diario

Polpettone di Natale

Niente mi rende più elettrica del Natale. Sarà che mentre faccio l’albero ho Madre che passa l’aspirapolvere sui nostri piedi (miei e dell’albero) per scongiurare qualsiasi fuoriuscita di aghi di pino sintetici. Oppure saranno le cene pre-festive che mi hanno già ammazzato il fegato e centuplicato la ritenzione idrica. Non lo so. Sta di fatto che ho appena finito di impacchettare i regali di Natale più con lo spirito del beccati questo, che con vero e proprio mood da piccolo elfo.

Tranquilli, non ho regalato bombe a mano a nessuno. E questa non è nemmeno una manifestazione di cattiveria mainstream, nonostante il Grinch. La mia insegnante di yoga sostiene che questo dicembre finisce un ciclo cosmico di dieci anni, per cui se vi svegliate la mattina del 26 e vi sentite addosso un decennio in più, non è stato il polpettone della nonna.

Oggi è il primo giorno di inverno e ho sbattuto la testa nella trave della soffitta così forte che l’ho considerata una metafora poco poetica del raggiungimento dell’età quasi adulta. Dico quasi perché ancora stiro con un pacco di Abbracci Mulino Bianco in cima alla lavatrice, ma essere un adulto creativo può avere i suoi risvolti positivi -tipo, nel mio caso, il pacco di biscotti ha evitato che il ferro cadesse sfracellando il pavimento. Sfido la sorte, lo so.

A inizio dicembre ho passato una settimana folle tra esami e beghe di lavoro (compresi gli orari, le colleghe con manie di controllo e il presepe in ufficio, ma questa è un’altra storia) e mi aspettavo di avere ancora un briciolo di energia per dormire sonoramente i miei primi due giorni liberi e poi scatenare la fantasia con addobbi, carte da pacco, shopping e cioccolate calde. Niente di tutto questo.

Prima di tutto, quest’anno ho dato retta per la prima volta al motto postmodernista di Madre, per cui non solo less is more, ma meno si addobba meno c’ho da fare a rimettere a posto alla fine e spolverare nel frattempo. La resistenza a oltranza del mio spirito natalizio ha ceduto insieme ai residui della mia infanzia, con buona pace di Dickens e i natali passati presenti e futuri (lo so che parlo costantemente di mia madre, non fraintendetemi, è perché le voglio un bene dell’anima e le ho rotto da poco il frullatore).

In secondo luogo, mi sono ritrovata a percorrere avanti e indietro il centro commerciale della mia città cancellando freneticamente la lista dei regali da fare per trovare qualcosa di significativo almeno ai parenti più stretti, ma che allo stesso tempo non mi mandasse sul lastrico. Io adoro fare regali, sono una cosa da ricovero. Penso di avere schedati nel mio cervello i diversi tipi di persone che conosco, ognuno associato a un’area semantica, a un colore di riferimento e a un animale guida in base ai quali vorrei scegliere il regalo perfetto, salvo poi fare i conti con la carta di credito.

Poi, è arrivata la pseudo-influenza. Cioè, niente febbre, solo un mal di gola cane perché mi sono ostinata ad andare in giro con meno 2. Quindi sono finita agli arresti domiciliari con il termosifone a palla, per evitare di giocarmi del tutto le vacanze, ed è lì che è iniziata la meditazione. Mi sono resa conto che ho perso l’abitudine di guardare l’albero di Natale (il presepe non si fa più da quando avevo sette anni, perché impolvera), tanto che mi sono spaventata tornando a casa, l’altra sera, vedendo una presenza buia in un angolo.

Prima non ero così. O meglio, sono sempre stata più dalla parte del Grumpy cat che per Hello Kitty, ma lo considero una qualità da mettere nel curriculum. Piuttosto, le giornate hanno preso una piega vorticosa che prima non c’era, o almeno, se c’era, passava alla svelta, senza tanti strascichi. Ora non è solo il raffreddore che passa dopo tre settimane, ma anche lo stress, l’ansia da riunione di famiglia e la sbornia (basta una Tennent’s).

Quindi è per questo insieme di motivi che quando mi hanno chiesto, scherzando, che cosa volessi trovare sotto l’albero, ho quasi urlato LA TESI e ho spaventato tutti. Non che mi dispiaccia studiare, anzi, conto di farlo per il resto della mia vita, ma vorrei cambiare casa e città almeno per qualche mese e cominciare a farmi una vita più stabile di quella del pendolare di paese di campagna.

Babbo Natale, se mi senti, ho particolarmente bisogno di tranquillità quest’anno, ne va della mia salute mentale. Potresti cominciare dalla pace in Siria, tanto perché non mi fa vedere molto luminoso un futuro su cui ho investito gli ultimi dieci anni, ma se non arrivi a tanto, va bene anche lo Xanax formato famiglia. Ne metto due gocce nella brocca dell’acqua, a Natale.

Almeno ci va giù a tutti il polpettone.

By the way, tanti auguri a tutti e buona digestione!

 

Annunci
diario, London diaries

L’Isola che c’è

Io sono già arrivata al mio obiettivo. Sono già quello che devo diventare. Non so la prossima mossa, del futuro non so niente, ma so cosa voglio diventare perché già lo sono. Come i bambini. Sono quello che fanno nei loro giochi ed è così che sono già grandi senza crescere mai.

ritratti

Curriculum?

Il primo colpo al cuore è stato il curriculum. Tutta la mia vita. Lì. Tutta? Tutta. Ma ci sta? Non ci sta. Tutta. Una pagina, fin troppa. Tutta non ci sta. Mannaggia, così poca. Tanta. Troppa. Tutta?

Motivazione. Devono scegliere proprio te. Io non mi sceglierei. Salve ho sempre pensato di vivere per scrivere e adesso penso sia arrivato il momento di scrivere per vivere bustapagalmente parlando, sa. Lo scriveranno in milleduecento alla dodicesima al secondo. Io non mi sceglierei.

Non so dare una motivazione perpetua. PERPETUA si, che non giri l’angolo ed è già cambiata. O forse voglio ancora poter cambiare, non lo voglio sapere, io, che motivazione perpetua mi tocca, da quale prospettiva prospettarmi, cosa offrire sul mercato, quale forma  camaleonticarsi per sopravvivere.

Vivere è altra roba. Come lo spiego. Come lo spiego che sono nata così, che offro me stessa, le mie parole, la mia esperienza, i miei dodici decimi ai vostri schermi di computer, il mio taccuino alle vostre stronzate, le mie impronte digitali alla vostra tazza di caffè, magari. Perché la storia comincia portando caffè.

Non chiedo tanto. Solo nascere un’altra volta. Per favore. Non è una richiesta. E’ una dichiarazione di intenti. IO VOGLIO NASCERE UN’ALTRA VOLTA perché ora di me so cosa fare e so guadagnarmi il mio posto nel mondo. Basta  solo che lo accettiate.

Posso diventare tutto. Basta scrivere. Inventare. Incontrare. Disegnare. Tutti verbi meravigliosamente in are. Come il mare. Libera come il mare. Libera di scrivere, si intende. Scrivere è vivere e questi sono tutti verbi meravigliosamente in ere, come leggere, credere, vedere perché se leggi credi, se credi vedi, se vedi leggi, vivi di più, incontri meglio, se incontri disegni e se disegni inventi e se inventi, scrivi.