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Cattivi propositi

In questo anno che sta finendo non sono stata buona. Non sto a spiegare il perché, ma intendo continuare anche l’anno prossimo… Magari miglioro! Quindi, giusto perché mi scorderò tutto tra qualche giorno e non li realizzerò (sentendomi ancora più cattiva, buahaha), faccio un elenco di cattivi propositi per quest’anno:

  1. Studiare di meno. So che è il classico proposito da secchia rapita -e non so come potrò realizzarlo con una tesi in vista- ma vi giuro, alla veneranda età di 24 anni ho finalmente rubato a un esame (l’imbecillità della docente che traduceva da sola il testo di Tacito e mi diceva che ero bravissima è stata pura istigazione a delinquere).
  2. Bere più acqua (e fare pipì nella doccia). Vanno insieme per l’ovvia reazione a catena. Non sono proprio cattivi propositi, segno che devo migliorare (ma se tolgo la specifica ‘acqua’ forse mi evolvo). Comunque, uno studio serio di un’università statunitense dimostra che, se tutti facessimo la prima pipì della giornata nella doccia, risparmieremmo non so quanti milioni di metri cubi d’acqua a settimana -non scherzo. Ovvio che poteva venire in mente solo a chi non conosce il bidet…
  3. Non pulire camera. Con questo mi sono già portata avanti, ho evitato di passare l’aspirapolvere tutti i giorni da circa sei mesi (lo passo ogni due, o vengo defenestrata), sto coltivando un nutrito velo di polvere sulla libreria e finalmente sono riuscita a far muffire la lampada.
  4. Spendere soldi per me. Nonostante il tentativo di mettere da parte qualcosa, lo stillicidio è continuo, perciò tanto vale non metterli nella benzina: il sabato seranon esco comunque, ma avrò un nuovo eyeliner.
  5. Sfanculare di più. Lo trovo terapeutico: la vita è troppo breve per tenersi il muso, siate malefici, esplodete, parlate, menatevi e vedete chi vi sopporta davvero.

Sono già arrivata alla fine dei cattivi propositi, segno che ho una mente così perversa da non trovarne nessuno veramente cattivo. Cioè, ho ancora da parte qualche cattiveria sul mio ex, ma è un proposito che mi tiro dietro da minimo cinque anni, quindi non conta.

Avete suggerimenti?

P.S: buon anno nuovo a tutti!

fuochi-dartificio

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Abboffate stellari

Errata corrige: non si è trattato di polpettone, ma di arrosto (ripieno, con prugne), e ci ha stesi al solo guardarlo, anche perché dopo antipasto e tortelli eravamo già fuori uso. Quindi, il mio boxing day (come amo chiamare Santo Stefano, un po’ perché Stefano è il mio dentista e un po’ perché i gatti preferiscono le scatole) è stato all’insegna dell’arrosto scaldato e Rogue One.

Come da tradizione, siamo rotolati fino al cinema e abbiamo smaltito l’abbiocco a colpi di spada laser. Dell’ultimo capitolo della saga, mi è piaciuto il copione dal dialogo serrato e intenso, soprattutto nell’ultima parte (pew pew, swooon swowooon, badaboom, crash), che mi ha permesso di seguire benissimo la trama anche se il maggiore afflusso di sangue, in quelle condizioni, non era al cervello.

Tre cose sono state memorabili, a parte il film (che, se non avete ancora visto, vi consiglio di andare a vedere subito):

  • La vecchietta in pelliccia e bastone che si è piazzata nel posto lato corridoio e boccheggiava agguantandosi alla sedia ogni volta che compariva la Morte Nera. Avrà avuto un’ottantina d’anni, bionda, permanente, pelliccia di visone. Mi ha fatto una tenerezza assurda, era più nerd di tutti noi con la felpa di Darth Vader messi insieme. La guardavo di sfuggita alla luce dello schermo pensando chi lo sa, magari è tornata al cinema in memoria dei bei tempi, quando il fidanzato l’aveva portata a vedere la vecchia trilogia… O magari ha semplicemente piantato il marito in pantofole a casa ed è uscita da sola: RESPECT.
  • Il dolby surround. Lo so, dovrei essermi abituata da un pezzo a questa cosa, ma appena il film è cominciato ho avuto la sensazione che il volume fosse un po’ troppo alto (i gatti si sa, odiano i rumori forti). I guai sono arrivati insieme ai ribelli, quando le esplosioni si sono centuplicate e ho sentito delle voci furiose all’entrata della sala, ho piantato le unghie nel bracciolo e mi sono girata con gli occhi a gufo, spaventando metà della fila. Vi giuro, ci ho messo un po’ per capire che non erano voci reali e lo so che passo per la tuttofoba della minchia, ma il dialetto di Geda è un po’ diverso dall’italiano e tra esplosioni e spari il mio subconscio ha fatto due più due. E’ una cosa che ammetto malvolentieri perché molto stupida, ma in quel momento ho pensato, ecco: ci siamo. Sicuramente sono io che vivo a livelli d’ansia esorbitanti, ma il fatto che l’associazione esplosioni-terrorismo sia diventata un riflesso condizionato mi ha lasciato di stucco (e che ciò sia anche per colpa della poca serietà di molti media è probabile, ma è un discorso diverso e che non mi prendo la briga di continuare).
  • La bellezza del proiettore. Una mia compagna di classe antipatica una volta mi disse però non puoi sempre fare la voce fuori dal coro, eh. Sorry, not sorry, mi viene naturale e non mi vanto per questo. Ad alcune persone viene naturale cantare, io sono stonata come una beccaccia; ad altri viene naturale scrivere, che è in parte il mio caso, e ad alcuni a molti viene naturale rompere il cazzo per cui, se mi leggi, stacce. Dicevo, verso la fine del film, quando le coronarie mi erano appena rientrate nei ranghi dopo lo spavento, ormai avevo rotto l’illusione e vedevo il raggio luminoso che attraversava la sala. Tra i vapori di soffritto in piena digestione (da notare che almeno ieri nessuno ha avuto il coraggio di sgranocchiare i popcorn, e ti credo), mi sono girata e ho visto lo sportellino da cui uscivano delle macchie di colore informe. Sembrava l’occhio quadrato di un qualche Polifemo in technicolor. Sono stata a fissarlo così tanto che mi sono beccata un bel ‘che fai?’, ma alla fine avevo ragione che era interessante, perché si sono girati anche loro.

Visto? Sono contagiosa. E vorrei che fosse questa curiosità buona a contagiare le persone che ho intorno, nonostante si debba scavare sotto una miniera d’ansia. Curiosity killed the cat, dicono, ma in realtà il gatto, se non ficca il naso da qualche parte, non ha mai vissuto.

 

diario

I tram di Milano

Cara Milano,

ti do ancora mezza giornata, ma ho quasi deciso che non puoi convincermi. Saranno i balconi o le facciate larghe e dritte, le macchine o le strade che ti attraversano e non sembrano mai arrivare. Ti si può passare nel centro senza afferrarti, come una duna che si sfalda sotto i passi o il vento. Si può immaginare di mettersi in viaggio per te, ma, come un amante difficile, tu non ti dai -anche se lo sterrato e i fili d’erba tra i percorsi del tram hanno l’illusione di una terra, tu non sei terra e non hai angoli, né parti, né cuore.

photo by Stagniweb

 

diario

Guido

Com’era quel detto? Non dire gatto se non l’hai nel sacco? Ecco, il gatto mi si è recapitato a casa con tutto il sacco.

Da un anno a questa parte il gattino dei vicini aveva fatto del mio giardino il suo rifugio perché gli altri gatti, più grandi, lo scacciavano. C’è da precisare che ‘gattino dei vicini’ è dire tanto perché mia zia, la mia vicina di casa, alleva gatti allo stato brado: vanno e vengono come pare a loro e la vicina di là, uguale. Risultato: una colonia di gatti infestante tutto il vicinato (il fuggi-fuggi dei gatti spaparanzati al sole quando spunti nel vialetto con la buste della spesa è praticamente un rito di benvenuto).

Ecco, Guido, detto il ciringuito, era un gattino trovatello e affettuosissimo che non brillava certo per furbizia; la prima cosa che ha fatto, entrato nel cantiere che era casa mia a quel tempo, è stato piombare giù dal tetto della rimessa come un ferro da stiro. Poi l’abitudine di saltare di qua dal cancello si è consolidata, l’atterraggio perfezionato e l’antipatia degli altri gatti, pure. Insomma, Guido ha due anni suonati, ma continuano a suonargliele perché continua a giocare con tutto quello che passa sotto e sopra il suo naso. Così il giardino di casa mia è diventato il suo territorio, non certo grazie ai suoi artigli, ma al mio lancio-ciabatte in caso di inseguimento.

Però, da quando sono tornata, una settimana fa, ha preso un’abitudine strana. A parte la marpionaggine di strusciarsi in tutta la sua lunghezza naso-coda in cerchi concentrici intorno alle caviglie, quando lo chiamo, risponde. Non sono pazza, credo. Tiriamo avanti delle conversazioni di mezzore, -Guido! -Mao! -Guido! -Mao! tutto così. E poi, tra l’altro, ho cominciato a notare che ho perso interesse per gli altri gatti (sì, sto parlando del mio gatto in termini di militia amoris) perché, se non hanno quel muso un po’ per aria e gli occhietti interrogativi proprio non riescono a starmi simpatici.

Un po’ come quando prendi un paio di caffè innocenti con una persona e ti accorgi che effettivamente frequenti qualcuno. Un po’ come quando frequenti qualcuno e la vocina interiore che vorresti zittire in fondo lo sa che poi ti innamori. E ieri alla fine mi è pure scappato. Mi è scappato di dire ‘il mio gatto’ e tràcchete, ho pensato, ci siamo. Un anno di resistenza e poi, questo è il risultato. Vuoi vedere che si è avverata l’epifania del gatto?

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Pancakes day

Ogni volta che rinasco dalle mie solitudini mi ci vuole un pancake. Posto il fatto che di solito i toppings sono robe strane tipo cioccolata al mango e caramel pineapple (la pineapple è il mio nemico giurato: quando diventerò dittatore lo estirperò dalla pizza!), da brava toscana, devo dire che a festeggiare il martedì grasso, ‘sti inglesi un sanno fa’.

Riassunto breve di metà settimana: abbiamo sonoramente perso il torneo di calcetto delle societies, ma ho avuto l’occasione di dare l’esempio di Italian mood: if everything goes to shit, we don’t give a shit and we’re happy!

Seconda cosa che ho imparato: MAI scherzare sui brownies con gli sconosciuti. Nel mio inglese semi maccheronico, migliorato da sei mesi di permanenza all’estero, credevo di non incorrere in situazioni imbarazzanti lasciando capire that I am addicted to chocolate. Salvo poi scoprire che, i tizi, se li fanno davvero gli special brownies, ma special special che altro che vespe cinquanta!

Tre: quest’anno abbiamo il carro di Freddie Mercury e io me lo perdo. Però, sono nella patria di Bohemian Rhapsody, che quando va in circolo nell’ipod parte il trip che manco i Brownies. Stonarla per le strade di qui fa tutto un altro effetto -come la disco anni ottanta, che quando parte il ritornello la sanno tutti a memoria per davvero, mica aiuàsmàààidforloviniubeibinanananananloviniùùù

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By the way, mi devo sciroppare un saggio di filosofia antica che davvero la pineapple pizza mi ispira di più. Oggi ho tirato giù un piano di battaglia, se magari la smetto di ronfare sul termosifone come un gatto in hangover, riesco a levarci le gambe.

P.S.: non vi anticipo i particolari, ma sabato abbiamo il mega sofisticatissimo formale societies ball e, dopo aver cassato il mio scorso pretendente al ballo, in qualità di donna indipendente e quasi in carriera, stavolta, ci vado da me. E con un vestito verde very italian, sperando che le mie due amiche trovino una un vestito bianco e l’altra rosso per portare alto l’orgoglio dell’Italian soc!

Love from London,

Uovadi.

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L’Isola che c’è

Io sono già arrivata al mio obiettivo. Sono già quello che devo diventare. Non so la prossima mossa, del futuro non so niente, ma so cosa voglio diventare perché già lo sono. Come i bambini. Sono quello che fanno nei loro giochi ed è così che sono già grandi senza crescere mai.

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Cose belle

Di tutte le mie scoperte, recentemente ne ho fatta una più incredibile del Vegan Bacon. Credevo di viaggiare a caccia di un sogno e SBEM mi si è chiuso platealmente in faccia. Considerando il detto dalailamiano per cui non ottenere quello che vuoi può essere un colpo di fortuna, da un mese a questa parte ho ritenuto che fosse un colpo e basta.

Invece, poi ti svegli e scopri un altro lato di te che è come staccare la tua figurina in due dimensioni da un quadro un po’ stinto e fiondarla in un film in 4D. L’inizio della rivoluzione può riassumersi in tre fasi:

  1.  colorarsi i capelli di blu 
  2. non dire a mamma che il colore è temporaneo
  3. Skype with popcorn.

Ok, magari non è il massimo della scoperta, però funziona. Mi ha portato a capire (ma non mi chiedete come) che mi piace parecchio lavorare come editor ed insegnare italiano alle matricole di qui: sono così adorabili quando ruminano i nostri verbi con l’accento di Luca Giurato dopo tre giri di Vodka che me li strapazzerei tutti!

Magari ho l’occasione di cambiare davvero la mia vita e di trasformarla in qualcosa di rumoroso e coloratissimo (no, non in uno struzzo in technicolor). Chissà perché ho sempre pensato che le cose belle dovessero venire tutte da un’unica persona e spesso mi sono seduta lì ad aspettarla senza pensare che invece capitano random, e il fatto stesso che capitino non è una garanzia di destino.

Mi sono accorta che anche il modo in cui scrivo si era appiattito su questa sola dimensione e ho deciso di spettinarlo. Da adesso in poi voglio chiudere in un barattolo tutti i momenti belli per lasciare che esplodano a sorpresa -e questo mi fa venire in mente i coriandoli, che i carri sono già pronti e che quest’anno mi devo inventare il modo di portare la mia Viareggio quassù tra questi stinfi britannici.

Non sto a dirvi che ho tremila progetti, ma intanto vi lascio con una poesia di questo poeta giovanissimo che ho scoperto di fresco. Si chiama Jack Underwood e dà un bello schiaffo al cielo grigio di Londra con un fare sornione da prendere a morsi.

Oggi ho capito di quante cose è fatta la felicità.

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Source: Nuovi Argomenti

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Cambridge Greek Play: Prometeo e Rane

 

prometheus

È una cosa un po’ nerd un po’ scìc andare a vedersi due spettacoli in greco antico organizzati dalla University of Cambridge, un evento chiamato Cambridge Greek Play che si ripete ogni tre anni. È stata una delle giornate più folli della mia vita.

In questa edizione hanno proposto il Prometeo Incatenato (attribuito ad Eschilo) e le Rane di Aristofane -ed è una gioia che ancora mi fa saltare per tutta casa (cantando brekekekèx koàx koàx) poter dire io c’ero.

E c’ero non come classicista, ma come chi attende che si alzi il sipario chiedendosi se quello a cui sta per assistere faceva tacere all’unisono anche gli spettatori nell’Atene del V secolo o se le grida di Prometeo inchiodato alla roccia facevano tremare la platea anche allora.

Dopo aver studiato per anni il teatro greco, mi ha messo i brividi poter vedere le scene che avevo sempre immaginato e sentir cantare i metri lirici su cui ho passato l’estate: sul palco davanti a me, rumorosa e coloratissima, tutta quella roba che sui libri non sembrava, ma che invece è vita. E non solo lo è stata, ma lo è ancora con l’entusiasmo e il talento degli attori, quasi tutti studenti di Cambridge, laureandi o neo laureati.

Sfogliare le loro biografie sulle pagine del libretto dell’opera mi ha messo ancora di più i brividi: sono tutti ragazzi, proprio come me, che portano avanti una tradizione plurimillenaria con i loro corpi e le loro voci -e mentre leggevo quelle pagine ho avuto la chiara impressione di cosa significhi veramente studiare.

Per studiare davvero non è che ti chiudi in biblioteca davanti al computer. Nemmeno scrivere è sufficiente. Studi davvero quando quello che fai ti cambia, ma non nel modo di parlare o pensare, ti cambia proprio nelle ossa, con un’esperienza di incontro per cui non guarderai niente allo stesso modo.

Per farla breve, ho avuto proprio la sensazione fisica non della semplice presenza degli attori, ma del tempo rappresentato dalle loro persone; i secoli di storia, di commento, di studio si sono di colpo materializzati in una sola parola: amore.

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È solo per amore infatti che si porta avanti una tradizione agli occhi del mondo così inutile e trita, così incomprensibile eppure non solo vera, ma viva perché fatta di persone oggi come allora. E mi sono sentita felice di appartenere al mondo della filologia, una parola così bella da tenere insieme secoli di storia e pensiero, portandoli avanti con tanto ragionamento, tecnica e scienza, ma prima di tutto amore.

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Pronti a correre!

Sarà che sono lontana, sarà che qui le tastiere non hanno le vocali accentate (e ancora mi chiedo se ci sia un modo per farle spuntare, tipo una combinazione ipertecnologica di tasti che non scoprirò mai).

Sarà che sabato abbiamo passato un’allegra serata al ristorante italiano e gli spaghetti erano allo scoglio nel senso che allo scoglio si aggrappavano per non affogare nel sugo, ma e stato strabiliante uscire “a mangiare italiano” come in Italia si va con gli amici a mangiare il sushi.

Sarà che non avrei mai pensato di poterlo pensare, ma Mengoni è veramente un genio. Non so se avete ascoltato Pronto a correre, ma io me la sono sciroppata un fantastiliardo di volte e come mi garba. Parla di me, di noi, della forza che ci vuole per andare avanti e del bello dei sogni quando vai e li realizzi: non hai piu la testa fra le nuvole, ma ci metti i piedi, nelle nuvole, e cominci a correre.

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Happy B-day to meee!!

Sono al mio quarto giorno qui alla Royal Holloway e SONO AL SETTIMO CIELO!

Il campus è immenso, sembra che debba spuntare Silente da un momento all’altro e  ti mette una gran voglia di Burrobirra e cioccorane! Anche il cibo è ottimo (confesso, proprio non me l’aspettavo!), tanto che si può passare sopra anche a piccoli particolari quali la moquette (brrr) e la mancanza del bidet… Comunque, sto tirando degli scerpelloni meravigliosi nel mio inglese un po’ maccheronico, ma credo che si capisca (almeno, quando non mi capiscono ridono, il che è un buon segno!)

La cosa bella è che le matricole qui le chiamano Freshers ed è bello sentirsi di nuovo sperduti in mezzo a cheerleaders, clubs, societies e tanta, ma tanta di quella roba che c’è da perdersi!

Oggi è il mio compleanno, ma credo che lo festeggerò tutto l’anno perché il più grande regalo per me è essere qui adesso (anche se un desiderio ce l’ho: VOGLIO GIOCARE A QUIDDITCH!)

Un bacio micioso e con i baffi, vi abbraccio tutti da Londra!

love,

Uovadi.

diario

Erasmus

La valigia è quasi pronta. Io no.

Ho una paura fottuta del fatto che, per la prima volta in vita mia, non ho paura.

Mi sono preparata per anni, ho sacrificato tempo, occasioni, amicizie, la libertà di ‘godersi un’estate’ -come la chiamano gli altri, quelli che ti si appostano alla porta dopo una giornata di studio e sembrano disprezzarti perché cosa ci fai chiusa in casa, hai vent’anni e si vive una volta sola!

Ma quella non è libertà. La libertà è aprire un catalogo di pubblicazioni scientifiche e sentirsi venire i brividi pensando alla prima parola della tua tesi. Libertà è scegliere di rinascere cambiando paese, città, lingua, abitudini in un posto che ti sei guadagnato facendo ciò che ami fare.

Solo non avendo paura posso onorare adesso la mia volontà e il sostegno di chi mi ha dato la fortuna di poter dire che la libertà è avere vent’anni e partire.

diario

Perché?

Usare l’indirizzo e-mail del blog all’università non è stato esattamente un colpo di genio. E’ stato un colpo, e basta. Mi sento piovere da tutte le parti, tra le righe di un programma da non frequentante, a ricevimento, dopo la firma del libretto -ma perché uova-di-gatto?

Punto primo perché sono molto timida e relativamente tuttofobica, perciò, per aprire un blog, conoscendomi, avevo bisogno di un personaggio. E, banalmente, ho scelto il mio animale preferito: il gatto. Rosso, pacioso e un po’ sovrappeso – voluto riferimento a Garfield, lasagne e odio i lunedì compresi.

Poi, mi sono chiesta: ma io, che ho da dire?

Allora ho scelto uova di gatto: perché i gatti non fanno le uova. Così, chi passa con le sue adulte certezze non si ferma e chi si chiede perché, legge. E lì si apre lo spazio della contraddizione, che è spazio di libertà, nello scrivere e nella vita. E’ lo spazio in cui tutto è possibile, a patto di avere il coraggio di fare delle scelte.

Sarà che ho un’eterna, folle paura di dire la mia che non posso evitare di farlo, sarà che il relativismo è uno dei guai peggiori in cui si sia andata a ficcare la nostra epoca, ma per me è fondamentale scegliere se credere o no che i gatti fanno le uova (in barba a grammatica, sintassi, congiuntivi, certezze e regole) per aprire nuove regole e nuovi mondi in cui è bello vivere.

fotografia

Cappello gatto

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Un grazie speciale alla mamma che con la sua arte incoraggia la mia follia! Con questo inaugureremo il secondo semestre all’unipi. Perché siamo persone serie.
Mao a tutti!
Uovadi.

pensieri

Tempo

Strana cosa, il tempo. Come se ad ogni tocco di orologio si aprissero pagine diverse del destino, potremmo separarcene in ogni momento.

Ma cos’è, il tempo? Misura superflua delle nostre giornate, barriera insormontabile ai pensieri, granello che cade, che cade, nello spazio di cui non si vede la fine. O la vediamo, ma siamo sordi.

Preferiamo riempirci di orologi, pendole, cucù, sveglie, radiosveglie da regolare un’ora avanti o indietro; preferiamo risparmiarlo, il tempo, gareggiare con lui, sprecarlo, ammazzarlo, dedicarlo, ma ascoltarlo no.

Perché poi, ci si chiede: cos’è?

diario

Olé

Vent’anni sono stati fatti e non sono andata nel lacrimatoio nemmeno un secondo. Come tirare un cerotto. Olé.

Soffri prima, quando ti prepari all’idea. Tipo, sono andata in fibrillazione dalle cinque (mentre la festa cominciava alle otto e mezzo) tanto che mia madre mi ha urlato che quando non studio sono una palla al piede.

Forse comincio a capire il succo delle feste di compleanno. Non è che ti consolano, ti accompagnano, con un sorriso.

E quando dicono che basta il pensiero, non è retorica. L’amore si vede dai dettagli e appena ho scartato il primo regalo, c’erano tutti: dal blu che mi piace tanto, alle culottes perché odio i tanga, al libro sulla biografia di Dante che quando l’ho visto sono schizzata su e giù per la darsena come un gatto sulla moquette.

Non ho mai pronto un desiderio quando ho davanti la candelina. Un po’ perché sono un’impreparata cronica, un po’ perché mi piace improvvisare. Sta di fatto che mentre la cera si scioglieva, ho guardato una per una le facce sorridenti al tavolo, le facce che c’erano e quelle che sapevo presenti con un pensiero.

Che dirvi, non si svela un segreto.

Ma non ho desiderato nulla che non avessi già.