì a non sapere più che forma avesse un pensiero solitario, di quelli senza il sottofondo di nessuna voce ben nota, senza le parole che la facevano sorridere tra un’e-mail e l’altra, senza nessuno a scompigliarle i ricordi. All’improvviso, sentì il vuoto e cercò di immaginarsi la sua vita così come l’aveva interrotta, ma scoprì che l’altro capo del filo si era ficcato a fondo in qualche parte che somigliava al lato sinistro del suo corpo e, come un tendine reciso, non saltava fuori.

Volle spogliarsi, ma non sapeva da dove cominciare. Passò le dita intorno al collo e trovò il gancio della collana; così prese a sciogliere i nodi che le legavano il corpo, piegò uno sopra l’altro camicia e pantaloni e ad ogni piega si liberò di una lacrima per una vita vissuta costantemente altrove, credendo di appartenere altrove e ricevendo in cambio solo distanze.

Sfilò tra le tende del salotto e aprì la finestra. Si domandò se nessuno avrebbe notato il suo corpo appiattito sopra il cornicione. Posò un piede sul davanzale come si entra per la prima volta in una vita e tutto il tempo le si rovesciò addosso con il voltaggio di un filo dell’alta tensione.

Ma un apparecchio suonò: era il vecchio telefono di casa.

 

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Cambridge Greek Play: Prometeo e Rane

 

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È una cosa un po’ nerd un po’ scìc andare a vedersi due spettacoli in greco antico organizzati dalla University of Cambridge, un evento chiamato Cambridge Greek Play che si ripete ogni tre anni. È stata una delle giornate più folli della mia vita.

In questa edizione hanno proposto il Prometeo Incatenato (attribuito ad Eschilo) e le Rane di Aristofane -ed è una gioia che ancora mi fa saltare per tutta casa (cantando brekekekèx koàx koàx) poter dire io c’ero.

E c’ero non come classicista, ma come chi attende che si alzi il sipario chiedendosi se quello a cui sta per assistere faceva tacere all’unisono anche gli spettatori nell’Atene del V secolo o se le grida di Prometeo inchiodato alla roccia facevano tremare la platea anche allora.

Dopo aver studiato per anni il teatro greco, mi ha messo i brividi poter vedere le scene che avevo sempre immaginato e sentir cantare i metri lirici su cui ho passato l’estate: sul palco davanti a me, rumorosa e coloratissima, tutta quella roba che sui libri non sembrava, ma che invece è vita. E non solo lo è stata, ma lo è ancora con l’entusiasmo e il talento degli attori, quasi tutti studenti di Cambridge, laureandi o neo laureati.

Sfogliare le loro biografie sulle pagine del libretto dell’opera mi ha messo ancora di più i brividi: sono tutti ragazzi, proprio come me, che portano avanti una tradizione plurimillenaria con i loro corpi e le loro voci -e mentre leggevo quelle pagine ho avuto la chiara impressione di cosa significhi veramente studiare.

Per studiare davvero non è che ti chiudi in biblioteca davanti al computer. Nemmeno scrivere è sufficiente. Studi davvero quando quello che fai ti cambia, ma non nel modo di parlare o pensare, ti cambia proprio nelle ossa, con un’esperienza di incontro per cui non guarderai niente allo stesso modo.

Per farla breve, ho avuto proprio la sensazione fisica non della semplice presenza degli attori, ma del tempo rappresentato dalle loro persone; i secoli di storia, di commento, di studio si sono di colpo materializzati in una sola parola: amore.

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È solo per amore infatti che si porta avanti una tradizione agli occhi del mondo così inutile e trita, così incomprensibile eppure non solo vera, ma viva perché fatta di persone oggi come allora. E mi sono sentita felice di appartenere al mondo della filologia, una parola così bella da tenere insieme secoli di storia e pensiero, portandoli avanti con tanto ragionamento, tecnica e scienza, ma prima di tutto amore.

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Pronti a correre!

Sarà che sono lontana, sarà che qui le tastiere non hanno le vocali accentate (e ancora mi chiedo se ci sia un modo per farle spuntare, tipo una combinazione ipertecnologica di tasti che non scoprirò mai).

Sarà che sabato abbiamo passato un’allegra serata al ristorante italiano e gli spaghetti erano allo scoglio nel senso che allo scoglio si aggrappavano per non affogare nel sugo, ma e stato strabiliante uscire “a mangiare italiano” come in Italia si va con gli amici a mangiare il sushi.

Sarà che non avrei mai pensato di poterlo pensare, ma Mengoni è veramente un genio. Non so se avete ascoltato Pronto a correre, ma io me la sono sciroppata un fantastiliardo di volte e come mi garba. Parla di me, di noi, della forza che ci vuole per andare avanti e del bello dei sogni quando vai e li realizzi: non hai piu la testa fra le nuvole, ma ci metti i piedi, nelle nuvole, e cominci a correre.

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Happy B-day to meee!!

Sono al mio quarto giorno qui alla Royal Holloway e SONO AL SETTIMO CIELO!

Il campus è immenso, sembra che debba spuntare Silente da un momento all’altro e  ti mette una gran voglia di Burrobirra e cioccorane! Anche il cibo è ottimo (confesso, proprio non me l’aspettavo!), tanto che si può passare sopra anche a piccoli particolari quali la moquette (brrr) e la mancanza del bidet… Comunque, sto tirando degli scerpelloni meravigliosi nel mio inglese un po’ maccheronico, ma credo che si capisca (almeno, quando non mi capiscono ridono, il che è un buon segno!)

La cosa bella è che le matricole qui le chiamano Freshers ed è bello sentirsi di nuovo sperduti in mezzo a cheerleaders, clubs, societies e tanta, ma tanta di quella roba che c’è da perdersi!

Oggi è il mio compleanno, ma credo che lo festeggerò tutto l’anno perché il più grande regalo per me è essere qui adesso (anche se un desiderio ce l’ho: VOGLIO GIOCARE A QUIDDITCH!)

Un bacio micioso e con i baffi, vi abbraccio tutti da Londra!

love,

Uovadi.