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Baci da riscrivere

A Pasqua ho avuto l’obesità di ricevere un ovetto con doppia sorpresa: un bel portachiavi cuoricioso e una manciata di Baci Perugina. Il che prevede anche una terza sorpresa -una sorpresa nella sorpresa, e al gatto piacciono questo genere di sorprese… Se non fosse che pure Fedez si è messo a scrivere le frasi dei Baci: Help!

In risposta allo sciòc dolcifero-letterario, propongo di invertire la rotta e di scrivere i bigliettini dei Baci con un pizzico di sana cattiveria (di quelle che in amore si dicono, oppure non fidatevi: amore non è); quindi, eccone per esempio una decina, alcune realmente accadute, altre liberamente tratte da amici e parenti, altre inventate in pausa digestione:

 

1- chi ti ama ti segue, ma in genere usa Skype

2- se Maometto non va alla montagna, la montagna SI INCAZZA

3- se vuoi farti dei veri amici, offri del cibo

4- sentirsi dire ti amo non ha prezzo, ma anche un hai ragione va bene uguale

5- in amore vince chi fugge, stravince chi ti aspetta a casa

6-un bacio è una virgola rosa tra le parole lo finisci, quello?

7-i veri amici si riconoscono nel momento dell’esame

8- la cucina è sempre un atto d’amore, specialmente quando si brucia l’arrosto

9-amor ritornato e caffè riscaldato non sono mai buoni

10-l’amore è perdersi al supermercato dei cinesi,ma sapere esattamente in che reparto cercarsi

 

E voi, se nessuno vi vedesse, cosa vorreste scrivere nei Baci Perugina?

Al gatto, in fondo, basta che se magna!

=.=

 

 

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poesia

Confini

Il tempo ci ha spezzati e sorpresi

con lo stesso giro di chiave.

Vorrei dormire una sola notte

prima di rivederti,

ma il coraggio inizia a mancare

e la vita scoppia, fuori

come qualcosa che mi appartiene

-la ragione, ad esempio,

o l’uso che si fa di certi giorni

o i rumori vorticosi intorno

quando dentro è luce-

non sono mai stata dalla parte

di chi rimane, sono sempre

andata oltre il limite

non era mai giunto il confine

a superarmi, mai a farmi male

prima dei tuoi capelli bianchi.

articoli, bullets

La spunta blu tipo Newman

 

Prima c’erano le scenate di gelosia, le scuse per andare a calcetto, la suocera. Oggi sono altre le cose che ci fanno paura, riassunte da pseudo articoli su ‘l’amore ai tempi di Facebook’ che fanno ribaltare Gabo nella tomba: se prima c’era il visualizzato alle a fare da linea sottile tra il baccaglio online* e lo stalking, ora ci si è messo pure Whatsapp. E l’unico che ci guadagna in visualizzazioni è Salvatore Aranzulla.

Secondo l’agenzia ANSIA, c’ è stato il crollo dell’ultimo baluardo di ipocrisia social. Tornando a frequentare per sbaglio i rapporti reali, d’ora in avanti, saremo obbligati a guardare in faccia il diretto interessato e dichiarare: sì, non ti rispondo perché mi rompi i coglioni  avevo il gatto sul fuoco. Cosa che, oltre ad aumentare la dipendenza da wifi dei single in cerca di affetto, promette di favorire lo scoppio degli esemplari accoppiati.

Infatti, Whatsapp è stato inventato per inviarsi emoticon di dubbia consistenza tra una pausa e l’altra, per individui che vorrebbero condividere più tempo di quanto il pendolarismo isterico non conceda (e senza che siano messe in discussione: stima reciproca, fiducia, amore, pace nel mondo e risoluzione non violenta dei conflitti). Tuttavia, la natura umana pone qualche inciampo, creando messaggi politically scorrect, come ‘perché non mi rispondi?’, ‘mi cachi?’, ‘holaaaaa’ e ‘sei lì?’.

Inoltre, l’approdo dei genitori sul web non concilia la pace fra le generazioni. Per esempio, da quando mia mamma è su Twitter, ho perso il gusto a dire cattiverie sull’ultimo taglio di capelli di Adam Levine. Ora, se questo è un peccato veniale, con Whatsapp è diverso. Quei pochi di voi reduci dagli anni ’90 che si ricordano la sensazione di uscire senza cellulare sanno a cosa mi riferisco. E’ come aver addentato la libertà e, al secondo morso, qualcuno l’avesse sostituita con un sandwich al vegan bacon. E ricominciano le ansie patologiche da parens apprensivum insipiens: ‘dove sei?’, ‘tutto bene?’, ‘sei viva?’

Vorrei chiudere con una massima filosofica di Confucio; invece vi lascio la perla con cui se n’è uscita mia madre dopo aver aggiornato Whatsapp con la suddetta spunta blu, e che credo riassuma il dramma delle nostre esistenze a banda larga: #poverannoi


*baccaglio online sull’Enciclopedia Treggatti: ricerca di attenzioni telematiche da parte di soggetto in fuga non consenziente

pensieri, video

Quando sarò capace di amare

Nel mio paesaccio toscano scalcinato, agli inizi di luglio, hanno la brava idea del Festival Gaber.

C’era una ragazza a cantare in un angolo, con in sottofondo il rumore di una pianola; alta, mora, ironica, con un vestito a pallini blu un po’ voluminoso che le dava l’aria simpatica da campanella. Cantò La Nave, facendoci rollare dal ridere, e quando i bambini del pubblico avevano appena finito di fingere di vomitare, attaccò Quando Sarò Capace di Amare.

Ora, se tutte le luci sono sembrate di colpo accese intorno al campanile in ristrutturazione, in un angolo polverosissimo di un paese mezzo montanaro in cui il meteo aveva previsto un inavverato diluvio, come sarà stato dal vivo il Signor G, lo posso solo immaginare.

Ho ripescato un video che, a quanto pare, risale alla sua ultima apparizione in pubblico. La canzone era già bella cantata da un altro e va da sé. Però, la sua faccia canta da sola. Ci ho visto il ritratto di tutte le parole e, forse, anche del posto da dove provengono, che non so davvero se chiamare genio o altro, ma, da come lo guarda lui, deve essere qualcosa di poco diverso da un paradiso.

bullets

Share the NO!

Capisci che il 14 febbraio si avvicina quando:

  1. feisbuc si riempie di foto di coppie limonanti con i 2 mi piace d’obbligo e 2 commenti ti amo e io ti amo di piú

  2. tuitter pullula di sacrosante cattiverie

  3. non puoi fare a meno di pensare che questo non é amore

  4. inauguri la settimana dei carboidrati

  5. tra festini alcolici e gente che copula tutta la notte in corridoio, tu sei lí che ti scervelli sulla prima riga della tesi

  6. hai due appuntamenti imperdibili: uno con la lavatrice, uno con l’aspirapolvere

  7. sei convinto che tutti gli innamorati ricordino con nostalgia di quando erano young beautiful and SINGLE

  8. hai dubbi sul punto 7 regolarmente ogni cinque minuti

  9. passi dal pigiama-pantofole-baffi al tacchi-trucco-minigonna almeno twice a day

  10. guardi il tuo post precedente e ti chiedi: bipolarismo, n’hai?

Poi, dicono share the love.

Ma anche no.

 

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Strangers

Autumn, where’s my lost love?

I used to ask the leaves

as they were letters you wrote

with your pale fingers in the wind

-but I can’t read your alphabet.

The word we never said

has found me near Virginia Water

and I was happy then, in my old

pair of shoes.

 

It was the last day of January

written on your skin

like a cold whirl of light

the light of ending things

-the smell of winter

leaves us incomplete

and in its grasp I couldn’t find

the reason why my foreign name

sounds so confused on your lips.

 

 

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Cose belle

Di tutte le mie scoperte, recentemente ne ho fatta una più incredibile del Vegan Bacon. Credevo di viaggiare a caccia di un sogno e SBEM mi si è chiuso platealmente in faccia. Considerando il detto dalailamiano per cui non ottenere quello che vuoi può essere un colpo di fortuna, da un mese a questa parte ho ritenuto che fosse un colpo e basta.

Invece, poi ti svegli e scopri un altro lato di te che è come staccare la tua figurina in due dimensioni da un quadro un po’ stinto e fiondarla in un film in 4D. L’inizio della rivoluzione può riassumersi in tre fasi:

  1.  colorarsi i capelli di blu 
  2. non dire a mamma che il colore è temporaneo
  3. Skype with popcorn.

Ok, magari non è il massimo della scoperta, però funziona. Mi ha portato a capire (ma non mi chiedete come) che mi piace parecchio lavorare come editor ed insegnare italiano alle matricole di qui: sono così adorabili quando ruminano i nostri verbi con l’accento di Luca Giurato dopo tre giri di Vodka che me li strapazzerei tutti!

Magari ho l’occasione di cambiare davvero la mia vita e di trasformarla in qualcosa di rumoroso e coloratissimo (no, non in uno struzzo in technicolor). Chissà perché ho sempre pensato che le cose belle dovessero venire tutte da un’unica persona e spesso mi sono seduta lì ad aspettarla senza pensare che invece capitano random, e il fatto stesso che capitino non è una garanzia di destino.

Mi sono accorta che anche il modo in cui scrivo si era appiattito su questa sola dimensione e ho deciso di spettinarlo. Da adesso in poi voglio chiudere in un barattolo tutti i momenti belli per lasciare che esplodano a sorpresa -e questo mi fa venire in mente i coriandoli, che i carri sono già pronti e che quest’anno mi devo inventare il modo di portare la mia Viareggio quassù tra questi stinfi britannici.

Non sto a dirvi che ho tremila progetti, ma intanto vi lascio con una poesia di questo poeta giovanissimo che ho scoperto di fresco. Si chiama Jack Underwood e dà un bello schiaffo al cielo grigio di Londra con un fare sornione da prendere a morsi.

Oggi ho capito di quante cose è fatta la felicità.

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Source: Nuovi Argomenti

bullets, diario, London diaries

Elogio della Friendzone

Non è da quelli palesemente sbagliati che è buona norma prendere le distanze, ma da quelli quasi giusti: per quanto la decisione possa essere spinosa considerando che, magari, sia la massa muscolare che cerebrale del tizio sembrano a prima vista promettenti, avere scrupoli in questi casi è quantomeno illegale:

  1. mentre limona e si agita come un cavallo non potete fare a meno di pensare che il primo bacio pareva una duck-face

  2. vi porta il caffè a sorpresa con tre bustine di zucchero, senza ricordarsi che il caffè vi manda al pronto soccorso con le coronarie in concerto Heavy metal e, peggio ancora, che lo zucchero fa ingrassare

  3. si è convinto che sei la sua anima gemella perché, a mensa, i vostri occhi si sono improvvisamente cercati (e tu giù a spiegargli che in realtà avevi appena fatto schizzare un pezzo del tuo spiedino di pollo in quella direzione)

  4. fa i giochini alla mi cerchi tu ti cerco io, stile gatto col topo, ma non ha ben chiaro che di topi in giro non ce n’è

  5. la prima settimana si fa spontaneamente studio-lavoro-allenamento-camminata-sotto-la-pioggia per vederti ogni giorno due fottutissimi minuti e quella dopo lo chiami e manco ti fila perché “stanco del solito bar”

  6. manda messaggi di buongiorno e buonanotte con tanto di link su youtube e poi se ne esce fuori con la perla del non mi toccare pensare chiamare perché non mi piace chattare -e tu che ti stavi appena svegliando dalla tua stitichezza emotiva passi per l’appiccicosa di turno, il che rende la ciaffata molto facile

  7. le chiacchierate sui vostri piani spensierati per conquistare il mondo si adombrano di un “sai, mi sono lasciato da poco”.

Poi, noi donne siamo esigenti. Balle. Non vi chiediamo l’appuntamento perfetto, né di essere romantici sdolcinosi mano nella mano occhinegliocchi. Vi chiediamo di essere al 100% lì dove siete, semplicemente perché è lì con noi che volete stare. Se noi siamo lì, statene certi, è proprio per questa ragione. Perciò, per favore, siate alla nostra altezza, mostratevi uomini e non dodicenni quando vi diciamo la verità, e cioè che forse è meglio rimanere amici. E togliete pure il forse.

racconti

Il filo

Maria spense anche l’ultimo telefono, quello di casa, attaccato a un filo troppo vecchio per connettersi con la sua vita. Si chiese cosa ci facesse ancora lì in un angolo e se mai vi fosse passata attraverso qualche sua parola. Si ricordò con un po’ di spavento che era solito chiamarla su Skype e, per essere sicura, staccò la spina al computer.

Fece scorrere una mano sulla scrivania e guardò il silenzio delle cose. Si immerse nella sedia da ufficio e pensò che, prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto riarredare quella casa. Avrebbero mosso i libri, scosso la polvere, magari ribaltato le sedie sui tavoli per pulire i pavimenti, come faceva sua madre nelle mattine di aprile, prima che arrivassero gli ospiti della domenica. Pensò a come gli uomini e le donne muovano le cose soltanto per rimetterle a posto e poi, incessantemente, le muovano ancora. Pensò a sette anni prima, a come non pensasse che ai suoi progetti quando l’aveva conosciuto.

Si scoprì a non sapere più che forma avesse un pensiero solitario, di quelli senza il sottofondo di nessuna voce ben nota, senza le parole che la facevano sorridere tra un’e-mail e l’altra, senza nessuno a scompigliarle i ricordi. All’improvviso, sentì il vuoto e cercò di immaginarsi la sua vita così come l’aveva interrotta, ma scoprì che l’altro capo del filo si era ficcato a fondo in qualche parte che somigliava al lato sinistro del suo corpo e, come un tendine reciso, non saltava fuori.

Volle spogliarsi, ma non sapeva da dove cominciare. Passò le dita intorno al collo e trovò il gancio della collana; così prese a sciogliere i nodi che le legavano il corpo, piegò uno sopra l’altro camicia e pantaloni e ad ogni piega si liberò di una lacrima per una vita vissuta costantemente altrove, credendo di appartenere altrove e ricevendo in cambio solo distanze.

Sfilò tra le tende del salotto e aprì la finestra. Si domandò se nessuno avrebbe notato il suo corpo appiattito sopra il cornicione. Posò un piede sul davanzale come si entra per la prima volta in una vita e tutto il tempo le si rovesciò addosso con il voltaggio di un filo dell’alta tensione.

Ma un apparecchio suonò: era il vecchio telefono di casa.

 

articoli

Once

Non è detto che, quando trovi l’amore della tua vita, la cosa migliore che tu possa fare sia viverci insieme. Il musical Once, infatti, in scena al Phoenix Theatre di Londra, in Charing Cross Road, celebra una storia d’amore tutt’altro che convenzionale, con un ritmo gioioso e profondo che unisce nella musica i valori dell’amicizia e della vita.

Vincitore di 8 Tony awards, Once è ambientato in un bar irlandese (che, durante l’intervallo, si trasforna effettivamnente in un bar!) e vede l’incontro fra una ragazza madre ceca e un chitarrista di grande talento che, però, si è rassegnato a vivere aggiustando aspirapolveri. Lui sogna di andare in america e produrre un disco tutto suo, lei di poter acquistare un giorno un pianoforte, che suo padre le ha insegnato a suonare: il comune amore per la musica li porterà a realizzare i loro sogni, anche se, nel frattempo, li cambierà per sempre.

Il musical è un adattamento del film diretto e sceneggiato da John Carney, uscito nel 2006 e premiato, nel 2008, con l’oscar per la miglior canzone: ‘Falling Slowly‘. Chi ha già visto il film noterà, nel musical, l’assenza del taglio documentaristico e drammatico che caratterizza la regia di Carney, essenzialmente sperimentale nell’impiego di una telecamera a mano (dovuto, tra l’altro, allo scarsissimo budget) e di musicisti senza alcuna esperienza recitativa alle spalle.

pic7Ciò che il musical trasmette è un vero e proprio inno alla vita, ma alla vita reale, quella che ti chiude le porte in faccia e allora tu devi rialzarti, trovare un’altra strada, la tua, e trasformare il dolore nella cosa giusta. E’ fin troppo facile rifugiarsi nei sogni, lasciarsi andare in una favola impossibile e spaventarsi, un attimo prima della partenza, rimanendo per sempre sulla porta di casa: Once è l’invito a un viaggio spettacolare e pazzesco, in cui entrambi i protagonisti si muovono alla ricerca di se stessi -e si muovono a ritmo di musica.

 

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Le regole dell’amore

Tanto perché in amore non ci sono regole, oggi mi sono svegliata così e ne ho scritte alcune:

  1. se Maometto non va alla montagna, la montagna SI INCAZZA

  2. parlare di meno, fare di piú

  3. se ti manda le rose é un maniaco

  4. in amore vince chi (morde e) fugge

  5. il peperoncino nelle mutande risolve molte gelosie

  6. negare l’evidenza, sempre

  7. se é in linea da due ore e non ti parla É GAY

  8. se ti invita a una festa e il biglietto non é incluso, É GAY

  9. un numero di telefono non é una buona ragione per depilarsi

  10. il sonno dell’ASTINENZA genera mostri

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Cambridge Greek Play: Prometeo e Rane

 

prometheus

È una cosa un po’ nerd un po’ scìc andare a vedersi due spettacoli in greco antico organizzati dalla University of Cambridge, un evento chiamato Cambridge Greek Play che si ripete ogni tre anni. È stata una delle giornate più folli della mia vita.

In questa edizione hanno proposto il Prometeo Incatenato (attribuito ad Eschilo) e le Rane di Aristofane -ed è una gioia che ancora mi fa saltare per tutta casa (cantando brekekekèx koàx koàx) poter dire io c’ero.

E c’ero non come classicista, ma come chi attende che si alzi il sipario chiedendosi se quello a cui sta per assistere faceva tacere all’unisono anche gli spettatori nell’Atene del V secolo o se le grida di Prometeo inchiodato alla roccia facevano tremare la platea anche allora.

Dopo aver studiato per anni il teatro greco, mi ha messo i brividi poter vedere le scene che avevo sempre immaginato e sentir cantare i metri lirici su cui ho passato l’estate: sul palco davanti a me, rumorosa e coloratissima, tutta quella roba che sui libri non sembrava, ma che invece è vita. E non solo lo è stata, ma lo è ancora con l’entusiasmo e il talento degli attori, quasi tutti studenti di Cambridge, laureandi o neo laureati.

Sfogliare le loro biografie sulle pagine del libretto dell’opera mi ha messo ancora di più i brividi: sono tutti ragazzi, proprio come me, che portano avanti una tradizione plurimillenaria con i loro corpi e le loro voci -e mentre leggevo quelle pagine ho avuto la chiara impressione di cosa significhi veramente studiare.

Per studiare davvero non è che ti chiudi in biblioteca davanti al computer. Nemmeno scrivere è sufficiente. Studi davvero quando quello che fai ti cambia, ma non nel modo di parlare o pensare, ti cambia proprio nelle ossa, con un’esperienza di incontro per cui non guarderai niente allo stesso modo.

Per farla breve, ho avuto proprio la sensazione fisica non della semplice presenza degli attori, ma del tempo rappresentato dalle loro persone; i secoli di storia, di commento, di studio si sono di colpo materializzati in una sola parola: amore.

dressshot

È solo per amore infatti che si porta avanti una tradizione agli occhi del mondo così inutile e trita, così incomprensibile eppure non solo vera, ma viva perché fatta di persone oggi come allora. E mi sono sentita felice di appartenere al mondo della filologia, una parola così bella da tenere insieme secoli di storia e pensiero, portandoli avanti con tanto ragionamento, tecnica e scienza, ma prima di tutto amore.

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Il grande sogno

Sono trrroppo pigra in questi giorni, ma la settimana scorsa mi sono scollata dal divano per andare a vedere DiCaprio. E’ moolto migliorato dai tempi in cui era uno sbarbatello, quasi quasi mi ci affilerei le unghie!

Ho sentito pareri discordanti sul film, dai puristi che si dicono delusi per via delle musiche remixate a chi ci legge soprattutto una condanna sociale, ma.. Di che? Secondo me la società c’entra, ma fino a un certo punto. Il cuore della storia di Gatsby, nel libro e nel film, è il sogno.

Penso che il film sia di grande effetto proprio perché rende la sensazione, la trama sottile e preziosa di un sogno. Anche le musiche sono orientate in questo senso: quando le immagini sono dense, al rallentatore, partono i pezzi moderni; quando invece le scene rappresentano la realtà dei fatti si sente in sottofondo la musica d’epoca anni ’20.

Insomma, la storia di Gatsby mette in evidenza come sia bello e insieme pericoloso vivere un sogno e quanto coraggio e quanta forza ci voglia per non confonderlo con la realtà. In fondo, Gatsby aveva ottenuto soldi e successo, ma il suo sogno di felicità sfuma proprio perché ne è troppo innamorato: ama una donna che non sa ricambiarlo, ma lui non vuole, non può vederlo.

Nelle ultime parole dell’amico, quando, salutandolo, gli dice che lui, Gatsby, è migliore di tutti loro, se proprio vuoi analizzarlo dal punto di vista sociale, puoi vedere al massimo una critica alla borghesia ipocrita e incapace di veri sentimenti.

Il punto è che i sogni sono importanti, ma ancora più importante è aprire gli occhi, e vivere la vita davvero, non solo con l’immaginazione. Altrimenti diventa un circolo chiuso che non si alimenta e il sogno finisce, insieme alla vita.

E voi, avete visto il film? A che squadra appartenete: puristi, socialmente impegnati o sognatori?

Baci, Uovadi.