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Scrivere di storia

Proprio ieri parlavo con mio padre di storia, del perché mi fa venire il nervoso, a studiarla, che sembra sempre che scappi qualcosa. Abbiamo provato a dirci i nostri diversi e difficili amori per questa invenzione bellissima, che io vivo un po’ con l’anima del filologo che spulcia libri antichi, e lui con quella del geometra che rimbalza tra mille progetti.

A dirci la verità, è saltato fuori che il nostro è un problema di memoria lineare. Io concepisco poco lo spazio, ancora meno il tempo, e mi sono scoperta a ricordare in ordine di emozioni. Però il problema è rimasto e l’ho capito ieri sera, tardi, ruminando sul perché questo esame di storia vorrei studiarlo altri vent’anni prima di non sentirmi colpevole a scriverne qualcosa.

Quello che faccio fatica ad acchiappare e cerco anche quando non c’è (rischiando, tra l’altro, un calcione accademico in entrambi i saggi di quest’anno, sempre a questionare l’idea stessa di storia) è che andando a cercare l’ideale, il fatto, il motivo, o anche volgarmente l’interesse, si perde l’occhio di chi, la storia, l’ha vissuta.

A me manca sentire la voce della storia come si sente la voce della poesia, dove la verità si mescola e di facce ne ha così tante che quasi ti viene da chiedere se è una. L’unico modo per saperlo, che io sappia, è non perdersi tra le voci che la proclamano e riviverla in quelle che la registrano per caso, esatta come un dolore.

Oggi mi sono svegliata e non pensavo di scrivere qualcosa sulla Liberazione. Però certi pezzi di storia ti tirano dentro e tu, di storia, non puoi che scrivere un po’ per caso, come per un dolore.

Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

Franco Fortini

*

Non piangere

Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace
dell’aria; fa che io bruci
ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me si riposa.

Giorgio Bassani

*

Ai quindici di Piazzale Loreto

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.

Salvatore Quasimodo

.

*

Per Luigina Comotto, savonese
Fucilata a settant’anni.
Il tuo mucchietto d’ossa insanguinate.
Per salvare quei giovani
non hai rinunciato alla vita
ma alla tua morte
la dolce morte da tanto tempo aspettata.
Un giorno doveva venire
col velo nero
ed il viso di cera
della Donna dei Sette Dolori
e sedertisi accanto
sospirando e pregando insieme,
la buona morte odorosa d’incenso
nella stanzetta ordinata
tutto uno specchio
in un brillio di candele,
i garofani sparsi sul letto
e le vicine intorno
a recitare il rosario
con tintinnio di corone,
ora l’una ora l’altra che dice
asciugandosi gli occhi:
– Com’è rimasta bene,
pare quand’era ragazza.-
Quest’altra morte tu
non la conosci,
la strana morte col casco d’acciaio
e la bestemmia fra i denti,
il furgone cellulare
coll’urlo della sirena,
il poligono di tiro,
in fondo là il muro;
tu non sai come metterti
che cosa fare
se puoi aggiustarti le vesti
farti un segno di croce.
Troppo tardi queste cose per impararle,
e che diranno le tue vicine,
morire una morte così
da scomunicati.
Eppure anche Nostro Signore
qualche donna l’ha avuta sotto la croce.
Oh Madre dei Sette Dolori
morire una morte così
tutta diversa.
Ma non vorresti sbagliare.
Con un dito tremante
sfiori la manica del graduato,
che per favore scusi
che cosa bisogna fare.
– Tu niente. Soltanto morire, –
ride il casco d’acciaio.
E ride il plotone allineato.

*

Epitaffi partigiani

Il Principino

Varzi Michele detto Il Principino.
Aveva un anello d’oro,
lo sapeva far brillare con gesti da signore.
Lo lasciarono tre giorni
inchiodato a quella porta
col capo penzoloni
lui che piaceva alle ragazze,
che sapeva far brillare
un filo d’oro con gesti da signore.

Sicilia

Di Sicilia non sa il nome nessuno.
Taceva sempre
per non far ridere della parlata.
Con la faccia spaccata
non volle dire dov’era il Comando.
– E pazienza – disse quando lo misero al muro.

Sources:

poetarum silva

anpi.it

versiliatoday

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Pancakes day

Ogni volta che rinasco dalle mie solitudini mi ci vuole un pancake. Posto il fatto che di solito i toppings sono robe strane tipo cioccolata al mango e caramel pineapple (la pineapple è il mio nemico giurato: quando diventerò dittatore lo estirperò dalla pizza!), da brava toscana, devo dire che a festeggiare il martedì grasso, ‘sti inglesi un sanno fa’.

Riassunto breve di metà settimana: abbiamo sonoramente perso il torneo di calcetto delle societies, ma ho avuto l’occasione di dare l’esempio di Italian mood: if everything goes to shit, we don’t give a shit and we’re happy!

Seconda cosa che ho imparato: MAI scherzare sui brownies con gli sconosciuti. Nel mio inglese semi maccheronico, migliorato da sei mesi di permanenza all’estero, credevo di non incorrere in situazioni imbarazzanti lasciando capire that I am addicted to chocolate. Salvo poi scoprire che, i tizi, se li fanno davvero gli special brownies, ma special special che altro che vespe cinquanta!

Tre: quest’anno abbiamo il carro di Freddie Mercury e io me lo perdo. Però, sono nella patria di Bohemian Rhapsody, che quando va in circolo nell’ipod parte il trip che manco i Brownies. Stonarla per le strade di qui fa tutto un altro effetto -come la disco anni ottanta, che quando parte il ritornello la sanno tutti a memoria per davvero, mica aiuàsmàààidforloviniubeibinanananananloviniùùù

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By the way, mi devo sciroppare un saggio di filosofia antica che davvero la pineapple pizza mi ispira di più. Oggi ho tirato giù un piano di battaglia, se magari la smetto di ronfare sul termosifone come un gatto in hangover, riesco a levarci le gambe.

P.S.: non vi anticipo i particolari, ma sabato abbiamo il mega sofisticatissimo formale societies ball e, dopo aver cassato il mio scorso pretendente al ballo, in qualità di donna indipendente e quasi in carriera, stavolta, ci vado da me. E con un vestito verde very italian, sperando che le mie due amiche trovino una un vestito bianco e l’altra rosso per portare alto l’orgoglio dell’Italian soc!

Love from London,

Uovadi.

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Miaogiorno

Non che mi fossi svegliata con la luna storta, ma insomma, con abfghrg mila parole ancora da scrivere per un saggio da consegnare giovedì, magari stavo meglio ante-sveglia.

Poi, con il controllo email di routine SBEM, arriva il messaggio di Aletti Editore che, in occasione del premio Dedicato a… Poesie per Ricordare ha lanciato un talent scouting per la pubblicazione di giovani poeti.

Che dire, è dalle nove di stamani che ballo la giubilanza.

It’s a hard work, ma ogni tanto ‘najoia!

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Writers Wednesday

Writers Wednesday

Collaboro da quasi un anno con i ragazzi di Uni Info News e oggi si apre un nuovo capitolo della nostra avventura!

La nostra è una rivista online di studenti universitari: in brevissimo tempo abbiamo formato una redazione di una trentina di persone e ci occupiamo di cinema, politica, sport, letteratura -manco a dirvelo su quale categoria ha messo le grinfie il gatto!

Ogni mercoledì a partire da oggi 5 febbraio pubblichiamo una poesia o un racconto breve scritto da un autore emergente. Il progetto è aperto a tutti quelli che vogliono partecipare! Basta scrivere all’indirizzo email giulia.pedonese@uninfonews.it per ricevere un feedback dalla redazione e pubblicare con noi!

Era questo il progetto che covavo da un po’ di tempo: i lavori sono partiti il mese scorso ed è stata una grande occasione per scoprire nuovi aspetti della pubblicazione online -i romanzi a puntate fanno un po’ Parigi dell’ottocento!- e per far partire un bel lavoro di squadra.

Il racconto che ho scelto per iniziare la nuova rubrica è di Marco Bonavia, scrittore un po’ timido oltre che mio grandissimo amico, e si ispira al quadro Bohémienne Endormie di Henri Rousseau.

Buona lettura!

Le dune sono così lontane da sembrare piatte e ogni passo affonda nella soffice e fresca sabbia. Nel deserto la temperatura cambia drasticamente, ma questo è solo l’inizio del deserto e oggi è soltanto una notte fresca e illuminata dalla luna.

Non so cosa stia facendo qui. Vago e mi annoio e cerco qualcosa. Mi fermo. Nulla. Non un rumore. Un rumore no, ma un odore sì. Ho sempre sentito delle cose nell’aria e oggi le stavo cercando con attenzione per trovare qualcosa che potesse sconfiggere la mia noia. È arrivato con una folata: è un po’ lontano, ma lo posso raggiungere, tanto correre non è mai stato un problema…

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Strangers

Autumn, where’s my lost love?

I used to ask the leaves

as they were letters you wrote

with your pale fingers in the wind

-but I can’t read your alphabet.

The word we never said

has found me near Virginia Water

and I was happy then, in my old

pair of shoes.

 

It was the last day of January

written on your skin

like a cold whirl of light

the light of ending things

-the smell of winter

leaves us incomplete

and in its grasp I couldn’t find

the reason why my foreign name

sounds so confused on your lips.

 

 

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L’Isola che c’è

Io sono già arrivata al mio obiettivo. Sono già quello che devo diventare. Non so la prossima mossa, del futuro non so niente, ma so cosa voglio diventare perché già lo sono. Come i bambini. Sono quello che fanno nei loro giochi ed è così che sono già grandi senza crescere mai.

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Cose belle

Di tutte le mie scoperte, recentemente ne ho fatta una più incredibile del Vegan Bacon. Credevo di viaggiare a caccia di un sogno e SBEM mi si è chiuso platealmente in faccia. Considerando il detto dalailamiano per cui non ottenere quello che vuoi può essere un colpo di fortuna, da un mese a questa parte ho ritenuto che fosse un colpo e basta.

Invece, poi ti svegli e scopri un altro lato di te che è come staccare la tua figurina in due dimensioni da un quadro un po’ stinto e fiondarla in un film in 4D. L’inizio della rivoluzione può riassumersi in tre fasi:

  1.  colorarsi i capelli di blu 
  2. non dire a mamma che il colore è temporaneo
  3. Skype with popcorn.

Ok, magari non è il massimo della scoperta, però funziona. Mi ha portato a capire (ma non mi chiedete come) che mi piace parecchio lavorare come editor ed insegnare italiano alle matricole di qui: sono così adorabili quando ruminano i nostri verbi con l’accento di Luca Giurato dopo tre giri di Vodka che me li strapazzerei tutti!

Magari ho l’occasione di cambiare davvero la mia vita e di trasformarla in qualcosa di rumoroso e coloratissimo (no, non in uno struzzo in technicolor). Chissà perché ho sempre pensato che le cose belle dovessero venire tutte da un’unica persona e spesso mi sono seduta lì ad aspettarla senza pensare che invece capitano random, e il fatto stesso che capitino non è una garanzia di destino.

Mi sono accorta che anche il modo in cui scrivo si era appiattito su questa sola dimensione e ho deciso di spettinarlo. Da adesso in poi voglio chiudere in un barattolo tutti i momenti belli per lasciare che esplodano a sorpresa -e questo mi fa venire in mente i coriandoli, che i carri sono già pronti e che quest’anno mi devo inventare il modo di portare la mia Viareggio quassù tra questi stinfi britannici.

Non sto a dirvi che ho tremila progetti, ma intanto vi lascio con una poesia di questo poeta giovanissimo che ho scoperto di fresco. Si chiama Jack Underwood e dà un bello schiaffo al cielo grigio di Londra con un fare sornione da prendere a morsi.

Oggi ho capito di quante cose è fatta la felicità.

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Source: Nuovi Argomenti

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Elogio della Friendzone

Non è da quelli palesemente sbagliati che è buona norma prendere le distanze, ma da quelli quasi giusti: per quanto la decisione possa essere spinosa considerando che, magari, sia la massa muscolare che cerebrale del tizio sembrano a prima vista promettenti, avere scrupoli in questi casi è quantomeno illegale:

  1. mentre limona e si agita come un cavallo non potete fare a meno di pensare che il primo bacio pareva una duck-face

  2. vi porta il caffè a sorpresa con tre bustine di zucchero, senza ricordarsi che il caffè vi manda al pronto soccorso con le coronarie in concerto Heavy metal e, peggio ancora, che lo zucchero fa ingrassare

  3. si è convinto che sei la sua anima gemella perché, a mensa, i vostri occhi si sono improvvisamente cercati (e tu giù a spiegargli che in realtà avevi appena fatto schizzare un pezzo del tuo spiedino di pollo in quella direzione)

  4. fa i giochini alla mi cerchi tu ti cerco io, stile gatto col topo, ma non ha ben chiaro che di topi in giro non ce n’è

  5. la prima settimana si fa spontaneamente studio-lavoro-allenamento-camminata-sotto-la-pioggia per vederti ogni giorno due fottutissimi minuti e quella dopo lo chiami e manco ti fila perché “stanco del solito bar”

  6. manda messaggi di buongiorno e buonanotte con tanto di link su youtube e poi se ne esce fuori con la perla del non mi toccare pensare chiamare perché non mi piace chattare -e tu che ti stavi appena svegliando dalla tua stitichezza emotiva passi per l’appiccicosa di turno, il che rende la ciaffata molto facile

  7. le chiacchierate sui vostri piani spensierati per conquistare il mondo si adombrano di un “sai, mi sono lasciato da poco”.

Poi, noi donne siamo esigenti. Balle. Non vi chiediamo l’appuntamento perfetto, né di essere romantici sdolcinosi mano nella mano occhinegliocchi. Vi chiediamo di essere al 100% lì dove siete, semplicemente perché è lì con noi che volete stare. Se noi siamo lì, statene certi, è proprio per questa ragione. Perciò, per favore, siate alla nostra altezza, mostratevi uomini e non dodicenni quando vi diciamo la verità, e cioè che forse è meglio rimanere amici. E togliete pure il forse.

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Cambridge Greek Play: Prometeo e Rane

 

prometheus

È una cosa un po’ nerd un po’ scìc andare a vedersi due spettacoli in greco antico organizzati dalla University of Cambridge, un evento chiamato Cambridge Greek Play che si ripete ogni tre anni. È stata una delle giornate più folli della mia vita.

In questa edizione hanno proposto il Prometeo Incatenato (attribuito ad Eschilo) e le Rane di Aristofane -ed è una gioia che ancora mi fa saltare per tutta casa (cantando brekekekèx koàx koàx) poter dire io c’ero.

E c’ero non come classicista, ma come chi attende che si alzi il sipario chiedendosi se quello a cui sta per assistere faceva tacere all’unisono anche gli spettatori nell’Atene del V secolo o se le grida di Prometeo inchiodato alla roccia facevano tremare la platea anche allora.

Dopo aver studiato per anni il teatro greco, mi ha messo i brividi poter vedere le scene che avevo sempre immaginato e sentir cantare i metri lirici su cui ho passato l’estate: sul palco davanti a me, rumorosa e coloratissima, tutta quella roba che sui libri non sembrava, ma che invece è vita. E non solo lo è stata, ma lo è ancora con l’entusiasmo e il talento degli attori, quasi tutti studenti di Cambridge, laureandi o neo laureati.

Sfogliare le loro biografie sulle pagine del libretto dell’opera mi ha messo ancora di più i brividi: sono tutti ragazzi, proprio come me, che portano avanti una tradizione plurimillenaria con i loro corpi e le loro voci -e mentre leggevo quelle pagine ho avuto la chiara impressione di cosa significhi veramente studiare.

Per studiare davvero non è che ti chiudi in biblioteca davanti al computer. Nemmeno scrivere è sufficiente. Studi davvero quando quello che fai ti cambia, ma non nel modo di parlare o pensare, ti cambia proprio nelle ossa, con un’esperienza di incontro per cui non guarderai niente allo stesso modo.

Per farla breve, ho avuto proprio la sensazione fisica non della semplice presenza degli attori, ma del tempo rappresentato dalle loro persone; i secoli di storia, di commento, di studio si sono di colpo materializzati in una sola parola: amore.

dressshot

È solo per amore infatti che si porta avanti una tradizione agli occhi del mondo così inutile e trita, così incomprensibile eppure non solo vera, ma viva perché fatta di persone oggi come allora. E mi sono sentita felice di appartenere al mondo della filologia, una parola così bella da tenere insieme secoli di storia e pensiero, portandoli avanti con tanto ragionamento, tecnica e scienza, ma prima di tutto amore.

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Pronti a correre!

Sarà che sono lontana, sarà che qui le tastiere non hanno le vocali accentate (e ancora mi chiedo se ci sia un modo per farle spuntare, tipo una combinazione ipertecnologica di tasti che non scoprirò mai).

Sarà che sabato abbiamo passato un’allegra serata al ristorante italiano e gli spaghetti erano allo scoglio nel senso che allo scoglio si aggrappavano per non affogare nel sugo, ma e stato strabiliante uscire “a mangiare italiano” come in Italia si va con gli amici a mangiare il sushi.

Sarà che non avrei mai pensato di poterlo pensare, ma Mengoni è veramente un genio. Non so se avete ascoltato Pronto a correre, ma io me la sono sciroppata un fantastiliardo di volte e come mi garba. Parla di me, di noi, della forza che ci vuole per andare avanti e del bello dei sogni quando vai e li realizzi: non hai piu la testa fra le nuvole, ma ci metti i piedi, nelle nuvole, e cominci a correre.

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Italians, do it better!

Si è appena conclusa alla Royal Holloway university of London la settimana delle matricole, ben nota anche come Welcome Week.

All’interno del campus, nel cuore di Founder’s Hall, l’edificio di epoca vittoriana che costituiva originariamente l’università, è stata allestita una tenda stracolma di volontari, mappe e giochi di società pronti ad accogliere e indirizzare le nuove reclute e non solo (confesso, da brava spaurita studentessa Erasmus mi sono più volte catapultata a chiedere soccorso ai volontari nel mio inglese maccheronico). Ma bando alle ciance. Quello che più salta all’occhio qui, non sono i giocatori di rugby che corrono in mutande per tutto il campus, il face-painting o la pizza gratis della prima settimana, tutte cose che potrebbero far pensare al tipico preconcetto “ok, tutto bello (dipende dai giocatori di rugby n.d.a.), ma quanto a livello di studio qui sono indietro, da noi siamo più seri senza tutta ‘sta cialtronaggine bla bla bla…

Ok, lo riconosco: stando al latino e greco, che è il mio campo, mi sono accorta che, ad esempio, il mio professore di qui non becca manco un accento, mentre a Pisa mancarne un paio ti fa colare a picco il voto. Ma piantiamola con la solfa che Italians do it better, altrimenti non conosceremo mai i nostri limiti -e di conseguenza noi stessi.

La prima grande differenza che ho notato tra qui e la mia home university è la serenità dei professori. All’inizio ho pensato: colpa dell’understatement. Invece credo che ci sia dietro un motivo molto più profondo, ed è il fatto che queste persone trovano il loro lavoro gratificante e tranquillo: in poche parole, per avere un posto non ci si deve saltare alla gola. Dati alla mano, lo si può vedere anche soltanto nella mia facoltà, dove i neulaureti hanno una scelta vastissima di impieghi, dalla BBC all’esercito.

La seconda è che senza un pc, sei alla frutta. Ci sono lavagne interattive ovunque, una piattaforma dove scaricare i testi per i seminari, un sistema bibliotecario automatico e Han Solo che ti porta il caffè. Ora, a parte Star Wars, c’è una ragione più profonda per tutto questo, profonda quanto le tasche degli inglesi, che devono letteralmente coprirsi di debiti per mandare i ragazzi all’università. Tuttavia colpisce che questi debiti, chiamati fee loans, puntino sul futuro impiego degli studenti, che dovranno restituirlo a rate con interessi una volta ottenuto un lavoro con una certa soglia di reddito.

Ora, vi sono opinioni differenti a riguardo perché, d’altra parte, si obietta che questi prestiti ti condizionano la vita, sono comunque proibitivi e sottolineano ancora una volta come spesso non sia il merito, ma il reddito, l’accesso all’università. Tuttavia è significativo il punto di vista per cui lo Stato investe sullo studente, con una prospettiva per cui, almeno, l’implicazione di un lavoro  c’è.

Per parte mia, mi sento fortunata ad essere italiana (a Pisa le tasse sono comunque alte, ma per laurearsi non si arriva a 60.000 sterline!) e ad aver avuto questa grandissima possibilità offerta dal progetto Erasmus. In fondo, sono partita proprio perché mi sono chiesta: cosa posso imparare, io, per rendere migliore il mio Paese? Perché, intendiamoci, è di questo che stiamo parlando; se fossi una di quelli che rinnegano la loro italianità non farei che alimentare il circolo che spezza la  nostra economia e la nostra istruzione.

Ebbene io credo che ciò che dobbiamo imparare dall’estero è andare fieri di quel che sappiamo e investire nelle persone e nei mezzi per farlo. Le nostre scuole superiori e le nostre università raggiungono livelli altissimi, ma sono poco vitali nei progetti e meno all’avanguardia nelle strutture e questo è allarmante perché (sempre chiamando in causa la mia esperienza), noi che sappiamo barcamenarci tra i metri lirici di Eschilo non possiamo permetterci di mangiare la polvere dietro a studenti che leggono il greco senza manco un accento, ma che hanno in classe due (dico due) lavagne interattive!

Insomma, saremmo anche un po’ stufi del fatto che un italiano inventi, che ne so, il telefono, e qualcun altro poi lo brevetti!

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Happy B-day to meee!!

Sono al mio quarto giorno qui alla Royal Holloway e SONO AL SETTIMO CIELO!

Il campus è immenso, sembra che debba spuntare Silente da un momento all’altro e  ti mette una gran voglia di Burrobirra e cioccorane! Anche il cibo è ottimo (confesso, proprio non me l’aspettavo!), tanto che si può passare sopra anche a piccoli particolari quali la moquette (brrr) e la mancanza del bidet… Comunque, sto tirando degli scerpelloni meravigliosi nel mio inglese un po’ maccheronico, ma credo che si capisca (almeno, quando non mi capiscono ridono, il che è un buon segno!)

La cosa bella è che le matricole qui le chiamano Freshers ed è bello sentirsi di nuovo sperduti in mezzo a cheerleaders, clubs, societies e tanta, ma tanta di quella roba che c’è da perdersi!

Oggi è il mio compleanno, ma credo che lo festeggerò tutto l’anno perché il più grande regalo per me è essere qui adesso (anche se un desiderio ce l’ho: VOGLIO GIOCARE A QUIDDITCH!)

Un bacio micioso e con i baffi, vi abbraccio tutti da Londra!

love,

Uovadi.