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Il rinascere della poesia

Oggi è la giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 e tante belle cose.

Oggi più che mai c’è da dribblare i versi della Merini citati a sproposito su selfie di ombelichi o peggio, foto di fiorellini-coniglietti-gattini con tanto di glitter: il classico salto del social delle giornate critiche.

Però ieri ho pensato una cosa: io la giornata della poesia l’avrei festeggiata con l’equinozio di autunno. Deve essere perché sono strana.

Però poi ho ripensato alla Merini e mi sono chiesta perché la poetessa più ricordata in questa occasione è anche quella su cui ci si è più rifiutati di parlare sul serio -e non voglio pensare che sia soltanto perché lei è nata il 21 marzo: non so quanti instagrammisti ne abbiano cognizione.

Spesso si semplifica. Non è sempre un male. Ma l’equazione poesia=coniglietti fuffosi passando per l’associazione con la primavera è potenzialmente un guaio sociale. Primo, perché si rischia che il gatto vada in giro a graffiare gente a caso. Secondo, perché la poesia, quando è poesia, è tutt’altro che pace dei sensi.

Prendiamo la Merini e la sua poesia più trita e ritrita in questa giornata funesta: Sono nata il 21 a primavera (vi prego, ignorate la canzone di Milva). Dopo il primo verso, in cui ‘primavera’ riecheggia proprio sul finale e tu dici ahh, che meraviglia nascere a primavera, magari ci fossi nato anch’io, ti rendi conto che c’è un grosso ‘ma’ subito a capo, per cui l’equazione poesia=primavera non è paciosa come sembra.

Per la Merini, fare poesia è sempre stato un processo carnale, ctonio, doloroso: ‘aprire le zolle’ dà proprio la ferita dell’aratro nella terra, cancellando qualsiasi idillio. Di qui, la ‘tempesta’ e poi niente meno che Proserpina, la regina dell’Oltretomba, che domina gli ultimi versi con il suo pianto che si scioglie nella sera.

Ora, Proserpina è una ragazza il cui destino è stato spezzato. Figlia di Cerere, la dea delle messi, è stata rapita da Plutone, suo zio, e costretta a sposarlo. Nella versione più felice del mito, Proserpina può tornare sei mesi l’anno sulla terra, mentre per altri sei mesi deve restare agli Inferi: si capisce bene quanto la Merini potesse vedere di se stessa in questa figura mitica, nel suo andirivieni dalle case di cura.

Il punto è che la poesia è, sì, una rinascita, ma non la semplice primavera che arriva e spazza via l’inverno, come una ditta delle pulizie pagata e puntuale. Il punto è che non è detto che la primavera arrivi: per trovarla bisogna affrontare la morte e sapere che non si può vincerla, ma si può almeno andare a fondo della vita -letteralmente ‘aprirla’ a metà- e svelarne il fiore nascosto. Vi sembra un processo così felice, fare poesia?

No. E allora festeggiatela seriamente, per quello che è. Maneggiatela con cura, perché è una roba infiammabile, che rischia di far esplodere le menti. Vivetela e non leggetela e basta. Questo compleanno del 21 marzo rischia di diventare la pietra tombale della poesia come creazione di modi di pensare aperti, alternativi e utili a tutte le persone in tutti i campi.

Con questa versione disinnescata della poesia come roba ‘a parte’, per accademici e donne in menopausa, ci tolgono una risorsa evolutiva per venderci un momento di svago per intenditori.

Chi vi dice che, la poesia, bisogna prendersi del tempo per leggerla, vi sta imbrogliando: potete leggerla anche di corsa in autobus, l’importante è che quando avete chiuso il libro non abbiate chiuso con la creazione di quella poesia, perché lei di sicuro, con voi non ha ancora finito.

Quindi, BUONA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA e quote responsibly.

O il gatto si arrabbia.

fff

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Recensione_Cent’anni di Solitudine

Non amo particolarmente finire le cose. Ho dato la caccia a Cent’anni di solitudine, ma era esaurito sia in biblioteca che in libreria. Sia chiaro, bastava andare alla Mondadori o alla Feltrinelli per avere il libro nel giro di mezz’ora, ma il gatto finanzia le librerie storiche a conduzione familiare perché è fatto così. Comunque, messe le grinfie sul libro grazie a un prestito, ne ho divorata metà in poco meno di due giorni. Però poi ho visto che, paradossalmente, Cent’anni di solitudine mi faceva compagnia.

Quindi ho tirato il freno a mano e ho fatto inversione alla Vin Diesel. L’ho riletto avanti e indietro, ho piluccato qualche pagina più avanti e con questo tira e molla l’ho tenuto sul comodino per quasi due mesi. Mi piaceva pensare che l’incanto della famiglia Buendía continuasse un po’ oltre il tempo che ci vuole a finire poco meno di quattrocento pagine.

So che coi libri sono un po’ bulimica perché sono riuscita a sciropparmi trecento pagine in una notte e a stiracchiarne tre per una settimana, però sono convinta che i libri servano a qualcosa di più che a potersi vantare di averli letti. Molti ti lasciano qualcosa dentro e ci vuole del tempo perché cresca e vada oltre la semplice sensazione. Quello che sono riuscita a capire, leggendo, è che Márquez non a caso ha esordito la sua grande carriera con questo romanzo -e, non a caso, nonostante l’industria fagocitante di libri, tuttora non è facile trovarlo.

Quello che mi sembra più attuale, del libro, è la mancanza e insieme la creazione di un incanto. Già nella prefazione, che, nell’edizione che ho letto, è a cura di non so chi per la biblioteca di Repubblica, ci si stupisce che Márquez abbia dato una ventata di novità al paesaggio rinsecchito del novecento. Forse, dalla Colombia, ha potuto portare quello che nella vecchia Europa i vecchi intellettuali, già decrepiti prima dei trent’anni, davano per scontato: e cioè che in un romanzo in cui vi siano ancora fantasmi, profezie, magia, e personaggi dotati di forza interiore non siamo per forza ai livelli di un libro per l’infanzia.

Mi spiego meglio. Per quello che ho avuto l’opportunità di vedere, Márquez è spesso liquidato con un ‘sì, bello, ma poco moderno’ dai professori della critica non ingenua. Ma nessuno si è accorto che la letteratura, per non diventare asfittica, ha bisogno di credere in queste magie? Se credere non è illudersi, penso che sia illusa molta più letteratura postmoderna, intrisa della certezza di poter svelare ogni cosa e, che dietro al non-senso di tutto ci sia, appunto, una certezza.

Invece Márquez, in Cent’anni di solitudine, spalanca le porte al possibile in letteratura così come quella gran donna di Ursula spalanca le porte della sua casa per accogliere l’imprevedibile e l’insensato, anche se questo non salverà la sua stirpe dalle formiche rosse. Quello che voglio dire è che adesso stiamo riguadagnando a colpi di editoria alternativa quello che era già nostro e che abbiamo rifiutato per paura. Il postmoderno, con tutte le sue finzioni, serve a conoscere il precipizio che allontana la letteratura dalla realtà, ma non serve ad andare avanti così come a un funambolo serve assai poco guardare giù.

Márquez non nega che ci sia una grossa, enorme, straziante mancanza di senso nella vita della famiglia Buendía. Basti pensare alla chiara sensazione del colonnello Aureliano, le cui trentadue guerre saranno spazzate via dalla memoria di tutti insieme ai suoi diciassette figli, di aver combattuto per inerzia in una lotta innecessaria che, però, una volta finita, non può comunque dargli la pace. E’ solo la morte che resta e questo nel libro non viene nascosto, ma allo stesso tempo non viene nascosta la vita. Io credo che il girare in tondo di questi personaggi -che sono, così come abbiamo imparato a scuola, niente più che brave funzioni letterarie- sia più vivo del girare in tondo delle nostre stesse esistenze.

Questo perché, insieme alla mancanza di qualsiasi perché, si dà l’assoluta libertà del possibile, senza nessuna finzione dovuta alla paura. Mi piaceva, anzi la tranquillità narrativa con cui, nel libro, poteva accadere di tutto senza retorica e senza che ai personaggi fosse concessa alcuna malinconia o ribellione. Questo perché, con i suoi fantasmi e le sue illusioni, Márquez ha reso il dagherrotipo della vita più reale della vita stessa.

E’ di questo che abbiamo bisogno oggi in questa dannatissima congiuntura storica: non di dimenticarci della mancanza di senso della vita in politiche e religioni totalitarie né di abbandonarci alla sterilità di un’esistenza bacata e arresa. Mi piace pensare che si possa ancora tenere insieme la vita per quel che è, anche in letteratura, come lo è sempre stata nelle più grandi opere occidentali dall’Iliade in poi. Cent’anni di solitudine è un buon esempio per cominciare, come già lo è L’amore ai tempi del colera, che ho amato per come fa capire quante cose è l’amore senza dire ‘amore’ nemmeno una volta.

Ma questa è un’altra storia.

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Cambridge Greek Play: Prometeo e Rane

 

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È una cosa un po’ nerd un po’ scìc andare a vedersi due spettacoli in greco antico organizzati dalla University of Cambridge, un evento chiamato Cambridge Greek Play che si ripete ogni tre anni. È stata una delle giornate più folli della mia vita.

In questa edizione hanno proposto il Prometeo Incatenato (attribuito ad Eschilo) e le Rane di Aristofane -ed è una gioia che ancora mi fa saltare per tutta casa (cantando brekekekèx koàx koàx) poter dire io c’ero.

E c’ero non come classicista, ma come chi attende che si alzi il sipario chiedendosi se quello a cui sta per assistere faceva tacere all’unisono anche gli spettatori nell’Atene del V secolo o se le grida di Prometeo inchiodato alla roccia facevano tremare la platea anche allora.

Dopo aver studiato per anni il teatro greco, mi ha messo i brividi poter vedere le scene che avevo sempre immaginato e sentir cantare i metri lirici su cui ho passato l’estate: sul palco davanti a me, rumorosa e coloratissima, tutta quella roba che sui libri non sembrava, ma che invece è vita. E non solo lo è stata, ma lo è ancora con l’entusiasmo e il talento degli attori, quasi tutti studenti di Cambridge, laureandi o neo laureati.

Sfogliare le loro biografie sulle pagine del libretto dell’opera mi ha messo ancora di più i brividi: sono tutti ragazzi, proprio come me, che portano avanti una tradizione plurimillenaria con i loro corpi e le loro voci -e mentre leggevo quelle pagine ho avuto la chiara impressione di cosa significhi veramente studiare.

Per studiare davvero non è che ti chiudi in biblioteca davanti al computer. Nemmeno scrivere è sufficiente. Studi davvero quando quello che fai ti cambia, ma non nel modo di parlare o pensare, ti cambia proprio nelle ossa, con un’esperienza di incontro per cui non guarderai niente allo stesso modo.

Per farla breve, ho avuto proprio la sensazione fisica non della semplice presenza degli attori, ma del tempo rappresentato dalle loro persone; i secoli di storia, di commento, di studio si sono di colpo materializzati in una sola parola: amore.

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È solo per amore infatti che si porta avanti una tradizione agli occhi del mondo così inutile e trita, così incomprensibile eppure non solo vera, ma viva perché fatta di persone oggi come allora. E mi sono sentita felice di appartenere al mondo della filologia, una parola così bella da tenere insieme secoli di storia e pensiero, portandoli avanti con tanto ragionamento, tecnica e scienza, ma prima di tutto amore.

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Il grande sogno

Sono trrroppo pigra in questi giorni, ma la settimana scorsa mi sono scollata dal divano per andare a vedere DiCaprio. E’ moolto migliorato dai tempi in cui era uno sbarbatello, quasi quasi mi ci affilerei le unghie!

Ho sentito pareri discordanti sul film, dai puristi che si dicono delusi per via delle musiche remixate a chi ci legge soprattutto una condanna sociale, ma.. Di che? Secondo me la società c’entra, ma fino a un certo punto. Il cuore della storia di Gatsby, nel libro e nel film, è il sogno.

Penso che il film sia di grande effetto proprio perché rende la sensazione, la trama sottile e preziosa di un sogno. Anche le musiche sono orientate in questo senso: quando le immagini sono dense, al rallentatore, partono i pezzi moderni; quando invece le scene rappresentano la realtà dei fatti si sente in sottofondo la musica d’epoca anni ’20.

Insomma, la storia di Gatsby mette in evidenza come sia bello e insieme pericoloso vivere un sogno e quanto coraggio e quanta forza ci voglia per non confonderlo con la realtà. In fondo, Gatsby aveva ottenuto soldi e successo, ma il suo sogno di felicità sfuma proprio perché ne è troppo innamorato: ama una donna che non sa ricambiarlo, ma lui non vuole, non può vederlo.

Nelle ultime parole dell’amico, quando, salutandolo, gli dice che lui, Gatsby, è migliore di tutti loro, se proprio vuoi analizzarlo dal punto di vista sociale, puoi vedere al massimo una critica alla borghesia ipocrita e incapace di veri sentimenti.

Il punto è che i sogni sono importanti, ma ancora più importante è aprire gli occhi, e vivere la vita davvero, non solo con l’immaginazione. Altrimenti diventa un circolo chiuso che non si alimenta e il sogno finisce, insieme alla vita.

E voi, avete visto il film? A che squadra appartenete: puristi, socialmente impegnati o sognatori?

Baci, Uovadi.

poesia

Tre spunti da Alda Merini

Ha una voce di madre che cammina

l’amore che diventa la mia tomba

dacché non mi comanda.

Sul parabrezza della tua auto

ci vorrebbe una stella che cadesse

per mandare in frantumi i tuoi cristalli

e per fare un amore senza fine.

Piange la follia nel mio letto

assurda memoria di altri momenti.

In me tutti amano la follia

e io la venero,

straordinario balcone di canto

ma nessuno ama la donna

che si brucia allo specchio.

Nessuno sa che cosa sia il piacere

di reggere il lume della pazienza

attraverso strade infeconde

liberando momenti di solitudine.

Paiono orrende torture

ma intanto mangi e bevi e vai avanti

dopo aver conosciuto l’embrione

che ti ha dimenticato.

La cosa più superba è la notte

quando cadono gli ultimi spaventi

e l’anima si getta all’avventura.

Lui tace nel tuo grembo

come riassorbito dal sangue

che finalmente si colora di Dio

e tu preghi che taccia per sempre

per non sentirlo come un rigoglio fisso

fin dentro le pareti.

http://www.aldamerini.it/

traduzioni

The Love Song of J. Alfred Prufrock

Su andiamo, io e te,
Quando la sera è stesa contro il cielo
Come un paziente sul il tavolo dell’anestesia;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Ritiri mormoranti
Di notti inquiete in alberghi da un soldo
E ristoranti di segatura e gusci d’ostrica;
Strade che seguono come una conversazione noiosa
Dall’insidioso intento
Di portarti a una domanda inarrestabile…
Oh, non chiedere cos’è
Andiamo a fare la nostra visita.

Nei salotto le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che si gratta la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che si gratta il muso contro i vetri,
Leccò con la lingua agli angoli della sera,
Indugiò sulle pozzanghere nei canali di scolo,
Si lasciò cadere sulla schiena la fuliggine che scende dai comignoli,
Scivolò accanto al terrazzo, fece un balzo improvviso,
E visto che era una soffice sera di ottobre,
Si raggomitolò una volta intorno alla casa e si assopì.

E infatti ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Grattandosi la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per preparare una faccia e incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e pongono una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo ancora per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un toast col tè.

T.S. Eliot, The love song of J. Alfred Prufrock vv. 1-34

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats 5
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like a tedious argument
Of insidious intent
To lead you to an overwhelming question…. 10
Oh, do not ask, “What is it?”
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes, 15
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes
Licked its tongue into the corners of the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by the terrace, made a sudden leap, 20
And seeing that it was a soft October night,
Curled once about the house, and fell asleep.

And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window panes; 25
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate; 30
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

 

articoli

Venuto al mondo

Ieri Venuto al Mondo mi ha definitivamente tolto l’aria.

Credevo tantissimo nella Cruz, che invece non mi ha dato granché. Tutto il film è giocato sul dibattersi di una coppia che non può avere figli, ma il desiderio di un figlio, quello non si sente. Manca qualcosa, dall’inizio alla fine, manca pienezza, dalla famiglia di Diego agli ovuli ciechi di Gemma. Ma nella lotta per recuperare la pienezza non si sente la spinta del desiderio.

La trama è forte, le scene serrate; Castellitto ha fatto un buon lavoro. Il fatto è che il primo -primissimo- piano sulla sterilità di Gemma e sul mancato rapporto madre – figlio (su Pietro taccio: dovrebbe essere la pietra miliare del film, invece fa solo rabbia) uccide lo spazio del desiderio.

In questo film c’è troppa luce, tanta che non si vedono le ombre. E per rappresentare una madre, di ombra, ce ne vuole. Dicevo, la Cruz mi ha deluso perché la parte non le va a genio, anzi. Nei silenzi, nei ricordi, Gemma mi sembra una donna passiva, che invece di fare di tutto pur di avere un figlio ripiega e si accontenta del primo venuto (al mondo).

Non ho letto il libro, ma a questo punto devo assolutamente metterci le grinfie, dato che le recensioni a proposito cantano.

Qualcuno ha visto il film? Avete letto il libro della Mazzantini? Spero che le parole riescano a sfumare quello che le immagini purtroppo hanno appiattito.

citazioni

Seta

A proposito di sfumature, è un maialone anche Baricco, ma lo fa con stile. Non per niente non dice di che colore è la seta, ma che, tra le dita, sembrava un niente. E c’è differenza.

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Cinquanta sfumature di aiuto

Finita la lista formato mini che la mamma ha intitolato sguinzagliamento per dirmi con tanto amore che l’aiuto di più nella spesa se non le sto lì a chiedere in cosa posso aiutarla, mi parcheggio al reparto libri.

Vedere come cominciano è la mia curiosità più grande. Non so voi, ma i libri li studio, mica li leggo e basta. Ad altezza di naso ti trovo Gli inseparabili, fiammante premio strega, che comincia con una frase sentenziosa su se stessi e gli altri e mi fa venire immediatamente l’orticaria: prende le cose alla lontana, fa i giri lunghi come una poiana con la congiuntivite.

Prendo la nuova edizione de L’Alchimista di Coelho e capisco perché è Paulo Coelho. Prima di tutto, l’epigrafe è tratta dai Vangeli: la più scontata che esista e la più efficace quando sai quello che fai (son bravi tutti ad evitare i luoghi comuni e fare cianfrugli di frasi mai viste). Me lo ricordo a memoria: il ragazzo si chiamava Santiago. Tràc, hinc et nunc, e prova a scordartelo.

Poi agguanto a caso Cinquanta sfumature di rosso (o era nero?) non sapendo quale dei tre fosse il primo. Fatto sta che in uno trovo l’elenco di ringraziamenti mielosi alle persone che, il libro, secondo me gliel’hanno scritto. Poi mi accorgo che in tutti e tre c’è un inizio confuso, con punti e virgole tirati a caso, frasi spezzate da fiatone post coito, e che in tutti e tre c’è lei, uno che è tornato e la mamma.

Io non sono giunta a conclusioni particolari, tranne una un po’ volgare che tengo per me. Ma mi piacerebbe davvero studiare com’è fatta questa trilogia (e se qualcuno mi risponde col cazzo direi che ha ragione).

Comunque, se passasse di qui un estimatore, chiedo lumi sulla faccenda perché, al momento, vedo cinquanta sfumature di bigio.

citazioni

La cognizione del dolore

“Lasciamola tranquilla”, disse il dottore, “andate, uscite”.

Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza della impossibilità di dire: Io.

L’ausilio dell’arte medica, lenimento, pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua e alcool dalle pezzuole strizzate ricadere gocciolando in una bacinella. E alle stecche delle persiane già l’alba. Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.

fotografia

In un soffio

In un soffio by uovadigatto
In un soffio, a photo by uovadigatto on Flickr.

sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
“più in là!”

[Montale]

traduzioni

Cosa disse il tuono

Chi è il terzo che ti cammina accanto?

quando conto, ci siamo solo io e te insieme

ma quando guardo avanti sulla bianca strada

c’è sempre un altro che ti cammina accanto

scivolando avvolto in un manto marrone, incappucciato

non lo so se uomo o donna

-ma chi è questo dall’altra parte di te?

cos’è questo suono alto nell’aria

mormorio di lamenti di madre

chi sono queste orde incappucciate migranti

su infinite pianure, incimpando nella terra prosciugata

cinti dal solo filo d’orizzonte

quale città è oltre le montagne

si spezza, si rifonda, scoppia nell’aria viola

torri cadenti

Gerusalemme Atene Alessandria

Vienna Londra

Irreale

Who is the third who walks always beside you?
When I count, there are only you and I together
But when I look ahead up the white road
There is always another one walking beside you
Gliding wrapt in a brown mantle, hooded
I do not know whether a man or a woman
—But who is that on the other side of you?
What is that sound high in the air
Murmur of maternal lamentation
Who are those hooded hordes swarming
Over endless plains, stumbling in cracked earth
Ringed by the flat horizon only
What is the city over the mountains
Cracks and reforms and bursts in the violet air
Falling towers
Jerusalem Athens Alexandria
Vienna London

Unreal

T.S. Eliot,

The Waste Land

V, What the Thunder said vv.359- 376

articoli, lettere

Lettera a Lucignolo

“…secondo noi, antisemitismo, islamofobia e razzismo scaturiscono, tanto nei secoli passati quanto oggi, da opere come la Commedia che contribuiscono alla formazione di giovani e meno giovani.”

A questo punto, si aprono due strade:

1- rifilare la pappardella di Dante-figlio-del-suo-tempo-ma-per-fortuna-dal-medio-evo-in-qua-ci-siamo-evoluti

2- ritagliare con forbici dalla punta arrotondata i canti scabrosi e radiarli dalle antologie scolastiche. Fatto?

Di fronte all’articolo di Gherush92 in risposta alle risposte all’articolo che attacca Dante (già la presentazione è macchinosa, figurarsi il resto) mi sembra di avere a che fare con un fondamentalista islamico, solo, al contrario.

“Ammettiamo pure che della Commedia esistano diversi livelli di interpretazione, simbolico, metaforico, iconografico, estetico, linguistico, etc., ciò non autorizza a rimuovere il significato testuale dell’opera, il cui contenuto denigratorio è evidente e contribuisce, oggi come ieri, a diffondere false accuse costate nei secoli milioni e milioni di morti.”

Ma bravi. Hanno pure studiato.

Il guaio è che la letteratura, così concepita, presuppone:

1- una visione ottimista del ruolo degli intellettuali (e così si regredisce all’800)

2- una gran pecoraggine del lettore, che, stando a Gherush, seguirebbe per filo e per segno quello che il testo propina.

Di qui, almeno nelle scuole, la censura è d’obbligo.

Ma Gherush, che della sottigliezza ormai si è fatto vanto, domanda:

 “Quale sarebbe il vantaggio di studiare il Maometto descritto nel canto XXVIII dell’Inferno? Quale il vantaggio di studiare il Giuda Iscariota del canto XXXIII, condannato come traditore?”

Questo a casa mia si chiama “caccia alla zanzara col bazooka”.

Nel senso che il problema, ingigantito, fa più guai della sua reale consistenza. Già, perché nel tuo idillio romantico, Gherush, ti sei scordato che la conoscenza letteraria non è logica.

L’arte non ha una funzione pacificatrice, né morale. Ascoltare Mozart e Bach non ha impedito ai Nazisti di compiere le loro stragi.

E allora:

“Come evitare il senso di imbarazzo, frustrazione, umiliazione ed offesa che i versi di Dante veicolano?”

Semplice, non evitiamolo.

Il vantaggio sta proprio lì, specie di grillotalpa accecato dalle tue idee progressiste, lì in quello che dici.

Non c’è da sorprendersi di trovare contraddizioni anche nelle opere più sistematiche.

Prendine una a caso: la Commedia. Lo sapevi che la sua cosmologia (f. s. = ordine dell’universo) Dante la prende da Il libro della scala, un’opera che credeva appartenesse proprio a Maometto, l’uomo sventrato del canto XXVIII?

Ancora: sapevi che Averroé e Avicenna hanno dato al mondo occidentale l’Etica Nicomachea, su cui l’Inferno dantesco è abbarbicato?

No. Tu preferisci chiudere con un sontuoso:

“…per quanto ci sforziamo, ci torna difficile trovare un valore estetico nel razzismo.”

E per forza. Perché il valore estetico della Commedia non è lì.

Il suo valore inestimabile, come di tutte le opere più grandi (vedi la Gerusalemme Liberata, vedi Quer pasticciaccio butto de Via Merulana, per esempio), sta nel fatto di essere irrisolta.

Irrisolvibile.

Insanabile.

Irriducibile.

O quello che ti pare.

Ma insomma, siamo sicuri che censurando o togliendo Dante dalle scuole formeremmo uomini e donne migliori? Ti pare sano di mente semplificare il mondo a un ragazzino che prima o poi, dalla scuola, uscirà fuori?

Perché invece non leggere proprio i pezzi più imbarazzanti, correre il rischio di accendere i cervelli, educare alla contraddizione?