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Euridice

Signor Direttore,

Le scrivo la presente per informarLa che i recenti fatti accaduti con la discesa agli inferi di mio marito e successivo disguido sono da imputare alla sottoscritta e non all’arbitrio del medesimo.

E’ stato tutto un malinteso. Io, vivere ancora? Figuriamoci. Mi sono abituata. Qui è tutto un grigio, ma non mi lamento, non ho né fame né sete, fa fresco e Cerbero non è così feroce come sembra. Ho provato a dirlo a mio marito, ma sa come sono i poeti: sotto ispirazione non capisce nulla.

I primi tempi non è stato facile. Perciò, Le scrissi di potergli almeno comparire in sogno, a mio marito, per consolare lui e me un poco e dirgli definitivamente addio.

Mi era rimasto in tasca, all’epoca del matrimonio, un ciondolo a cui teneva molto quando eravamo fidanzati. Pensavo che gli avrebbe fatto piacere tenerlo con sé. Allora l’ho posato sull’orlo del letto e me ne sono andata. Ma appena il sogno si spense, si svegliò. Di tutto il discorso sulla vita e sulla morte, sul desiderio che lui ricominciasse senza pensare a ciò che è stato, il suo genio poetico non afferrò una sillaba. Ricordò la mia immagine, riconobbe il ciondolo, partì.

C’è da capirlo, è una persona semplice. Tutto il suo ingegno non gli serve a molto quando si tratta di un indizio che smentisce la sua convinzione. Anzi. Non dubitò un istante quando un fulmine incendiò un albero appena mise piede nella selva; non lo fermò la frana che lo costrinse a fare un giro lungo il doppio, né i pipistrelli che agitai con le mie vesti perché, all’imboccatura della grotta, lo facessero tornare indietro.

Poi, va da sé che quando si mette in testa una cosa, trova anche le parole. Così -con rispetto parlando- ha corbellato Lei e Sua moglie, ma nel trambusto generale ho ottenuto la clausola che mi perdesse con un solo sguardo prima della luce. Tirai un sospiro di sollievo.

Ero sicura di farcela: ormai, al suo canto, sono immune.

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Medea

Guardatelo, l’Argivo di ritorno dalla sua impresa.

Se dicessero che è stata una donna, Medea, principessa dei Colchi, a permettergli di cantare vittoria, non ci crederebbe nessuno. Una donna. Non greca, per giunta: può essere concubina, involucro di figli bastardi, ma non madre e sposa.

Guardatelo, ora ha altro di cui occuparsi, altri campi da arare. Ed è giusto così. Io non sarò sposa, né madre. Ma non per tua scelta. Tu, in accordo con le tue leggi, puoi ripudiarmi, ma non vagherò solitaria come una cagna a grattare con le unghie merdose i sepolcri e rubare il pane ai defunti pur di vivere. Non andrà come credi. Tu infrangi le leggi dell’amore in virtù di un vuoto ideale ed io, delle leggi di natura, non so che farmene.

Ho ancora il sangue di mio fratello che ritorna su ogni veste che copre il mio seno, un’ombra, una striscia di sangue mi lega i capelli e, presto, si stringerà intorno al collo. Il sangue chiede altro sangue. Non c’è circolo di affetti che possa colmare una donna che ha rinnegato se stessa per amare il suo uomo e questi la lascia. Lo stesso fuoco brucerà la novella sposa e suo padre, ma –ne sono certa- non te. Infido e strisciante come sei, non muoverai un solo dito a sorreggerla quando lancerà il primo grido, piegata su un fianco all’altare. Il padre invece sì: tu ignori cosa sia un legame di sangue, non sai come si stringe il nodo di due anime nella carne, e non saprai mai qual è la prima pietra che fa crollare un amore.

Io sì. So dove affondare il coltello, nella carne del collo dei tuoi –e dei miei figli. So dove sferrare il colpo e che, uccidendo me stessa, non morirei quanto muoio in questo momento, né ucciderei te con la stessa fulminea precisione se ti lasciassi morire accanto alla tua bella, dando inizio ai tuoi onori eroici e alla mia caccia alla strega. No. So fare di meglio.

Mi guardano adesso, i tuoi figli. Quelli che mi hai seminato nel ventre con un impeto di rabbia che credevo mi avesse relegato alla custodia di te stesso. Un compito che avrei amato soffrire dall’inizio alla fine dei miei giorni. Invece sono uguali a te, i bastardi, ma non hanno la metà dell’amore che dovevi darmi, non mi hai dato la metà dell’amore che speravo mi dessero.

Ora Medea uccide Giasone. Uccide Giasone e Medea insieme, legati nella carne, nel vuoto di una promessa che, alla loro nascita, ho visto morire.

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A Ulisse

Ti ho aspettato vent’anni.

Tu avrai viaggiato in lungo e in largo, visto posti, conosciuto persone, e magari hai avuto altre donne, altri figli. Non ti biasimo. Al posto tuo, avrei fatto lo stesso.

Ma se avevi un tarlo che ti rodeva dentro tanto da fare i bagagli e ripartire, mi spieghi, allora, perché tornare? Forse, i tarli non sono mai univoci? Soffrono di solitudine anche loro, poveretti? Si mettono d’accordo? Guarda, vai prima tu, punzecchialo finché non soddisfa questo capriccio, poi guarda che tocca a me e allora si riparte daccapo, per me va bene, però, niente più seccature: questo qui ce lo dividiamo, in barba a sua moglie, ti do sei mesi, poi, faccio quello che mi pare, anche il contrario di quel che vuoi tu, ok? d’accordo.

Strana cosa avere a che fare con i desideri. Voi uomini non sapete proprio da che parte cominciare e tu più di tutti. Stessa cosa per Troia. Quando te lo sei messo in testa, all’epoca, non desideravi che partire, tanto da convincere tutti gli altri, compreso Achille.

Un desiderio ce l’avevo anch’io: che tu rimanessi. Fin dall’inizio. Ma l’hai strappato come si strappa una vela per troppo vento, anche se i desideri fino a un certo punto si piegano. Infatti non so che avrei dato perché, almeno, mi portassi con te. Però, qualcuno doveva badare alla casa, al regno, a nostro figlio piccolo.

Tu vai, torni, riparti, quando ti pare. Siamo diventati vecchi a forza di fare così. Ma il mio amore si era già ricucito dietro la scia della tua nave, se proprio vuoi saperlo, e l’ultimo taglio non l’ha fatto sanguinare che un poco. Ti avevo già pianto come morto, anche se le stelle, il vento, mi dicevano il contrario. In realtà non aspettavo te. E’ stata solo una scusa. Piangevo per me, per il mio cuore in apnea, perché sentivo che il desiderio di te non era annegato come gli altri, ma più tornava in superficie, più mi sentivo affondare.

Brutta storia per noi donne, desiderare. Vorremmo viaggiare, conquistarci onore e gloria, come voi, ma non possiamo farlo se non tessendo i sogni che ci rimangono in una stupida tela. La disfacevo per rabbia, altroché. Ogni sera, finito il ricamo, scioglievo i capelli, trovandone sempre uno bianco di troppo, e spegnevo la candela. Poi, piantavo le unghie nella trama, quasi fosse stata la tua carne e, nel buio, vedevo i disegni contorcersi dentro di me sperando di cambiare i fili della tua rotta al punto da riportarti qui. Il guaio non è cosa, ma chi si desidera.

Tu non te lo meritavi.

 

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Lettere che non ho mai

Ho trovato la parola del nostro amore: la chiave di volta della mia vita di prima.

Salvare.

Per questo riempivo fogli e fogli di sospiri, non chiudevo mai una telefonata finché non era tornato il sorriso e conservavo le tue mail, i messaggi e le palette del gelato: volevo salvare te da una famiglia insana e me dalla solitudine. Salvare il nostro tempo dal caos e la nostra parte migliore. Salvare i nostri pochi anni e metterli insieme per essere più grandi. Salvare i tuoi occhi d’ambra e la tua pelle scura dal rischio di sfiorire prima che un bacio potesse mantenerli nel suo

Per sempre

Quando ti ho fatto una promessa l’ho mantenuta a costo di non vivere, di non mangiare.

L’ultima volta che siamo usciti insieme non la smettevo di abbracciarti. Giravo intorno, mendicavo un bacio, volevo sentire la tua stretta. Ma eri cosa morta tra le mie braccia l’ultima sera. Stanco, inerte. Cercavo ancora un motivo per restare e tu non mi afferravi. Dio cosa avrei dato per uno di quegli abbracci incrina costole di quando sentirmi vicino non ti bastava, uno di quei baci stretti da mandare un brivido fino all’ombelico e ritorno.

Forse bisogna essere in due per accedere a quel paradiso.

Di noi, chi si è tirato indietro?

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Lettera a Lucignolo

“…secondo noi, antisemitismo, islamofobia e razzismo scaturiscono, tanto nei secoli passati quanto oggi, da opere come la Commedia che contribuiscono alla formazione di giovani e meno giovani.”

A questo punto, si aprono due strade:

1- rifilare la pappardella di Dante-figlio-del-suo-tempo-ma-per-fortuna-dal-medio-evo-in-qua-ci-siamo-evoluti

2- ritagliare con forbici dalla punta arrotondata i canti scabrosi e radiarli dalle antologie scolastiche. Fatto?

Di fronte all’articolo di Gherush92 in risposta alle risposte all’articolo che attacca Dante (già la presentazione è macchinosa, figurarsi il resto) mi sembra di avere a che fare con un fondamentalista islamico, solo, al contrario.

“Ammettiamo pure che della Commedia esistano diversi livelli di interpretazione, simbolico, metaforico, iconografico, estetico, linguistico, etc., ciò non autorizza a rimuovere il significato testuale dell’opera, il cui contenuto denigratorio è evidente e contribuisce, oggi come ieri, a diffondere false accuse costate nei secoli milioni e milioni di morti.”

Ma bravi. Hanno pure studiato.

Il guaio è che la letteratura, così concepita, presuppone:

1- una visione ottimista del ruolo degli intellettuali (e così si regredisce all’800)

2- una gran pecoraggine del lettore, che, stando a Gherush, seguirebbe per filo e per segno quello che il testo propina.

Di qui, almeno nelle scuole, la censura è d’obbligo.

Ma Gherush, che della sottigliezza ormai si è fatto vanto, domanda:

 “Quale sarebbe il vantaggio di studiare il Maometto descritto nel canto XXVIII dell’Inferno? Quale il vantaggio di studiare il Giuda Iscariota del canto XXXIII, condannato come traditore?”

Questo a casa mia si chiama “caccia alla zanzara col bazooka”.

Nel senso che il problema, ingigantito, fa più guai della sua reale consistenza. Già, perché nel tuo idillio romantico, Gherush, ti sei scordato che la conoscenza letteraria non è logica.

L’arte non ha una funzione pacificatrice, né morale. Ascoltare Mozart e Bach non ha impedito ai Nazisti di compiere le loro stragi.

E allora:

“Come evitare il senso di imbarazzo, frustrazione, umiliazione ed offesa che i versi di Dante veicolano?”

Semplice, non evitiamolo.

Il vantaggio sta proprio lì, specie di grillotalpa accecato dalle tue idee progressiste, lì in quello che dici.

Non c’è da sorprendersi di trovare contraddizioni anche nelle opere più sistematiche.

Prendine una a caso: la Commedia. Lo sapevi che la sua cosmologia (f. s. = ordine dell’universo) Dante la prende da Il libro della scala, un’opera che credeva appartenesse proprio a Maometto, l’uomo sventrato del canto XXVIII?

Ancora: sapevi che Averroé e Avicenna hanno dato al mondo occidentale l’Etica Nicomachea, su cui l’Inferno dantesco è abbarbicato?

No. Tu preferisci chiudere con un sontuoso:

“…per quanto ci sforziamo, ci torna difficile trovare un valore estetico nel razzismo.”

E per forza. Perché il valore estetico della Commedia non è lì.

Il suo valore inestimabile, come di tutte le opere più grandi (vedi la Gerusalemme Liberata, vedi Quer pasticciaccio butto de Via Merulana, per esempio), sta nel fatto di essere irrisolta.

Irrisolvibile.

Insanabile.

Irriducibile.

O quello che ti pare.

Ma insomma, siamo sicuri che censurando o togliendo Dante dalle scuole formeremmo uomini e donne migliori? Ti pare sano di mente semplificare il mondo a un ragazzino che prima o poi, dalla scuola, uscirà fuori?

Perché invece non leggere proprio i pezzi più imbarazzanti, correre il rischio di accendere i cervelli, educare alla contraddizione?