pensieri, video

Quando sarò capace di amare

Nel mio paesaccio toscano scalcinato, agli inizi di luglio, hanno la brava idea del Festival Gaber.

C’era una ragazza a cantare in un angolo, con in sottofondo il rumore di una pianola; alta, mora, ironica, con un vestito a pallini blu un po’ voluminoso che le dava l’aria simpatica da campanella. Cantò La Nave, facendoci rollare dal ridere, e quando i bambini del pubblico avevano appena finito di fingere di vomitare, attaccò Quando Sarò Capace di Amare.

Ora, se tutte le luci sono sembrate di colpo accese intorno al campanile in ristrutturazione, in un angolo polverosissimo di un paese mezzo montanaro in cui il meteo aveva previsto un inavverato diluvio, come sarà stato dal vivo il Signor G, lo posso solo immaginare.

Ho ripescato un video che, a quanto pare, risale alla sua ultima apparizione in pubblico. La canzone era già bella cantata da un altro e va da sé. Però, la sua faccia canta da sola. Ci ho visto il ritratto di tutte le parole e, forse, anche del posto da dove provengono, che non so davvero se chiamare genio o altro, ma, da come lo guarda lui, deve essere qualcosa di poco diverso da un paradiso.

diario, London diaries, pensieri

Cose belle

Di tutte le mie scoperte, recentemente ne ho fatta una più incredibile del Vegan Bacon. Credevo di viaggiare a caccia di un sogno e SBEM mi si è chiuso platealmente in faccia. Considerando il detto dalailamiano per cui non ottenere quello che vuoi può essere un colpo di fortuna, da un mese a questa parte ho ritenuto che fosse un colpo e basta.

Invece, poi ti svegli e scopri un altro lato di te che è come staccare la tua figurina in due dimensioni da un quadro un po’ stinto e fiondarla in un film in 4D. L’inizio della rivoluzione può riassumersi in tre fasi:

  1.  colorarsi i capelli di blu 
  2. non dire a mamma che il colore è temporaneo
  3. Skype with popcorn.

Ok, magari non è il massimo della scoperta, però funziona. Mi ha portato a capire (ma non mi chiedete come) che mi piace parecchio lavorare come editor ed insegnare italiano alle matricole di qui: sono così adorabili quando ruminano i nostri verbi con l’accento di Luca Giurato dopo tre giri di Vodka che me li strapazzerei tutti!

Magari ho l’occasione di cambiare davvero la mia vita e di trasformarla in qualcosa di rumoroso e coloratissimo (no, non in uno struzzo in technicolor). Chissà perché ho sempre pensato che le cose belle dovessero venire tutte da un’unica persona e spesso mi sono seduta lì ad aspettarla senza pensare che invece capitano random, e il fatto stesso che capitino non è una garanzia di destino.

Mi sono accorta che anche il modo in cui scrivo si era appiattito su questa sola dimensione e ho deciso di spettinarlo. Da adesso in poi voglio chiudere in un barattolo tutti i momenti belli per lasciare che esplodano a sorpresa -e questo mi fa venire in mente i coriandoli, che i carri sono già pronti e che quest’anno mi devo inventare il modo di portare la mia Viareggio quassù tra questi stinfi britannici.

Non sto a dirvi che ho tremila progetti, ma intanto vi lascio con una poesia di questo poeta giovanissimo che ho scoperto di fresco. Si chiama Jack Underwood e dà un bello schiaffo al cielo grigio di Londra con un fare sornione da prendere a morsi.

Oggi ho capito di quante cose è fatta la felicità.

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Source: Nuovi Argomenti

pensieri

La parola guerra

Io mi ricordo -avevo undici anni. Mi ricordo la coperta rossa sul divano, il sole fuori dalla finestra nella già frenetica estate dopo l’esame di quinta elementare, quando la tua infanzia agli sgoccioli doveva decidersi tra le famigerate scuole medie sotto casa oppure cambiare città.

Mi ricordo -era ieri- il cielo all’improvviso spento dalla paura, come il raggio di un pianeta oscuro troppo vicino (o troppo simile) alla Terra.

Ricordo la volontà infantile di migrare, cambiare cielo, terra, umanità all’istante, perché non avrei voluto vivere in un mondo che ti crolla sotto i piedi appena cominci a muovere i primi passi. C’era la televisione, i reporter impazziti, le fiamme; il secondo aereo che si polverizzava in diretta negli occhi tesi a non capire.

Tutt’ora non capisco come la parola guerra possa portare pace, dal momento che è una di quelle parole fatte dagli uomini per costruire muri, e il muro più pesante è quello che ti si radica dentro e contro cui la tua anima va a sbattere ogni volta che ti chiedi perché.

pensieri

Tempo

Strana cosa, il tempo. Come se ad ogni tocco di orologio si aprissero pagine diverse del destino, potremmo separarcene in ogni momento.

Ma cos’è, il tempo? Misura superflua delle nostre giornate, barriera insormontabile ai pensieri, granello che cade, che cade, nello spazio di cui non si vede la fine. O la vediamo, ma siamo sordi.

Preferiamo riempirci di orologi, pendole, cucù, sveglie, radiosveglie da regolare un’ora avanti o indietro; preferiamo risparmiarlo, il tempo, gareggiare con lui, sprecarlo, ammazzarlo, dedicarlo, ma ascoltarlo no.

Perché poi, ci si chiede: cos’è?

pensieropoesia

Messaggi Mai Mandati

Amore, sono già arrivata, aspetta

Rosa non ti piacevo e adesso sono blu

Non so per quale strana congiunzione spazio temporale, a mensa mi prende una tristezza catatonica

Quando cominciano a darti del lei è un brutto momento.

E’ sempre un brutto momento quando vedi che la tua non è più l’ultima generazione

Non essere di vetro, ma di vento trasparente e morbido, non freddo

Scimmia, penso di aver lasciato il mio ombrello fucsia nella tua auto. A domani

Dove hai lasciato i tuoi giorni? Dove i tuoi occhi, il tuo bel viso, dove hai posato lo sguardo nel frattempo, quanti archi hai visto tra due spazi chiusi, quali frecce hai scoccato dall’albero del tempo?

Si aprono spazi siderali nei ritardi nascosti, disguidi che non ti aspettavi, e ti regalano girandole di tempo in cui non sei ma sei, sorridi e non dovresti

La poesia si lavora col tempo, a occhi stanchi, con le mani

E’ un lavoro importante far coincidere due sagome di me

Quando trovo il nodo, sciolgo una dinamo ad energia cosmica

E quando trovo la parola sono meno indifferente

Quando ti sorge il dubbio è amore

 

pensieropoesia

La terza onda

Come sapevi che ero io tra tante?

Perché il tuo sguardo ha una scintilla. Perché hai l’aria bella e scaltra di chi sa rubare un bacio senza cavarti il cuore. Perché tu mi hai chiamata con il frastuono della terza onda.

Perché parti?

Voglio riposare

Arrivi o torni?

Tutt’e due.

Si gira verso di me. Ha gli occhi di chi torna a casa.

-Come può il perdono

Diventare un libro

Con codice e prezzo

Se è una rosa

Alta di memoria

Sul profilo di un muro

Che mi crolla

Dentro?

 

Su due piedi non rispondo. I silenzi del suo dettato mi otturano il cuore.

Ride. Si alza. Arriva il treno.

Arriva su di me, sul mio pensiero inutile e contraddittorio. Mai avrei pensato di morire così, che non fa male, lasciare la presa in un abbraccio di ferro, negli occhi la carezza immortale, amore, del tuo desiderio.

Dimmi cos’è il perdono. Dimmi com’è aspettare al varco e mollare la presa. Dimmi qual è la pace che attendiamo rendendoci senza meta, rigirandoci la mattina nel sonno senza voler svegliare la parte di noi che uccide e non chiede

Perché?

 

pensieri

Pensieri

Non ho un pensiero preciso per questo 2 giugno.

Non ho un pensiero, ne ho tanti, spettinati in testa e accesi come candele. Vorrei spegnerli uno per uno e poter dormire, lasciarmi andare con fiducia al mio tempo e darmi da fare, con gli altri, perché i sogni non vengono finché ci sono i pensieri.

Vorrei che vivere qui fosse una danza, scatenata, faticosa e bella.

Non sono disfattista perché qualcosa in me non lo permette. Forse perché va di moda e non nuoto mai dove vedo la corrente. O forse il gatto ci mette la coda.

Però ho un’immagine in testa e una parola.

Vedo le strade della mia città vuote e diffidenti sotto i passi, la tensione che sale nei volti spenti, un cielo lontano e miti vuoti. La solitudine assale. Sarà il male del secolo, sarà la crisi, sarà che dobbiamo cambiare, ma siamo strozzati dal circolo vizioso del vivere per vivere.

E allora seminare.

Questa la parola.

Costruire no perché se costruisci ti spacchi la schiena e quando hai finito ti chiedi perché l’ho fatto? sono davvero felice? e adesso? e sono domande con il vuoto intorno, il nulla nel cuore e il rischio che il tetto ti crolli in testa.

A volte mi ripeto: seminare e prego che la mia vita sia così.

Anche con quello ti spacchi la schiena. Non hai subito un risultato, ma più ti sforzi, più la terra risponde, ti accoglie, e anche se non sai in anticipo quale fiore ti regala, è certo che avrà molta più fantasia della tua speranza.

A questo penso oggi.

E al suono della prima voce che nel ’46 gridò repubblica! in un miraggio da coltivare come un destino, senza nemmeno immaginare che si potesse un giorno non crederci più.

pensieri

Ringraziamenti

Un mese da gatto.

Mao a tutti! =)

pensieropoesia

Londra

Ricordo Londra e l’aereo che sembrava un treno con due ali. Nei vuoti d’aria stava fermo il cuore ed era il resto che oscillava. Occhi, stomaco, pensiero, quando scendemmo solo lui mancava.

E’ rimasto alla stessa altitudine di sempre.

Guardo le stelle un po’ come si guarda il mare, senza sapere che ci si può immergere così nel ventre della notte, essere lì, essere qua, che cambia?

Quale pezzo di cielo ha la mia impronta?

Le chiatte sul Tamigi sono un inno al freddo. L’aria gelata tra le piume di un gabbiano svapora sui venditori di hot dog al London Eye. Cammino su un cumulo di gente inane, che non credevo tanta la morte ne avesse disfatta.

Partivo e mi sembrava di tornare.

pensieri

Orecchini a sorpresa

Mia mamma non si aspettava due orecchini di brillanti stamattina.

No, perché la sacher a colazione per il compleanno -prima di mezzogiorno, si sa, non va sui fianchi- è stato il non plus ultra.

Ma io sono piena di risorse. Anche perché mi ero scordata il pacchetto nel motorino e siccome era già in piedi, ho fatto un salto andata e ritorno dalla finestra, alla Lupin III.

A proposito, ecco qui gli ultimi tre modelli, nati mentre il pollo si carbonizzava allegramente insieme alle patate.

Fatti rigorosamente a mano, all’uncinetto, con filo di cotone e perline.

Auguri, mamma!

P.S: mettete MI PIACE qui, perché lo dice mamma!