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Recensione_Cent’anni di Solitudine

Non amo particolarmente finire le cose. Ho dato la caccia a Cent’anni di solitudine, ma era esaurito sia in biblioteca che in libreria. Sia chiaro, bastava andare alla Mondadori o alla Feltrinelli per avere il libro nel giro di mezz’ora, ma il gatto finanzia le librerie storiche a conduzione familiare perché è fatto così. Comunque, messe le grinfie sul libro grazie a un prestito, ne ho divorata metà in poco meno di due giorni. Però poi ho visto che, paradossalmente, Cent’anni di solitudine mi faceva compagnia.

Quindi ho tirato il freno a mano e ho fatto inversione alla Vin Diesel. L’ho riletto avanti e indietro, ho piluccato qualche pagina più avanti e con questo tira e molla l’ho tenuto sul comodino per quasi due mesi. Mi piaceva pensare che l’incanto della famiglia Buendía continuasse un po’ oltre il tempo che ci vuole a finire poco meno di quattrocento pagine.

So che coi libri sono un po’ bulimica perché sono riuscita a sciropparmi trecento pagine in una notte e a stiracchiarne tre per una settimana, però sono convinta che i libri servano a qualcosa di più che a potersi vantare di averli letti. Molti ti lasciano qualcosa dentro e ci vuole del tempo perché cresca e vada oltre la semplice sensazione. Quello che sono riuscita a capire, leggendo, è che Márquez non a caso ha esordito la sua grande carriera con questo romanzo -e, non a caso, nonostante l’industria fagocitante di libri, tuttora non è facile trovarlo.

Quello che mi sembra più attuale, del libro, è la mancanza e insieme la creazione di un incanto. Già nella prefazione, che, nell’edizione che ho letto, è a cura di non so chi per la biblioteca di Repubblica, ci si stupisce che Márquez abbia dato una ventata di novità al paesaggio rinsecchito del novecento. Forse, dalla Colombia, ha potuto portare quello che nella vecchia Europa i vecchi intellettuali, già decrepiti prima dei trent’anni, davano per scontato: e cioè che in un romanzo in cui vi siano ancora fantasmi, profezie, magia, e personaggi dotati di forza interiore non siamo per forza ai livelli di un libro per l’infanzia.

Mi spiego meglio. Per quello che ho avuto l’opportunità di vedere, Márquez è spesso liquidato con un ‘sì, bello, ma poco moderno’ dai professori della critica non ingenua. Ma nessuno si è accorto che la letteratura, per non diventare asfittica, ha bisogno di credere in queste magie? Se credere non è illudersi, penso che sia illusa molta più letteratura postmoderna, intrisa della certezza di poter svelare ogni cosa e, che dietro al non-senso di tutto ci sia, appunto, una certezza.

Invece Márquez, in Cent’anni di solitudine, spalanca le porte al possibile in letteratura così come quella gran donna di Ursula spalanca le porte della sua casa per accogliere l’imprevedibile e l’insensato, anche se questo non salverà la sua stirpe dalle formiche rosse. Quello che voglio dire è che adesso stiamo riguadagnando a colpi di editoria alternativa quello che era già nostro e che abbiamo rifiutato per paura. Il postmoderno, con tutte le sue finzioni, serve a conoscere il precipizio che allontana la letteratura dalla realtà, ma non serve ad andare avanti così come a un funambolo serve assai poco guardare giù.

Márquez non nega che ci sia una grossa, enorme, straziante mancanza di senso nella vita della famiglia Buendía. Basti pensare alla chiara sensazione del colonnello Aureliano, le cui trentadue guerre saranno spazzate via dalla memoria di tutti insieme ai suoi diciassette figli, di aver combattuto per inerzia in una lotta innecessaria che, però, una volta finita, non può comunque dargli la pace. E’ solo la morte che resta e questo nel libro non viene nascosto, ma allo stesso tempo non viene nascosta la vita. Io credo che il girare in tondo di questi personaggi -che sono, così come abbiamo imparato a scuola, niente più che brave funzioni letterarie- sia più vivo del girare in tondo delle nostre stesse esistenze.

Questo perché, insieme alla mancanza di qualsiasi perché, si dà l’assoluta libertà del possibile, senza nessuna finzione dovuta alla paura. Mi piaceva, anzi la tranquillità narrativa con cui, nel libro, poteva accadere di tutto senza retorica e senza che ai personaggi fosse concessa alcuna malinconia o ribellione. Questo perché, con i suoi fantasmi e le sue illusioni, Márquez ha reso il dagherrotipo della vita più reale della vita stessa.

E’ di questo che abbiamo bisogno oggi in questa dannatissima congiuntura storica: non di dimenticarci della mancanza di senso della vita in politiche e religioni totalitarie né di abbandonarci alla sterilità di un’esistenza bacata e arresa. Mi piace pensare che si possa ancora tenere insieme la vita per quel che è, anche in letteratura, come lo è sempre stata nelle più grandi opere occidentali dall’Iliade in poi. Cent’anni di solitudine è un buon esempio per cominciare, come già lo è L’amore ai tempi del colera, che ho amato per come fa capire quante cose è l’amore senza dire ‘amore’ nemmeno una volta.

Ma questa è un’altra storia.

articoli

Il grande sogno

Sono trrroppo pigra in questi giorni, ma la settimana scorsa mi sono scollata dal divano per andare a vedere DiCaprio. E’ moolto migliorato dai tempi in cui era uno sbarbatello, quasi quasi mi ci affilerei le unghie!

Ho sentito pareri discordanti sul film, dai puristi che si dicono delusi per via delle musiche remixate a chi ci legge soprattutto una condanna sociale, ma.. Di che? Secondo me la società c’entra, ma fino a un certo punto. Il cuore della storia di Gatsby, nel libro e nel film, è il sogno.

Penso che il film sia di grande effetto proprio perché rende la sensazione, la trama sottile e preziosa di un sogno. Anche le musiche sono orientate in questo senso: quando le immagini sono dense, al rallentatore, partono i pezzi moderni; quando invece le scene rappresentano la realtà dei fatti si sente in sottofondo la musica d’epoca anni ’20.

Insomma, la storia di Gatsby mette in evidenza come sia bello e insieme pericoloso vivere un sogno e quanto coraggio e quanta forza ci voglia per non confonderlo con la realtà. In fondo, Gatsby aveva ottenuto soldi e successo, ma il suo sogno di felicità sfuma proprio perché ne è troppo innamorato: ama una donna che non sa ricambiarlo, ma lui non vuole, non può vederlo.

Nelle ultime parole dell’amico, quando, salutandolo, gli dice che lui, Gatsby, è migliore di tutti loro, se proprio vuoi analizzarlo dal punto di vista sociale, puoi vedere al massimo una critica alla borghesia ipocrita e incapace di veri sentimenti.

Il punto è che i sogni sono importanti, ma ancora più importante è aprire gli occhi, e vivere la vita davvero, non solo con l’immaginazione. Altrimenti diventa un circolo chiuso che non si alimenta e il sogno finisce, insieme alla vita.

E voi, avete visto il film? A che squadra appartenete: puristi, socialmente impegnati o sognatori?

Baci, Uovadi.

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Intervista gattosa e Blog Award!

wpid-liebster

Un grazie speciale a Francesco Diliddo, che sul suo blog balconefiorito.wordpress.com mi ha nominata per il Il Liebster Blog Award!

Il Liebster Blog Award è un omaggio che premia i blog con un numero di followers inferiore a 200 dando loro la possibilità di farsi conoscere attraverso il passaparola.

Tra l’altro, Colgo l’occasione per ringraziarvi con un abbraccio gattoso, visto che ho avuto giusto il tempo di scrivere questo e un altro paio di post che siete diventati 211 e SONO IN BOTTA PAZZESCA VI AMO TUTTI!!

Cooomunque, per ritirare il premio, una volta ottenuta la nomination si deve:

  1. Ringraziare i blog che ti hanno nominato e assegnato il premio
  2. Rispondere a 11 domande scrivendo 11 cose che parlano di te
  3. Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower;
  4. Formulare le tue 11 domande per il/la BLOGGER che nominerai;
  5. Informare i blogger del premio assegnato.

Perciò passiamo alla seconda fase: siete pronti? Siete caldi? Partenza, via!

1. Il tuo colore preferito?

Dai, è facile. Azzurro scia di nave: è più azzurro dell’azzurro cielo e più verde del verde acqua. Non ditemi che non l’avete mai visto!

2. Che cosa sei nel linguaggio dei fiori?

Una margherita bianca e paciosa, di quelle con tanti petali ciccioni che sanno di primavera

3. Mare o montagna?

MARE TUTTA LA VITAA. Quando guardo il mare riesco a fermare quel macinino che è il mio cervello e non pensare meravigliosamente a nulla. Sto una favola

4. L’ultimo libro che hai letto?

Mi sono data al classico, ultimamente ho rispolverato la Bibbia. Il Cantico dei Cantici è di una bellezza spaventosa

5. Pizza o gelato?

Pizza. Con acciughe, grazie

6. Sei sportivo, casual o elegante?

Sportivo, sportiviss… Zzzz ronf ronf. Ehm, facciamo elegante

7. Qual è il tuo libro preferito?

Se dico Divina Commedia fa troppo radical scìc?

8. Poesia o prosa?

Poesia, poesia poesia all’infinito più uno

9. Cinema o teatro?

TEATRO, capperi! Mi sono anche messa a recitare in una compagnia negli ultimi mesi. E’ una roba troppo divertente, mi devono tirare giù dal palco a quattro mani, non vorrei MAI scendere

10. Mostra d’arte o concerto?

La musica è la migliore arte

11. In quale profumo ti riconosci?

Il profumo del mare

Passando alle nominations:

http://va88lentina.wordpress.com/

http://trivelife.wordpress.com/

http://articolamente.wordpress.com/

http://storytelling2012.wordpress.com/

http://giardinaggioirregolare.com/

http://dawnotdown.wordpress.com/

http://jeaniepooh.wordpress.com/

http://amoreplatonico.wordpress.com/

http://arielisolabella.wordpress.com/

http://incautapazienza.wordpress.com/

http://memolando.wordpress.com/

Ed ecco le 11 domande:

  1. qual è il tuo animale preferito?
  2. se fossi un gatto e quindi avessi nove vite, quante te ne sarebbero rimaste attualmente?
  3. quando guardi il mare, cosa pensi?
  4. qual è l’attrice/attore che non potresti fare a meno di baciare anche se sei iperfidanzato/a?
  5. scrivi un diario?
  6. se potessi cambiare città, dove andresti?
  7. credi al colpo di fulmine?
  8. capelli lunghi o corti?
  9. qual è il libro che detesti di più in assoluto?
  10. qual’è la cosa che ti rende più triste?
  11. adesso, sei felice?

Un bacio immenso e con i baffi!

Mao a tutti!!

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Venuto al mondo

Ieri Venuto al Mondo mi ha definitivamente tolto l’aria.

Credevo tantissimo nella Cruz, che invece non mi ha dato granché. Tutto il film è giocato sul dibattersi di una coppia che non può avere figli, ma il desiderio di un figlio, quello non si sente. Manca qualcosa, dall’inizio alla fine, manca pienezza, dalla famiglia di Diego agli ovuli ciechi di Gemma. Ma nella lotta per recuperare la pienezza non si sente la spinta del desiderio.

La trama è forte, le scene serrate; Castellitto ha fatto un buon lavoro. Il fatto è che il primo -primissimo- piano sulla sterilità di Gemma e sul mancato rapporto madre – figlio (su Pietro taccio: dovrebbe essere la pietra miliare del film, invece fa solo rabbia) uccide lo spazio del desiderio.

In questo film c’è troppa luce, tanta che non si vedono le ombre. E per rappresentare una madre, di ombra, ce ne vuole. Dicevo, la Cruz mi ha deluso perché la parte non le va a genio, anzi. Nei silenzi, nei ricordi, Gemma mi sembra una donna passiva, che invece di fare di tutto pur di avere un figlio ripiega e si accontenta del primo venuto (al mondo).

Non ho letto il libro, ma a questo punto devo assolutamente metterci le grinfie, dato che le recensioni a proposito cantano.

Qualcuno ha visto il film? Avete letto il libro della Mazzantini? Spero che le parole riescano a sfumare quello che le immagini purtroppo hanno appiattito.

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Cinquanta sfumature di aiuto

Finita la lista formato mini che la mamma ha intitolato sguinzagliamento per dirmi con tanto amore che l’aiuto di più nella spesa se non le sto lì a chiedere in cosa posso aiutarla, mi parcheggio al reparto libri.

Vedere come cominciano è la mia curiosità più grande. Non so voi, ma i libri li studio, mica li leggo e basta. Ad altezza di naso ti trovo Gli inseparabili, fiammante premio strega, che comincia con una frase sentenziosa su se stessi e gli altri e mi fa venire immediatamente l’orticaria: prende le cose alla lontana, fa i giri lunghi come una poiana con la congiuntivite.

Prendo la nuova edizione de L’Alchimista di Coelho e capisco perché è Paulo Coelho. Prima di tutto, l’epigrafe è tratta dai Vangeli: la più scontata che esista e la più efficace quando sai quello che fai (son bravi tutti ad evitare i luoghi comuni e fare cianfrugli di frasi mai viste). Me lo ricordo a memoria: il ragazzo si chiamava Santiago. Tràc, hinc et nunc, e prova a scordartelo.

Poi agguanto a caso Cinquanta sfumature di rosso (o era nero?) non sapendo quale dei tre fosse il primo. Fatto sta che in uno trovo l’elenco di ringraziamenti mielosi alle persone che, il libro, secondo me gliel’hanno scritto. Poi mi accorgo che in tutti e tre c’è un inizio confuso, con punti e virgole tirati a caso, frasi spezzate da fiatone post coito, e che in tutti e tre c’è lei, uno che è tornato e la mamma.

Io non sono giunta a conclusioni particolari, tranne una un po’ volgare che tengo per me. Ma mi piacerebbe davvero studiare com’è fatta questa trilogia (e se qualcuno mi risponde col cazzo direi che ha ragione).

Comunque, se passasse di qui un estimatore, chiedo lumi sulla faccenda perché, al momento, vedo cinquanta sfumature di bigio.

citazioni

Dire il mare

Dire il mare. Perché è quello che ci resta. Perché davanti a lui, noi senza croci, senza vecchi, senza magia, dobbiamo pur averla un’arma, qualcosa, per non morire in silenzio, e basta.

A. Baricco,

Oceano Mare.