articoli, film

Abboffate stellari

Errata corrige: non si è trattato di polpettone, ma di arrosto (ripieno, con prugne), e ci ha stesi al solo guardarlo, anche perché dopo antipasto e tortelli eravamo già fuori uso. Quindi, il mio boxing day (come amo chiamare Santo Stefano, un po’ perché Stefano è il mio dentista e un po’ perché i gatti preferiscono le scatole) è stato all’insegna dell’arrosto scaldato e Rogue One.

Come da tradizione, siamo rotolati fino al cinema e abbiamo smaltito l’abbiocco a colpi di spada laser. Dell’ultimo capitolo della saga, mi è piaciuto il copione dal dialogo serrato e intenso, soprattutto nell’ultima parte (pew pew, swooon swowooon, badaboom, crash), che mi ha permesso di seguire benissimo la trama anche se il maggiore afflusso di sangue, in quelle condizioni, non era al cervello.

Tre cose sono state memorabili, a parte il film (che, se non avete ancora visto, vi consiglio di andare a vedere subito):

  • La vecchietta in pelliccia e bastone che si è piazzata nel posto lato corridoio e boccheggiava agguantandosi alla sedia ogni volta che compariva la Morte Nera. Avrà avuto un’ottantina d’anni, bionda, permanente, pelliccia di visone. Mi ha fatto una tenerezza assurda, era più nerd di tutti noi con la felpa di Darth Vader messi insieme. La guardavo di sfuggita alla luce dello schermo pensando chi lo sa, magari è tornata al cinema in memoria dei bei tempi, quando il fidanzato l’aveva portata a vedere la vecchia trilogia… O magari ha semplicemente piantato il marito in pantofole a casa ed è uscita da sola: RESPECT.
  • Il dolby surround. Lo so, dovrei essermi abituata da un pezzo a questa cosa, ma appena il film è cominciato ho avuto la sensazione che il volume fosse un po’ troppo alto (i gatti si sa, odiano i rumori forti). I guai sono arrivati insieme ai ribelli, quando le esplosioni si sono centuplicate e ho sentito delle voci furiose all’entrata della sala, ho piantato le unghie nel bracciolo e mi sono girata con gli occhi a gufo, spaventando metà della fila. Vi giuro, ci ho messo un po’ per capire che non erano voci reali e lo so che passo per la tuttofoba della minchia, ma il dialetto di Geda è un po’ diverso dall’italiano e tra esplosioni e spari il mio subconscio ha fatto due più due. E’ una cosa che ammetto malvolentieri perché molto stupida, ma in quel momento ho pensato, ecco: ci siamo. Sicuramente sono io che vivo a livelli d’ansia esorbitanti, ma il fatto che l’associazione esplosioni-terrorismo sia diventata un riflesso condizionato mi ha lasciato di stucco (e che ciò sia anche per colpa della poca serietà di molti media è probabile, ma è un discorso diverso e che non mi prendo la briga di continuare).
  • La bellezza del proiettore. Una mia compagna di classe antipatica una volta mi disse però non puoi sempre fare la voce fuori dal coro, eh. Sorry, not sorry, mi viene naturale e non mi vanto per questo. Ad alcune persone viene naturale cantare, io sono stonata come una beccaccia; ad altri viene naturale scrivere, che è in parte il mio caso, e ad alcuni a molti viene naturale rompere il cazzo per cui, se mi leggi, stacce. Dicevo, verso la fine del film, quando le coronarie mi erano appena rientrate nei ranghi dopo lo spavento, ormai avevo rotto l’illusione e vedevo il raggio luminoso che attraversava la sala. Tra i vapori di soffritto in piena digestione (da notare che almeno ieri nessuno ha avuto il coraggio di sgranocchiare i popcorn, e ti credo), mi sono girata e ho visto lo sportellino da cui uscivano delle macchie di colore informe. Sembrava l’occhio quadrato di un qualche Polifemo in technicolor. Sono stata a fissarlo così tanto che mi sono beccata un bel ‘che fai?’, ma alla fine avevo ragione che era interessante, perché si sono girati anche loro.

Visto? Sono contagiosa. E vorrei che fosse questa curiosità buona a contagiare le persone che ho intorno, nonostante si debba scavare sotto una miniera d’ansia. Curiosity killed the cat, dicono, ma in realtà il gatto, se non ficca il naso da qualche parte, non ha mai vissuto.

 

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diario

Polpettone di Natale

Niente mi rende più elettrica del Natale. Sarà che mentre faccio l’albero ho Madre che passa l’aspirapolvere sui nostri piedi (miei e dell’albero) per scongiurare qualsiasi fuoriuscita di aghi di pino sintetici. Oppure saranno le cene pre-festive che mi hanno già ammazzato il fegato e centuplicato la ritenzione idrica. Non lo so. Sta di fatto che ho appena finito di impacchettare i regali di Natale più con lo spirito del beccati questo, che con vero e proprio mood da piccolo elfo.

Tranquilli, non ho regalato bombe a mano a nessuno. E questa non è nemmeno una manifestazione di cattiveria mainstream, nonostante il Grinch. La mia insegnante di yoga sostiene che questo dicembre finisce un ciclo cosmico di dieci anni, per cui se vi svegliate la mattina del 26 e vi sentite addosso un decennio in più, non è stato il polpettone della nonna.

Oggi è il primo giorno di inverno e ho sbattuto la testa nella trave della soffitta così forte che l’ho considerata una metafora poco poetica del raggiungimento dell’età quasi adulta. Dico quasi perché ancora stiro con un pacco di Abbracci Mulino Bianco in cima alla lavatrice, ma essere un adulto creativo può avere i suoi risvolti positivi -tipo, nel mio caso, il pacco di biscotti ha evitato che il ferro cadesse sfracellando il pavimento. Sfido la sorte, lo so.

A inizio dicembre ho passato una settimana folle tra esami e beghe di lavoro (compresi gli orari, le colleghe con manie di controllo e il presepe in ufficio, ma questa è un’altra storia) e mi aspettavo di avere ancora un briciolo di energia per dormire sonoramente i miei primi due giorni liberi e poi scatenare la fantasia con addobbi, carte da pacco, shopping e cioccolate calde. Niente di tutto questo.

Prima di tutto, quest’anno ho dato retta per la prima volta al motto postmodernista di Madre, per cui non solo less is more, ma meno si addobba meno c’ho da fare a rimettere a posto alla fine e spolverare nel frattempo. La resistenza a oltranza del mio spirito natalizio ha ceduto insieme ai residui della mia infanzia, con buona pace di Dickens e i natali passati presenti e futuri (lo so che parlo costantemente di mia madre, non fraintendetemi, è perché le voglio un bene dell’anima e le ho rotto da poco il frullatore).

In secondo luogo, mi sono ritrovata a percorrere avanti e indietro il centro commerciale della mia città cancellando freneticamente la lista dei regali da fare per trovare qualcosa di significativo almeno ai parenti più stretti, ma che allo stesso tempo non mi mandasse sul lastrico. Io adoro fare regali, sono una cosa da ricovero. Penso di avere schedati nel mio cervello i diversi tipi di persone che conosco, ognuno associato a un’area semantica, a un colore di riferimento e a un animale guida in base ai quali vorrei scegliere il regalo perfetto, salvo poi fare i conti con la carta di credito.

Poi, è arrivata la pseudo-influenza. Cioè, niente febbre, solo un mal di gola cane perché mi sono ostinata ad andare in giro con meno 2. Quindi sono finita agli arresti domiciliari con il termosifone a palla, per evitare di giocarmi del tutto le vacanze, ed è lì che è iniziata la meditazione. Mi sono resa conto che ho perso l’abitudine di guardare l’albero di Natale (il presepe non si fa più da quando avevo sette anni, perché impolvera), tanto che mi sono spaventata tornando a casa, l’altra sera, vedendo una presenza buia in un angolo.

Prima non ero così. O meglio, sono sempre stata più dalla parte del Grumpy cat che per Hello Kitty, ma lo considero una qualità da mettere nel curriculum. Piuttosto, le giornate hanno preso una piega vorticosa che prima non c’era, o almeno, se c’era, passava alla svelta, senza tanti strascichi. Ora non è solo il raffreddore che passa dopo tre settimane, ma anche lo stress, l’ansia da riunione di famiglia e la sbornia (basta una Tennent’s).

Quindi è per questo insieme di motivi che quando mi hanno chiesto, scherzando, che cosa volessi trovare sotto l’albero, ho quasi urlato LA TESI e ho spaventato tutti. Non che mi dispiaccia studiare, anzi, conto di farlo per il resto della mia vita, ma vorrei cambiare casa e città almeno per qualche mese e cominciare a farmi una vita più stabile di quella del pendolare di paese di campagna.

Babbo Natale, se mi senti, ho particolarmente bisogno di tranquillità quest’anno, ne va della mia salute mentale. Potresti cominciare dalla pace in Siria, tanto perché non mi fa vedere molto luminoso un futuro su cui ho investito gli ultimi dieci anni, ma se non arrivi a tanto, va bene anche lo Xanax formato famiglia. Ne metto due gocce nella brocca dell’acqua, a Natale.

Almeno ci va giù a tutti il polpettone.

By the way, tanti auguri a tutti e buona digestione!

 

racconti

Bambola

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Arrivò al campo una mattina che pioveva. Camminava strano, con il passo di chi non ha casa e non gliene importa più di tanto, e aveva gli occhi di un altro pianeta. Per la curiosa inerzia della gente, fu subito nota come Bambola.

La sistemarono in una tenda alla bell’e meglio, da sola, perché nessuno aveva chiesto di lei e lei non chiese la compagnia di nessuno. Aveva con sé soltanto una bambola col vestitino pulito e netto, scampato al diluvio, le lentiggini dipinte sul viso e un paio di trecce di lana marrone. A guardarla bene, sotto il nasino a punta, sbucava l’ombra di una bocca rosa che lei si divertiva ad aprire e chiudere come per fargli il solletico.

-Non sei un po’ grande per queste cose?
-Quali cose?
Aveva guardato l’impiegata dell’anagrafe con una lucidità allarmante. Attraverso i suoi sapienti occhiali la vecchia pensò che, di tutte le stranezze che le sfilavano davanti, una ragazza di al massimo sedici anni con una bambola di pezza, in fondo, non era la peggiore.
-Hai parenti, amici, conoscenti?
-No.
-Bagagli?
-No.
Compilando la scheda, la matita a un tratto si spuntò. L’impiegata, che in un altro momento avrebbe lanciato improperi dell’altro secolo, fissò il foglio dove un attimo prima c’era la riga continua e fluida del lapis; le tornò in mente la treccia di una bambola e il vestito a pois con la mantella rossa con tanto di cestino: la cappuccetto rosso di quando aveva quattro anni e che una mattina, svegliandosi, non trovò più. Corse difilato dalla mamma, che rispose tranquillamente ‘l’ho buttata. Te ne farò un’altra’. Si riscosse, guardò la ragazza con un accenno di tenerezza e si accorse che aveva gli occhi di un altro pianeta. Poi domandò:
-nome?
-Lily.
-Anni?
-Ventuno.

L’impiegata dell’anagrafe si bloccò ancora, ma la matita stavolta non si era spezzata. Fulminò Lily con lo sguardo e cancellò i suoi occhi di un altro pianeta. Posò la matita con tutta calma e con una mano sola, a cinque dita, distrusse il modulo di assegnazione mentre diceva un -si accomodi – pieno di stizza. I presenti si domandarono cosa avesse potuto fare di così grave una ragazza di al massimo sedici anni all’impiegata dell’anagrafe, che si era addirittura alzata per indicarle l’uscita.

Senza fare una piega, Lily se ne andò. La vecchia tornò a sedersi sul suo scanno come sessantacinque anni prima si era seduta sul letto ad aspettare, ma l’altra bambola non era arrivata, né il giorno dopo, né mai.

Così si era beccata la tenda e il nome di Bambola, anche se non pareva farci caso. Si aggirava tra le baracche tenute su da fascette di plastica, cercando di cacciare qualche topo per la cena. Ogni giorno passava un camion carico di cibo liofilizzato e se ne andava la sera carico di immondizia. Ogni tanto il camionista si affacciava dal finestrino gridando: -Bambola!- mentre il camion sterzava lungo la via del bosco, spruzzando di fango la sua tenda.

Lily non ci badava. Il suo carattere serio e la sua stirpe nordica l’avevano abituata a ben altri freddi che non fossero le occhiate di un’umanità ostile. Veniva dall’est e viaggiava da sola. Il diluvio l’aveva trovata sulla via di casa, quando da lontano si poteva già vedere la Manica. Aveva perso tutto: le calze di ricambio, il vestito buono, lo zaino e il bollitore, ma, in fondo, aveva preso l’imprevisto come l’opportunità di vedere un pezzo di mondo sconosciuto e che le ricordava tanto i campeggi estivi. Anche lì c’erano baracche e tende e bambini che si lavavano nudi nei secchi, e panni stesi ad asciugare prima che fossero del tutto puliti, per non consumare troppo il sapone di marsiglia. Anche allora aveva la sua bambola e la vestiva con la sua coperta, la sera, davanti al fuoco, quando il cibo non mancava e si arrostivano i marshmallow.

Poi, una sera, mentre era di ritorno alla sua tenda con tre furasacchi legati per la coda, Lily sentì un sasso rimbalzare sulla lamiera. Si fermò e vide l’ombra del camion dei rifornimenti dietro i primi alberi del boschetto. Riprese a camminare. Un altro sassolino rimbalzò sulla baracca di destra, senza che la consueta nuvola di bambini volasse tra le pozzanghere, nell’ultimo gioco della sera. Sapeva di non doversi voltare. La tela blu del camion ormai riluceva tra i rami secchi e le incandescenze del crepuscolo. Impercettibilmente, Lily portò una mano dietro la schiena e strinse un piedino della bambola, che teneva legata alla cintura come le maman africane si portano nei campi, sotto il sole subsahariano, i loro bambini color del buio.

-Portatela via, Mark, potrebbe farti il woodoo.

-Le bambole woodoo somigliano alle vittime, imbecille!

-Appunto, vedi come ti stanno le trecce!

-Prendi quei topi che ti ha lanciato sul muso, piuttosto, che sono buoni.

-Dai su, muoviti che ci hanno sentito…

-Tanto meglio. Noi portiamo a questa gente del cibo e puliamo via la loro merda. Scommetto che se anche quelli dell’amministrazione lo sapessero, ci darebbero ragione. Ce n’è da metter su un bel traffico di puttane.

-Scherzi? Quella della terza divisione ha messo su casa che è un gioiello, è riuscita anche a coltivare fiori. Te la sbatti un paio di volte e ci fa da mezzana.

-Sicuro come l’oro- disse Mark tirandosi su i pantaloni.

-Questa la prendo io. E tu, tesoro, cresci.

Uscirono, sputando in terra. Tornando verso la città, Mark lasciò il suo amico all’angolo tra la strada sterrata e l’inizio dei primi ruderi. Percorse un lungo rettilineo, svoltò sotto un cavalcavia da cui pendevano braccia di borragine e parcheggiò. Una volta a casa, Christie, la sua bambina, fu felicissima della bambola e la tenne stretta per tutta la cena. Poi se la portò nel letto e, il giorno dopo, a scuola.

Fu sorpresa, tornando a casa, che un amico di suo padre le offrisse un passaggio. Non lo aveva mai visto prima, ma le aveva suonato il clacson e aveva sorriso come se la conoscesse. Aprendo la portiera, l’aveva invitata a salire e aveva gridato:

-Bambola!


Racconto in concorso per Racconti nella Rete 2016

Avete tempo fino al 31/05/2016 per partecipare con i vostri racconti. I selezionati parteciperanno a LuccAutori 2016!

bullets

Baci da riscrivere

A Pasqua ho avuto l’obesità di ricevere un ovetto con doppia sorpresa: un bel portachiavi cuoricioso e una manciata di Baci Perugina. Il che prevede anche una terza sorpresa -una sorpresa nella sorpresa, e al gatto piacciono questo genere di sorprese… Se non fosse che pure Fedez si è messo a scrivere le frasi dei Baci: Help!

In risposta allo sciòc dolcifero-letterario, propongo di invertire la rotta e di scrivere i bigliettini dei Baci con un pizzico di sana cattiveria (di quelle che in amore si dicono, oppure non fidatevi: amore non è); quindi, eccone per esempio una decina, alcune realmente accadute, altre liberamente tratte da amici e parenti, altre inventate in pausa digestione:

 

1- chi ti ama ti segue, ma in genere usa Skype

2- se Maometto non va alla montagna, la montagna SI INCAZZA

3- se vuoi farti dei veri amici, offri del cibo

4- sentirsi dire ti amo non ha prezzo, ma anche un hai ragione va bene uguale

5- in amore vince chi fugge, stravince chi ti aspetta a casa

6-un bacio è una virgola rosa tra le parole lo finisci, quello?

7-i veri amici si riconoscono nel momento dell’esame

8- la cucina è sempre un atto d’amore, specialmente quando si brucia l’arrosto

9-amor ritornato e caffè riscaldato non sono mai buoni

10-l’amore è perdersi al supermercato dei cinesi,ma sapere esattamente in che reparto cercarsi

 

E voi, se nessuno vi vedesse, cosa vorreste scrivere nei Baci Perugina?

Al gatto, in fondo, basta che se magna!

=.=

 

 

articoli

Il rinascere della poesia

Oggi è la giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 e tante belle cose.

Oggi più che mai c’è da dribblare i versi della Merini citati a sproposito su selfie di ombelichi o peggio, foto di fiorellini-coniglietti-gattini con tanto di glitter: il classico salto del social delle giornate critiche.

Però ieri ho pensato una cosa: io la giornata della poesia l’avrei festeggiata con l’equinozio di autunno. Deve essere perché sono strana.

Però poi ho ripensato alla Merini e mi sono chiesta perché la poetessa più ricordata in questa occasione è anche quella su cui ci si è più rifiutati di parlare sul serio -e non voglio pensare che sia soltanto perché lei è nata il 21 marzo: non so quanti instagrammisti ne abbiano cognizione.

Spesso si semplifica. Non è sempre un male. Ma l’equazione poesia=coniglietti fuffosi passando per l’associazione con la primavera è potenzialmente un guaio sociale. Primo, perché si rischia che il gatto vada in giro a graffiare gente a caso. Secondo, perché la poesia, quando è poesia, è tutt’altro che pace dei sensi.

Prendiamo la Merini e la sua poesia più trita e ritrita in questa giornata funesta: Sono nata il 21 a primavera (vi prego, ignorate la canzone di Milva). Dopo il primo verso, in cui ‘primavera’ riecheggia proprio sul finale e tu dici ahh, che meraviglia nascere a primavera, magari ci fossi nato anch’io, ti rendi conto che c’è un grosso ‘ma’ subito a capo, per cui l’equazione poesia=primavera non è paciosa come sembra.

Per la Merini, fare poesia è sempre stato un processo carnale, ctonio, doloroso: ‘aprire le zolle’ dà proprio la ferita dell’aratro nella terra, cancellando qualsiasi idillio. Di qui, la ‘tempesta’ e poi niente meno che Proserpina, la regina dell’Oltretomba, che domina gli ultimi versi con il suo pianto che si scioglie nella sera.

Ora, Proserpina è una ragazza il cui destino è stato spezzato. Figlia di Cerere, la dea delle messi, è stata rapita da Plutone, suo zio, e costretta a sposarlo. Nella versione più felice del mito, Proserpina può tornare sei mesi l’anno sulla terra, mentre per altri sei mesi deve restare agli Inferi: si capisce bene quanto la Merini potesse vedere di se stessa in questa figura mitica, nel suo andirivieni dalle case di cura.

Il punto è che la poesia è, sì, una rinascita, ma non la semplice primavera che arriva e spazza via l’inverno, come una ditta delle pulizie pagata e puntuale. Il punto è che non è detto che la primavera arrivi: per trovarla bisogna affrontare la morte e sapere che non si può vincerla, ma si può almeno andare a fondo della vita -letteralmente ‘aprirla’ a metà- e svelarne il fiore nascosto. Vi sembra un processo così felice, fare poesia?

No. E allora festeggiatela seriamente, per quello che è. Maneggiatela con cura, perché è una roba infiammabile, che rischia di far esplodere le menti. Vivetela e non leggetela e basta. Questo compleanno del 21 marzo rischia di diventare la pietra tombale della poesia come creazione di modi di pensare aperti, alternativi e utili a tutte le persone in tutti i campi.

Con questa versione disinnescata della poesia come roba ‘a parte’, per accademici e donne in menopausa, ci tolgono una risorsa evolutiva per venderci un momento di svago per intenditori.

Chi vi dice che, la poesia, bisogna prendersi del tempo per leggerla, vi sta imbrogliando: potete leggerla anche di corsa in autobus, l’importante è che quando avete chiuso il libro non abbiate chiuso con la creazione di quella poesia, perché lei di sicuro, con voi non ha ancora finito.

Quindi, BUONA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA e quote responsibly.

O il gatto si arrabbia.

fff

pensieri, video

Quando sarò capace di amare

Nel mio paesaccio toscano scalcinato, agli inizi di luglio, hanno la brava idea del Festival Gaber.

C’era una ragazza a cantare in un angolo, con in sottofondo il rumore di una pianola; alta, mora, ironica, con un vestito a pallini blu un po’ voluminoso che le dava l’aria simpatica da campanella. Cantò La Nave, facendoci rollare dal ridere, e quando i bambini del pubblico avevano appena finito di fingere di vomitare, attaccò Quando Sarò Capace di Amare.

Ora, se tutte le luci sono sembrate di colpo accese intorno al campanile in ristrutturazione, in un angolo polverosissimo di un paese mezzo montanaro in cui il meteo aveva previsto un inavverato diluvio, come sarà stato dal vivo il Signor G, lo posso solo immaginare.

Ho ripescato un video che, a quanto pare, risale alla sua ultima apparizione in pubblico. La canzone era già bella cantata da un altro e va da sé. Però, la sua faccia canta da sola. Ci ho visto il ritratto di tutte le parole e, forse, anche del posto da dove provengono, che non so davvero se chiamare genio o altro, ma, da come lo guarda lui, deve essere qualcosa di poco diverso da un paradiso.

diario

I tram di Milano

Cara Milano,

ti do ancora mezza giornata, ma ho quasi deciso che non puoi convincermi. Saranno i balconi o le facciate larghe e dritte, le macchine o le strade che ti attraversano e non sembrano mai arrivare. Ti si può passare nel centro senza afferrarti, come una duna che si sfalda sotto i passi o il vento. Si può immaginare di mettersi in viaggio per te, ma, come un amante difficile, tu non ti dai -anche se lo sterrato e i fili d’erba tra i percorsi del tram hanno l’illusione di una terra, tu non sei terra e non hai angoli, né parti, né cuore.

photo by Stagniweb

 

diario

Guido

Com’era quel detto? Non dire gatto se non l’hai nel sacco? Ecco, il gatto mi si è recapitato a casa con tutto il sacco.

Da un anno a questa parte il gattino dei vicini aveva fatto del mio giardino il suo rifugio perché gli altri gatti, più grandi, lo scacciavano. C’è da precisare che ‘gattino dei vicini’ è dire tanto perché mia zia, la mia vicina di casa, alleva gatti allo stato brado: vanno e vengono come pare a loro e la vicina di là, uguale. Risultato: una colonia di gatti infestante tutto il vicinato (il fuggi-fuggi dei gatti spaparanzati al sole quando spunti nel vialetto con la buste della spesa è praticamente un rito di benvenuto).

Ecco, Guido, detto il ciringuito, era un gattino trovatello e affettuosissimo che non brillava certo per furbizia; la prima cosa che ha fatto, entrato nel cantiere che era casa mia a quel tempo, è stato piombare giù dal tetto della rimessa come un ferro da stiro. Poi l’abitudine di saltare di qua dal cancello si è consolidata, l’atterraggio perfezionato e l’antipatia degli altri gatti, pure. Insomma, Guido ha due anni suonati, ma continuano a suonargliele perché continua a giocare con tutto quello che passa sotto e sopra il suo naso. Così il giardino di casa mia è diventato il suo territorio, non certo grazie ai suoi artigli, ma al mio lancio-ciabatte in caso di inseguimento.

Però, da quando sono tornata, una settimana fa, ha preso un’abitudine strana. A parte la marpionaggine di strusciarsi in tutta la sua lunghezza naso-coda in cerchi concentrici intorno alle caviglie, quando lo chiamo, risponde. Non sono pazza, credo. Tiriamo avanti delle conversazioni di mezzore, -Guido! -Mao! -Guido! -Mao! tutto così. E poi, tra l’altro, ho cominciato a notare che ho perso interesse per gli altri gatti (sì, sto parlando del mio gatto in termini di militia amoris) perché, se non hanno quel muso un po’ per aria e gli occhietti interrogativi proprio non riescono a starmi simpatici.

Un po’ come quando prendi un paio di caffè innocenti con una persona e ti accorgi che effettivamente frequenti qualcuno. Un po’ come quando frequenti qualcuno e la vocina interiore che vorresti zittire in fondo lo sa che poi ti innamori. E ieri alla fine mi è pure scappato. Mi è scappato di dire ‘il mio gatto’ e tràcchete, ho pensato, ci siamo. Un anno di resistenza e poi, questo è il risultato. Vuoi vedere che si è avverata l’epifania del gatto?

diario, London diaries, poesia

Strangers

Autumn, where’s my lost love?

I used to ask the leaves

as they were letters you wrote

with your pale fingers in the wind

-but I can’t read your alphabet.

The word we never said

has found me near Virginia Water

and I was happy then, in my old

pair of shoes.

 

It was the last day of January

written on your skin

like a cold whirl of light

the light of ending things

-the smell of winter

leaves us incomplete

and in its grasp I couldn’t find

the reason why my foreign name

sounds so confused on your lips.

 

 

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diario, London diaries

L’Isola che c’è

Io sono già arrivata al mio obiettivo. Sono già quello che devo diventare. Non so la prossima mossa, del futuro non so niente, ma so cosa voglio diventare perché già lo sono. Come i bambini. Sono quello che fanno nei loro giochi ed è così che sono già grandi senza crescere mai.

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Cose belle

Di tutte le mie scoperte, recentemente ne ho fatta una più incredibile del Vegan Bacon. Credevo di viaggiare a caccia di un sogno e SBEM mi si è chiuso platealmente in faccia. Considerando il detto dalailamiano per cui non ottenere quello che vuoi può essere un colpo di fortuna, da un mese a questa parte ho ritenuto che fosse un colpo e basta.

Invece, poi ti svegli e scopri un altro lato di te che è come staccare la tua figurina in due dimensioni da un quadro un po’ stinto e fiondarla in un film in 4D. L’inizio della rivoluzione può riassumersi in tre fasi:

  1.  colorarsi i capelli di blu 
  2. non dire a mamma che il colore è temporaneo
  3. Skype with popcorn.

Ok, magari non è il massimo della scoperta, però funziona. Mi ha portato a capire (ma non mi chiedete come) che mi piace parecchio lavorare come editor ed insegnare italiano alle matricole di qui: sono così adorabili quando ruminano i nostri verbi con l’accento di Luca Giurato dopo tre giri di Vodka che me li strapazzerei tutti!

Magari ho l’occasione di cambiare davvero la mia vita e di trasformarla in qualcosa di rumoroso e coloratissimo (no, non in uno struzzo in technicolor). Chissà perché ho sempre pensato che le cose belle dovessero venire tutte da un’unica persona e spesso mi sono seduta lì ad aspettarla senza pensare che invece capitano random, e il fatto stesso che capitino non è una garanzia di destino.

Mi sono accorta che anche il modo in cui scrivo si era appiattito su questa sola dimensione e ho deciso di spettinarlo. Da adesso in poi voglio chiudere in un barattolo tutti i momenti belli per lasciare che esplodano a sorpresa -e questo mi fa venire in mente i coriandoli, che i carri sono già pronti e che quest’anno mi devo inventare il modo di portare la mia Viareggio quassù tra questi stinfi britannici.

Non sto a dirvi che ho tremila progetti, ma intanto vi lascio con una poesia di questo poeta giovanissimo che ho scoperto di fresco. Si chiama Jack Underwood e dà un bello schiaffo al cielo grigio di Londra con un fare sornione da prendere a morsi.

Oggi ho capito di quante cose è fatta la felicità.

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Source: Nuovi Argomenti

bullets, diario, London diaries

Elogio della Friendzone

Non è da quelli palesemente sbagliati che è buona norma prendere le distanze, ma da quelli quasi giusti: per quanto la decisione possa essere spinosa considerando che, magari, sia la massa muscolare che cerebrale del tizio sembrano a prima vista promettenti, avere scrupoli in questi casi è quantomeno illegale:

  1. mentre limona e si agita come un cavallo non potete fare a meno di pensare che il primo bacio pareva una duck-face

  2. vi porta il caffè a sorpresa con tre bustine di zucchero, senza ricordarsi che il caffè vi manda al pronto soccorso con le coronarie in concerto Heavy metal e, peggio ancora, che lo zucchero fa ingrassare

  3. si è convinto che sei la sua anima gemella perché, a mensa, i vostri occhi si sono improvvisamente cercati (e tu giù a spiegargli che in realtà avevi appena fatto schizzare un pezzo del tuo spiedino di pollo in quella direzione)

  4. fa i giochini alla mi cerchi tu ti cerco io, stile gatto col topo, ma non ha ben chiaro che di topi in giro non ce n’è

  5. la prima settimana si fa spontaneamente studio-lavoro-allenamento-camminata-sotto-la-pioggia per vederti ogni giorno due fottutissimi minuti e quella dopo lo chiami e manco ti fila perché “stanco del solito bar”

  6. manda messaggi di buongiorno e buonanotte con tanto di link su youtube e poi se ne esce fuori con la perla del non mi toccare pensare chiamare perché non mi piace chattare -e tu che ti stavi appena svegliando dalla tua stitichezza emotiva passi per l’appiccicosa di turno, il che rende la ciaffata molto facile

  7. le chiacchierate sui vostri piani spensierati per conquistare il mondo si adombrano di un “sai, mi sono lasciato da poco”.

Poi, noi donne siamo esigenti. Balle. Non vi chiediamo l’appuntamento perfetto, né di essere romantici sdolcinosi mano nella mano occhinegliocchi. Vi chiediamo di essere al 100% lì dove siete, semplicemente perché è lì con noi che volete stare. Se noi siamo lì, statene certi, è proprio per questa ragione. Perciò, per favore, siate alla nostra altezza, mostratevi uomini e non dodicenni quando vi diciamo la verità, e cioè che forse è meglio rimanere amici. E togliete pure il forse.

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Il filo

Maria spense anche l’ultimo telefono, quello di casa, attaccato a un filo troppo vecchio per connettersi con la sua vita. Si chiese cosa ci facesse ancora lì in un angolo e se mai vi fosse passata attraverso qualche sua parola. Si ricordò con un po’ di spavento che era solito chiamarla su Skype e, per essere sicura, staccò la spina al computer.

Fece scorrere una mano sulla scrivania e guardò il silenzio delle cose. Si immerse nella sedia da ufficio e pensò che, prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto riarredare quella casa. Avrebbero mosso i libri, scosso la polvere, magari ribaltato le sedie sui tavoli per pulire i pavimenti, come faceva sua madre nelle mattine di aprile, prima che arrivassero gli ospiti della domenica. Pensò a come gli uomini e le donne muovano le cose soltanto per rimetterle a posto e poi, incessantemente, le muovano ancora. Pensò a sette anni prima, a come non pensasse che ai suoi progetti quando l’aveva conosciuto.

Si scoprì a non sapere più che forma avesse un pensiero solitario, di quelli senza il sottofondo di nessuna voce ben nota, senza le parole che la facevano sorridere tra un’e-mail e l’altra, senza nessuno a scompigliarle i ricordi. All’improvviso, sentì il vuoto e cercò di immaginarsi la sua vita così come l’aveva interrotta, ma scoprì che l’altro capo del filo si era ficcato a fondo in qualche parte che somigliava al lato sinistro del suo corpo e, come un tendine reciso, non saltava fuori.

Volle spogliarsi, ma non sapeva da dove cominciare. Passò le dita intorno al collo e trovò il gancio della collana; così prese a sciogliere i nodi che le legavano il corpo, piegò uno sopra l’altro camicia e pantaloni e ad ogni piega si liberò di una lacrima per una vita vissuta costantemente altrove, credendo di appartenere altrove e ricevendo in cambio solo distanze.

Sfilò tra le tende del salotto e aprì la finestra. Si domandò se nessuno avrebbe notato il suo corpo appiattito sopra il cornicione. Posò un piede sul davanzale come si entra per la prima volta in una vita e tutto il tempo le si rovesciò addosso con il voltaggio di un filo dell’alta tensione.

Ma un apparecchio suonò: era il vecchio telefono di casa.

 

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Cambridge Greek Play: Prometeo e Rane

 

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È una cosa un po’ nerd un po’ scìc andare a vedersi due spettacoli in greco antico organizzati dalla University of Cambridge, un evento chiamato Cambridge Greek Play che si ripete ogni tre anni. È stata una delle giornate più folli della mia vita.

In questa edizione hanno proposto il Prometeo Incatenato (attribuito ad Eschilo) e le Rane di Aristofane -ed è una gioia che ancora mi fa saltare per tutta casa (cantando brekekekèx koàx koàx) poter dire io c’ero.

E c’ero non come classicista, ma come chi attende che si alzi il sipario chiedendosi se quello a cui sta per assistere faceva tacere all’unisono anche gli spettatori nell’Atene del V secolo o se le grida di Prometeo inchiodato alla roccia facevano tremare la platea anche allora.

Dopo aver studiato per anni il teatro greco, mi ha messo i brividi poter vedere le scene che avevo sempre immaginato e sentir cantare i metri lirici su cui ho passato l’estate: sul palco davanti a me, rumorosa e coloratissima, tutta quella roba che sui libri non sembrava, ma che invece è vita. E non solo lo è stata, ma lo è ancora con l’entusiasmo e il talento degli attori, quasi tutti studenti di Cambridge, laureandi o neo laureati.

Sfogliare le loro biografie sulle pagine del libretto dell’opera mi ha messo ancora di più i brividi: sono tutti ragazzi, proprio come me, che portano avanti una tradizione plurimillenaria con i loro corpi e le loro voci -e mentre leggevo quelle pagine ho avuto la chiara impressione di cosa significhi veramente studiare.

Per studiare davvero non è che ti chiudi in biblioteca davanti al computer. Nemmeno scrivere è sufficiente. Studi davvero quando quello che fai ti cambia, ma non nel modo di parlare o pensare, ti cambia proprio nelle ossa, con un’esperienza di incontro per cui non guarderai niente allo stesso modo.

Per farla breve, ho avuto proprio la sensazione fisica non della semplice presenza degli attori, ma del tempo rappresentato dalle loro persone; i secoli di storia, di commento, di studio si sono di colpo materializzati in una sola parola: amore.

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È solo per amore infatti che si porta avanti una tradizione agli occhi del mondo così inutile e trita, così incomprensibile eppure non solo vera, ma viva perché fatta di persone oggi come allora. E mi sono sentita felice di appartenere al mondo della filologia, una parola così bella da tenere insieme secoli di storia e pensiero, portandoli avanti con tanto ragionamento, tecnica e scienza, ma prima di tutto amore.

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Pronti a correre!

Sarà che sono lontana, sarà che qui le tastiere non hanno le vocali accentate (e ancora mi chiedo se ci sia un modo per farle spuntare, tipo una combinazione ipertecnologica di tasti che non scoprirò mai).

Sarà che sabato abbiamo passato un’allegra serata al ristorante italiano e gli spaghetti erano allo scoglio nel senso che allo scoglio si aggrappavano per non affogare nel sugo, ma e stato strabiliante uscire “a mangiare italiano” come in Italia si va con gli amici a mangiare il sushi.

Sarà che non avrei mai pensato di poterlo pensare, ma Mengoni è veramente un genio. Non so se avete ascoltato Pronto a correre, ma io me la sono sciroppata un fantastiliardo di volte e come mi garba. Parla di me, di noi, della forza che ci vuole per andare avanti e del bello dei sogni quando vai e li realizzi: non hai piu la testa fra le nuvole, ma ci metti i piedi, nelle nuvole, e cominci a correre.