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Cattivi propositi

In questo anno che sta finendo non sono stata buona. Non sto a spiegare il perché, ma intendo continuare anche l’anno prossimo… Magari miglioro! Quindi, giusto perché mi scorderò tutto tra qualche giorno e non li realizzerò (sentendomi ancora più cattiva, buahaha), faccio un elenco di cattivi propositi per quest’anno:

  1. Studiare di meno. So che è il classico proposito da secchia rapita -e non so come potrò realizzarlo con una tesi in vista- ma vi giuro, alla veneranda età di 24 anni ho finalmente rubato a un esame (l’imbecillità della docente che traduceva da sola il testo di Tacito e mi diceva che ero bravissima è stata pura istigazione a delinquere).
  2. Bere più acqua (e fare pipì nella doccia). Vanno insieme per l’ovvia reazione a catena. Non sono proprio cattivi propositi, segno che devo migliorare (ma se tolgo la specifica ‘acqua’ forse mi evolvo). Comunque, uno studio serio di un’università statunitense dimostra che, se tutti facessimo la prima pipì della giornata nella doccia, risparmieremmo non so quanti milioni di metri cubi d’acqua a settimana -non scherzo. Ovvio che poteva venire in mente solo a chi non conosce il bidet…
  3. Non pulire camera. Con questo mi sono già portata avanti, ho evitato di passare l’aspirapolvere tutti i giorni da circa sei mesi (lo passo ogni due, o vengo defenestrata), sto coltivando un nutrito velo di polvere sulla libreria e finalmente sono riuscita a far muffire la lampada.
  4. Spendere soldi per me. Nonostante il tentativo di mettere da parte qualcosa, lo stillicidio è continuo, perciò tanto vale non metterli nella benzina: il sabato seranon esco comunque, ma avrò un nuovo eyeliner.
  5. Sfanculare di più. Lo trovo terapeutico: la vita è troppo breve per tenersi il muso, siate malefici, esplodete, parlate, menatevi e vedete chi vi sopporta davvero.

Sono già arrivata alla fine dei cattivi propositi, segno che ho una mente così perversa da non trovarne nessuno veramente cattivo. Cioè, ho ancora da parte qualche cattiveria sul mio ex, ma è un proposito che mi tiro dietro da minimo cinque anni, quindi non conta.

Avete suggerimenti?

P.S: buon anno nuovo a tutti!

fuochi-dartificio

articoli, film

Abboffate stellari

Errata corrige: non si è trattato di polpettone, ma di arrosto (ripieno, con prugne), e ci ha stesi al solo guardarlo, anche perché dopo antipasto e tortelli eravamo già fuori uso. Quindi, il mio boxing day (come amo chiamare Santo Stefano, un po’ perché Stefano è il mio dentista e un po’ perché i gatti preferiscono le scatole) è stato all’insegna dell’arrosto scaldato e Rogue One.

Come da tradizione, siamo rotolati fino al cinema e abbiamo smaltito l’abbiocco a colpi di spada laser. Dell’ultimo capitolo della saga, mi è piaciuto il copione dal dialogo serrato e intenso, soprattutto nell’ultima parte (pew pew, swooon swowooon, badaboom, crash), che mi ha permesso di seguire benissimo la trama anche se il maggiore afflusso di sangue, in quelle condizioni, non era al cervello.

Tre cose sono state memorabili, a parte il film (che, se non avete ancora visto, vi consiglio di andare a vedere subito):

  • La vecchietta in pelliccia e bastone che si è piazzata nel posto lato corridoio e boccheggiava agguantandosi alla sedia ogni volta che compariva la Morte Nera. Avrà avuto un’ottantina d’anni, bionda, permanente, pelliccia di visone. Mi ha fatto una tenerezza assurda, era più nerd di tutti noi con la felpa di Darth Vader messi insieme. La guardavo di sfuggita alla luce dello schermo pensando chi lo sa, magari è tornata al cinema in memoria dei bei tempi, quando il fidanzato l’aveva portata a vedere la vecchia trilogia… O magari ha semplicemente piantato il marito in pantofole a casa ed è uscita da sola: RESPECT.
  • Il dolby surround. Lo so, dovrei essermi abituata da un pezzo a questa cosa, ma appena il film è cominciato ho avuto la sensazione che il volume fosse un po’ troppo alto (i gatti si sa, odiano i rumori forti). I guai sono arrivati insieme ai ribelli, quando le esplosioni si sono centuplicate e ho sentito delle voci furiose all’entrata della sala, ho piantato le unghie nel bracciolo e mi sono girata con gli occhi a gufo, spaventando metà della fila. Vi giuro, ci ho messo un po’ per capire che non erano voci reali e lo so che passo per la tuttofoba della minchia, ma il dialetto di Geda è un po’ diverso dall’italiano e tra esplosioni e spari il mio subconscio ha fatto due più due. E’ una cosa che ammetto malvolentieri perché molto stupida, ma in quel momento ho pensato, ecco: ci siamo. Sicuramente sono io che vivo a livelli d’ansia esorbitanti, ma il fatto che l’associazione esplosioni-terrorismo sia diventata un riflesso condizionato mi ha lasciato di stucco (e che ciò sia anche per colpa della poca serietà di molti media è probabile, ma è un discorso diverso e che non mi prendo la briga di continuare).
  • La bellezza del proiettore. Una mia compagna di classe antipatica una volta mi disse però non puoi sempre fare la voce fuori dal coro, eh. Sorry, not sorry, mi viene naturale e non mi vanto per questo. Ad alcune persone viene naturale cantare, io sono stonata come una beccaccia; ad altri viene naturale scrivere, che è in parte il mio caso, e ad alcuni a molti viene naturale rompere il cazzo per cui, se mi leggi, stacce. Dicevo, verso la fine del film, quando le coronarie mi erano appena rientrate nei ranghi dopo lo spavento, ormai avevo rotto l’illusione e vedevo il raggio luminoso che attraversava la sala. Tra i vapori di soffritto in piena digestione (da notare che almeno ieri nessuno ha avuto il coraggio di sgranocchiare i popcorn, e ti credo), mi sono girata e ho visto lo sportellino da cui uscivano delle macchie di colore informe. Sembrava l’occhio quadrato di un qualche Polifemo in technicolor. Sono stata a fissarlo così tanto che mi sono beccata un bel ‘che fai?’, ma alla fine avevo ragione che era interessante, perché si sono girati anche loro.

Visto? Sono contagiosa. E vorrei che fosse questa curiosità buona a contagiare le persone che ho intorno, nonostante si debba scavare sotto una miniera d’ansia. Curiosity killed the cat, dicono, ma in realtà il gatto, se non ficca il naso da qualche parte, non ha mai vissuto.

 

bullets

Baci da riscrivere

A Pasqua ho avuto l’obesità di ricevere un ovetto con doppia sorpresa: un bel portachiavi cuoricioso e una manciata di Baci Perugina. Il che prevede anche una terza sorpresa -una sorpresa nella sorpresa, e al gatto piacciono questo genere di sorprese… Se non fosse che pure Fedez si è messo a scrivere le frasi dei Baci: Help!

In risposta allo sciòc dolcifero-letterario, propongo di invertire la rotta e di scrivere i bigliettini dei Baci con un pizzico di sana cattiveria (di quelle che in amore si dicono, oppure non fidatevi: amore non è); quindi, eccone per esempio una decina, alcune realmente accadute, altre liberamente tratte da amici e parenti, altre inventate in pausa digestione:

 

1- chi ti ama ti segue, ma in genere usa Skype

2- se Maometto non va alla montagna, la montagna SI INCAZZA

3- se vuoi farti dei veri amici, offri del cibo

4- sentirsi dire ti amo non ha prezzo, ma anche un hai ragione va bene uguale

5- in amore vince chi fugge, stravince chi ti aspetta a casa

6-un bacio è una virgola rosa tra le parole lo finisci, quello?

7-i veri amici si riconoscono nel momento dell’esame

8- la cucina è sempre un atto d’amore, specialmente quando si brucia l’arrosto

9-amor ritornato e caffè riscaldato non sono mai buoni

10-l’amore è perdersi al supermercato dei cinesi,ma sapere esattamente in che reparto cercarsi

 

E voi, se nessuno vi vedesse, cosa vorreste scrivere nei Baci Perugina?

Al gatto, in fondo, basta che se magna!

=.=

 

 

articoli

Il rinascere della poesia

Oggi è la giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 e tante belle cose.

Oggi più che mai c’è da dribblare i versi della Merini citati a sproposito su selfie di ombelichi o peggio, foto di fiorellini-coniglietti-gattini con tanto di glitter: il classico salto del social delle giornate critiche.

Però ieri ho pensato una cosa: io la giornata della poesia l’avrei festeggiata con l’equinozio di autunno. Deve essere perché sono strana.

Però poi ho ripensato alla Merini e mi sono chiesta perché la poetessa più ricordata in questa occasione è anche quella su cui ci si è più rifiutati di parlare sul serio -e non voglio pensare che sia soltanto perché lei è nata il 21 marzo: non so quanti instagrammisti ne abbiano cognizione.

Spesso si semplifica. Non è sempre un male. Ma l’equazione poesia=coniglietti fuffosi passando per l’associazione con la primavera è potenzialmente un guaio sociale. Primo, perché si rischia che il gatto vada in giro a graffiare gente a caso. Secondo, perché la poesia, quando è poesia, è tutt’altro che pace dei sensi.

Prendiamo la Merini e la sua poesia più trita e ritrita in questa giornata funesta: Sono nata il 21 a primavera (vi prego, ignorate la canzone di Milva). Dopo il primo verso, in cui ‘primavera’ riecheggia proprio sul finale e tu dici ahh, che meraviglia nascere a primavera, magari ci fossi nato anch’io, ti rendi conto che c’è un grosso ‘ma’ subito a capo, per cui l’equazione poesia=primavera non è paciosa come sembra.

Per la Merini, fare poesia è sempre stato un processo carnale, ctonio, doloroso: ‘aprire le zolle’ dà proprio la ferita dell’aratro nella terra, cancellando qualsiasi idillio. Di qui, la ‘tempesta’ e poi niente meno che Proserpina, la regina dell’Oltretomba, che domina gli ultimi versi con il suo pianto che si scioglie nella sera.

Ora, Proserpina è una ragazza il cui destino è stato spezzato. Figlia di Cerere, la dea delle messi, è stata rapita da Plutone, suo zio, e costretta a sposarlo. Nella versione più felice del mito, Proserpina può tornare sei mesi l’anno sulla terra, mentre per altri sei mesi deve restare agli Inferi: si capisce bene quanto la Merini potesse vedere di se stessa in questa figura mitica, nel suo andirivieni dalle case di cura.

Il punto è che la poesia è, sì, una rinascita, ma non la semplice primavera che arriva e spazza via l’inverno, come una ditta delle pulizie pagata e puntuale. Il punto è che non è detto che la primavera arrivi: per trovarla bisogna affrontare la morte e sapere che non si può vincerla, ma si può almeno andare a fondo della vita -letteralmente ‘aprirla’ a metà- e svelarne il fiore nascosto. Vi sembra un processo così felice, fare poesia?

No. E allora festeggiatela seriamente, per quello che è. Maneggiatela con cura, perché è una roba infiammabile, che rischia di far esplodere le menti. Vivetela e non leggetela e basta. Questo compleanno del 21 marzo rischia di diventare la pietra tombale della poesia come creazione di modi di pensare aperti, alternativi e utili a tutte le persone in tutti i campi.

Con questa versione disinnescata della poesia come roba ‘a parte’, per accademici e donne in menopausa, ci tolgono una risorsa evolutiva per venderci un momento di svago per intenditori.

Chi vi dice che, la poesia, bisogna prendersi del tempo per leggerla, vi sta imbrogliando: potete leggerla anche di corsa in autobus, l’importante è che quando avete chiuso il libro non abbiate chiuso con la creazione di quella poesia, perché lei di sicuro, con voi non ha ancora finito.

Quindi, BUONA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA e quote responsibly.

O il gatto si arrabbia.

fff

articoli, libri

Recensione_Cent’anni di Solitudine

Non amo particolarmente finire le cose. Ho dato la caccia a Cent’anni di solitudine, ma era esaurito sia in biblioteca che in libreria. Sia chiaro, bastava andare alla Mondadori o alla Feltrinelli per avere il libro nel giro di mezz’ora, ma il gatto finanzia le librerie storiche a conduzione familiare perché è fatto così. Comunque, messe le grinfie sul libro grazie a un prestito, ne ho divorata metà in poco meno di due giorni. Però poi ho visto che, paradossalmente, Cent’anni di solitudine mi faceva compagnia.

Quindi ho tirato il freno a mano e ho fatto inversione alla Vin Diesel. L’ho riletto avanti e indietro, ho piluccato qualche pagina più avanti e con questo tira e molla l’ho tenuto sul comodino per quasi due mesi. Mi piaceva pensare che l’incanto della famiglia Buendía continuasse un po’ oltre il tempo che ci vuole a finire poco meno di quattrocento pagine.

So che coi libri sono un po’ bulimica perché sono riuscita a sciropparmi trecento pagine in una notte e a stiracchiarne tre per una settimana, però sono convinta che i libri servano a qualcosa di più che a potersi vantare di averli letti. Molti ti lasciano qualcosa dentro e ci vuole del tempo perché cresca e vada oltre la semplice sensazione. Quello che sono riuscita a capire, leggendo, è che Márquez non a caso ha esordito la sua grande carriera con questo romanzo -e, non a caso, nonostante l’industria fagocitante di libri, tuttora non è facile trovarlo.

Quello che mi sembra più attuale, del libro, è la mancanza e insieme la creazione di un incanto. Già nella prefazione, che, nell’edizione che ho letto, è a cura di non so chi per la biblioteca di Repubblica, ci si stupisce che Márquez abbia dato una ventata di novità al paesaggio rinsecchito del novecento. Forse, dalla Colombia, ha potuto portare quello che nella vecchia Europa i vecchi intellettuali, già decrepiti prima dei trent’anni, davano per scontato: e cioè che in un romanzo in cui vi siano ancora fantasmi, profezie, magia, e personaggi dotati di forza interiore non siamo per forza ai livelli di un libro per l’infanzia.

Mi spiego meglio. Per quello che ho avuto l’opportunità di vedere, Márquez è spesso liquidato con un ‘sì, bello, ma poco moderno’ dai professori della critica non ingenua. Ma nessuno si è accorto che la letteratura, per non diventare asfittica, ha bisogno di credere in queste magie? Se credere non è illudersi, penso che sia illusa molta più letteratura postmoderna, intrisa della certezza di poter svelare ogni cosa e, che dietro al non-senso di tutto ci sia, appunto, una certezza.

Invece Márquez, in Cent’anni di solitudine, spalanca le porte al possibile in letteratura così come quella gran donna di Ursula spalanca le porte della sua casa per accogliere l’imprevedibile e l’insensato, anche se questo non salverà la sua stirpe dalle formiche rosse. Quello che voglio dire è che adesso stiamo riguadagnando a colpi di editoria alternativa quello che era già nostro e che abbiamo rifiutato per paura. Il postmoderno, con tutte le sue finzioni, serve a conoscere il precipizio che allontana la letteratura dalla realtà, ma non serve ad andare avanti così come a un funambolo serve assai poco guardare giù.

Márquez non nega che ci sia una grossa, enorme, straziante mancanza di senso nella vita della famiglia Buendía. Basti pensare alla chiara sensazione del colonnello Aureliano, le cui trentadue guerre saranno spazzate via dalla memoria di tutti insieme ai suoi diciassette figli, di aver combattuto per inerzia in una lotta innecessaria che, però, una volta finita, non può comunque dargli la pace. E’ solo la morte che resta e questo nel libro non viene nascosto, ma allo stesso tempo non viene nascosta la vita. Io credo che il girare in tondo di questi personaggi -che sono, così come abbiamo imparato a scuola, niente più che brave funzioni letterarie- sia più vivo del girare in tondo delle nostre stesse esistenze.

Questo perché, insieme alla mancanza di qualsiasi perché, si dà l’assoluta libertà del possibile, senza nessuna finzione dovuta alla paura. Mi piaceva, anzi la tranquillità narrativa con cui, nel libro, poteva accadere di tutto senza retorica e senza che ai personaggi fosse concessa alcuna malinconia o ribellione. Questo perché, con i suoi fantasmi e le sue illusioni, Márquez ha reso il dagherrotipo della vita più reale della vita stessa.

E’ di questo che abbiamo bisogno oggi in questa dannatissima congiuntura storica: non di dimenticarci della mancanza di senso della vita in politiche e religioni totalitarie né di abbandonarci alla sterilità di un’esistenza bacata e arresa. Mi piace pensare che si possa ancora tenere insieme la vita per quel che è, anche in letteratura, come lo è sempre stata nelle più grandi opere occidentali dall’Iliade in poi. Cent’anni di solitudine è un buon esempio per cominciare, come già lo è L’amore ai tempi del colera, che ho amato per come fa capire quante cose è l’amore senza dire ‘amore’ nemmeno una volta.

Ma questa è un’altra storia.

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Come sopravvivere alla tesi

Ci siamo. Esageriamo. Dopo un mare di lacrime e sangue, MI LAUREO.

Non è facile rendere a parole l’epicità della cosa. Dopotutto, è solo un esame con il parentume al seguito, ma, parliamoci chiaro, è proprio lì l’inghippo: sono tra i fortunati che non devono necessariamente prenotare un autobus dalla Calafrica con due mesi di anticipo, comunque la transumanza dei consanguinei mi preoccupa. Scanso equivoci, ho buttato giù un vademecum di sopravvivenza:

  1. far capire a nonna che non si tratta di un matrimonio

  2. chiunque abbia scarpe con plateau aspetta fuori

  3. la corona di alloro si sfodera DOPO la seconda uscita dall’aula (tu esci, rientri, firmi e poi esci come donna libera di sclerare sugli esami della specialistica)

  4. non si lanciano coriandoli e riso (vd. punto 1)

  5. il quadrato costruito sull’ipotenusa della distanza fra tua zia e il tuo ragazzo è pari alla somma dei quadrati costruiti sulla distanza lineare tra lui e i tuoi nonni materni

  6. il babbo in gessato e occhiali neri ha i pieni poteri di buttafuori

  7. il primo della commissione che fa domande, esplode

  8. prima del brindisi, bisogna acchiappare il gatto del dipartimento

  9. convincere mia nonna che non si offre cibo alla relatrice (vd. punti 1 e 4)

  10. i canti goliardici conviene farli per strada e non di fronte all’ufficio del tuo prossimo relatore

Se ne stampo un centinaio di copie e comincio subito a fare volantinaggio ce la faremo a farcela. Forse.

ELPH

articoli, bullets

La spunta blu tipo Newman

 

Prima c’erano le scenate di gelosia, le scuse per andare a calcetto, la suocera. Oggi sono altre le cose che ci fanno paura, riassunte da pseudo articoli su ‘l’amore ai tempi di Facebook’ che fanno ribaltare Gabo nella tomba: se prima c’era il visualizzato alle a fare da linea sottile tra il baccaglio online* e lo stalking, ora ci si è messo pure Whatsapp. E l’unico che ci guadagna in visualizzazioni è Salvatore Aranzulla.

Secondo l’agenzia ANSIA, c’ è stato il crollo dell’ultimo baluardo di ipocrisia social. Tornando a frequentare per sbaglio i rapporti reali, d’ora in avanti, saremo obbligati a guardare in faccia il diretto interessato e dichiarare: sì, non ti rispondo perché mi rompi i coglioni  avevo il gatto sul fuoco. Cosa che, oltre ad aumentare la dipendenza da wifi dei single in cerca di affetto, promette di favorire lo scoppio degli esemplari accoppiati.

Infatti, Whatsapp è stato inventato per inviarsi emoticon di dubbia consistenza tra una pausa e l’altra, per individui che vorrebbero condividere più tempo di quanto il pendolarismo isterico non conceda (e senza che siano messe in discussione: stima reciproca, fiducia, amore, pace nel mondo e risoluzione non violenta dei conflitti). Tuttavia, la natura umana pone qualche inciampo, creando messaggi politically scorrect, come ‘perché non mi rispondi?’, ‘mi cachi?’, ‘holaaaaa’ e ‘sei lì?’.

Inoltre, l’approdo dei genitori sul web non concilia la pace fra le generazioni. Per esempio, da quando mia mamma è su Twitter, ho perso il gusto a dire cattiverie sull’ultimo taglio di capelli di Adam Levine. Ora, se questo è un peccato veniale, con Whatsapp è diverso. Quei pochi di voi reduci dagli anni ’90 che si ricordano la sensazione di uscire senza cellulare sanno a cosa mi riferisco. E’ come aver addentato la libertà e, al secondo morso, qualcuno l’avesse sostituita con un sandwich al vegan bacon. E ricominciano le ansie patologiche da parens apprensivum insipiens: ‘dove sei?’, ‘tutto bene?’, ‘sei viva?’

Vorrei chiudere con una massima filosofica di Confucio; invece vi lascio la perla con cui se n’è uscita mia madre dopo aver aggiornato Whatsapp con la suddetta spunta blu, e che credo riassuma il dramma delle nostre esistenze a banda larga: #poverannoi


*baccaglio online sull’Enciclopedia Treggatti: ricerca di attenzioni telematiche da parte di soggetto in fuga non consenziente

articoli, bullets, ritratti

Tribù di Kiko

Non mi sto dando al fashion blogging, ho solo pensato che, in ogni blog che si rispetti, ci deve essere un post sulle commesse di Kiko, anche solo perché sono un caso umano di studio comportamentale a scopo letterario.

La mia ultima avventura è stata in quel di Pisa in piena zona saldi. Non che ci fosse un gran marasma di clienti, per la verità, ma il terzo giorno di sconti di solito basta per far diventare le commesse un qualcosa di assatanato a metà tra Hannibal Lecter e il vecchio Baffo delle televendite.

Mi aggiro all’altare degli oggetti offerti in sacrificio al 30% di sconto e trovo proprio quello che stavo cercando (che già di per sé è un bel colpo). Non essendoci davanti la parata di tester indicativi di numero e colore sulla scatola, mi lancio, ingnara e fiduciosa, all’abbordaggio-commessa.

Ecco, il kajal marrone è il numero cinque. In direzione della cassa, mi sento quasi sulla via di Chanel. Poi, avviene l’irreparabile: la commessa mi si piazza davanti, stira tutte le rughe delle palpebre protendendo il viso verso di me e dice ‘ma guarda un po’ questo! Questo marrone qui è molto più carino *mi acchiappa il polso e mi ci tira una riga per cui già prevedo un quintale di latte detergente* rispetto a questo *altra riga* che hai scelto. Con il colore scuro che hai, ti fa l’occhio spento’.

Mentre la guardo sull’orlo di una cattiveria gratuita, i pensieri sono:

  1. ho gli occhi hazel green, ma evidentemente tu sei daltonica per ragioni di merchandising
  2. la matita che ho scelto, la uso da tre secoli. E non mi risulta che la popolazione maschile disdegni (e per un portatore sano di cromosoma Y, in genere non c’è differenza fra marrone terra bruciata e marrone-muschiato-legno-di-frassino-con-brillantini); fuck off la popolazione femminile
  3. l’occhio spento te lo faccio io. Senza usare la matita.

Me ne esco con un salvifico ‘no, grazie’ e mi arrocco sulla prima scelta. Guadagno la cassa mentre fuori, annuvolato già da un quarto d’ora, spuntano i primi ombrelli. Commessa 2 riceve la mia matita senza battere ciglio. Fiduciosa, frugo la borsa cercando un paio di monete disperse.

Ma una voce fuori campo mi informa che non è finita: ‘guarda, abbiamo anche queste matite. Sono nuove, vedi come rende il colore e non se ne va via’ *sfrega con la mano il suo polso, segnato da righe marroni come il mio*. Bene. Prevedo due quintali di latte detergente e due giorni di sfumata appartenenza, mio malgrado, alla tribù di Kiko.

-grazie, vorrei raggiungere Pisa Centrale prima che venga giù il diluvio

-eh hai ragione, anche te

Certo che ho ragione. Te lo scrivo sul polso, indelebile, con la matita?

articoli, diario

Polvere

La mia città ha delle uscite singolari, tipo i tappeti di segatura per il Corpus Domini.

Ieri i tappetari si sono affaticati per tutta la notte sovrapponendo strati di polvere colorata a formare bellissime immagini che sono state spazzate via dalla processione di stamani: in ginocchio sul selciato o su traverse di legno, stavano attenti al più minuscolo granello.

Sembravano comporre, più che immagini, tante preghiere destinate a disperdersi, ma che quando vengono pronunciate devono essere perfette.

La processione, di per sé, risale al 1400, mentre i tappeti furono introdotti sotto la dominazione spagnola e originariamente erano di fiori. Mi sono sentita turista in casa mia, guardando questa tradizione, a cui la gente partecipa appendendo fiori e drappi alle finestre, come una che viene da fuori.

Per la prima volta mi sono resa conto di appartenere qui e non altrove, e che qui, malgrado i nostri mille difetti, è un posto davvero unico in cui mi piace tornare.

 

More on >>Uni Info News Tappeti di Segatura Camaiore

articoli

Tipi da Erasmus

Faccio appena in tempo a rimettere lo zampino in quel di Pisa che mi esce il primo numero dell’#indipendente, il nuovo bimestrale targato Unipi.

La mia carissima amica Alessia mi aveva avvertito che la nostra ultima conversazione skype avrebbe potuto essere usata contro di me, ma non mi aveva detto che pure i commenti e gli intercalari very Italian sarebbero andati a finire nell’articolo-intervista di pagina 14, a proposito del programma Erasmus.

Infatti, tra il perché sono partita, come vedono l’Italia all’estero e cosa consiglierei per gli studenti in partenza, Alessia ci ha pure messo che la suddetta Giulia P (chi è costei??), a un certo punto del viaggio ha avuto momenti no del tipo chi cavolo me l’ha fatto fare e che essere trattata come una persona adulta in un contesto universitario e lavorativo, mentre in Italia siamo giovani indistintamente dagli zero ai trentacinque anni, l’ha fatta riflettere, in quanto vorrebbe una famiglia prima che le zampe di gallina abbiano il sopravvento.

Non vi sto a dire che il risultato è un articolo brillante, immediato e giovane, come lo spirito del nuovo giornale, nato proprio per dare una voce agli studenti e renderli partecipi della vita universitaria, offrendo anche un meritato momento di svago tra un esame e l’altro.

Non potevo chiedere di meglio come accoglienza al mio rientro in Italia. Dire che sono piena di idee e progetti è un understatement. In realtà non sto nella pelle per metterli in cantiere TUTTI e vedere oggi l’inizio dell’#indipendente e di quella che si prospetta una rocambolesca avventura giornalistica mi ha dato tutta l’energia per cominciare.

By the way, non sono mai stata così presente come ora che sono tornata. Che il gatto sia sceso dalle righe?

Naaaaa.

articoli, diario, London diaries

Scrivere di storia

Proprio ieri parlavo con mio padre di storia, del perché mi fa venire il nervoso, a studiarla, che sembra sempre che scappi qualcosa. Abbiamo provato a dirci i nostri diversi e difficili amori per questa invenzione bellissima, che io vivo un po’ con l’anima del filologo che spulcia libri antichi, e lui con quella del geometra che rimbalza tra mille progetti.

A dirci la verità, è saltato fuori che il nostro è un problema di memoria lineare. Io concepisco poco lo spazio, ancora meno il tempo, e mi sono scoperta a ricordare in ordine di emozioni. Però il problema è rimasto e l’ho capito ieri sera, tardi, ruminando sul perché questo esame di storia vorrei studiarlo altri vent’anni prima di non sentirmi colpevole a scriverne qualcosa.

Quello che faccio fatica ad acchiappare e cerco anche quando non c’è (rischiando, tra l’altro, un calcione accademico in entrambi i saggi di quest’anno, sempre a questionare l’idea stessa di storia) è che andando a cercare l’ideale, il fatto, il motivo, o anche volgarmente l’interesse, si perde l’occhio di chi, la storia, l’ha vissuta.

A me manca sentire la voce della storia come si sente la voce della poesia, dove la verità si mescola e di facce ne ha così tante che quasi ti viene da chiedere se è una. L’unico modo per saperlo, che io sappia, è non perdersi tra le voci che la proclamano e riviverla in quelle che la registrano per caso, esatta come un dolore.

Oggi mi sono svegliata e non pensavo di scrivere qualcosa sulla Liberazione. Però certi pezzi di storia ti tirano dentro e tu, di storia, non puoi che scrivere un po’ per caso, come per un dolore.

Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

Franco Fortini

*

Non piangere

Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace
dell’aria; fa che io bruci
ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me si riposa.

Giorgio Bassani

*

Ai quindici di Piazzale Loreto

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.

Salvatore Quasimodo

.

*

Per Luigina Comotto, savonese
Fucilata a settant’anni.
Il tuo mucchietto d’ossa insanguinate.
Per salvare quei giovani
non hai rinunciato alla vita
ma alla tua morte
la dolce morte da tanto tempo aspettata.
Un giorno doveva venire
col velo nero
ed il viso di cera
della Donna dei Sette Dolori
e sedertisi accanto
sospirando e pregando insieme,
la buona morte odorosa d’incenso
nella stanzetta ordinata
tutto uno specchio
in un brillio di candele,
i garofani sparsi sul letto
e le vicine intorno
a recitare il rosario
con tintinnio di corone,
ora l’una ora l’altra che dice
asciugandosi gli occhi:
– Com’è rimasta bene,
pare quand’era ragazza.-
Quest’altra morte tu
non la conosci,
la strana morte col casco d’acciaio
e la bestemmia fra i denti,
il furgone cellulare
coll’urlo della sirena,
il poligono di tiro,
in fondo là il muro;
tu non sai come metterti
che cosa fare
se puoi aggiustarti le vesti
farti un segno di croce.
Troppo tardi queste cose per impararle,
e che diranno le tue vicine,
morire una morte così
da scomunicati.
Eppure anche Nostro Signore
qualche donna l’ha avuta sotto la croce.
Oh Madre dei Sette Dolori
morire una morte così
tutta diversa.
Ma non vorresti sbagliare.
Con un dito tremante
sfiori la manica del graduato,
che per favore scusi
che cosa bisogna fare.
– Tu niente. Soltanto morire, –
ride il casco d’acciaio.
E ride il plotone allineato.

*

Epitaffi partigiani

Il Principino

Varzi Michele detto Il Principino.
Aveva un anello d’oro,
lo sapeva far brillare con gesti da signore.
Lo lasciarono tre giorni
inchiodato a quella porta
col capo penzoloni
lui che piaceva alle ragazze,
che sapeva far brillare
un filo d’oro con gesti da signore.

Sicilia

Di Sicilia non sa il nome nessuno.
Taceva sempre
per non far ridere della parlata.
Con la faccia spaccata
non volle dire dov’era il Comando.
– E pazienza – disse quando lo misero al muro.

Sources:

poetarum silva

anpi.it

versiliatoday

bullets

Share the NO!

Capisci che il 14 febbraio si avvicina quando:

  1. feisbuc si riempie di foto di coppie limonanti con i 2 mi piace d’obbligo e 2 commenti ti amo e io ti amo di piú

  2. tuitter pullula di sacrosante cattiverie

  3. non puoi fare a meno di pensare che questo non é amore

  4. inauguri la settimana dei carboidrati

  5. tra festini alcolici e gente che copula tutta la notte in corridoio, tu sei lí che ti scervelli sulla prima riga della tesi

  6. hai due appuntamenti imperdibili: uno con la lavatrice, uno con l’aspirapolvere

  7. sei convinto che tutti gli innamorati ricordino con nostalgia di quando erano young beautiful and SINGLE

  8. hai dubbi sul punto 7 regolarmente ogni cinque minuti

  9. passi dal pigiama-pantofole-baffi al tacchi-trucco-minigonna almeno twice a day

  10. guardi il tuo post precedente e ti chiedi: bipolarismo, n’hai?

Poi, dicono share the love.

Ma anche no.

 

articoli, London diaries

Writers Wednesday

Writers Wednesday

Collaboro da quasi un anno con i ragazzi di Uni Info News e oggi si apre un nuovo capitolo della nostra avventura!

La nostra è una rivista online di studenti universitari: in brevissimo tempo abbiamo formato una redazione di una trentina di persone e ci occupiamo di cinema, politica, sport, letteratura -manco a dirvelo su quale categoria ha messo le grinfie il gatto!

Ogni mercoledì a partire da oggi 5 febbraio pubblichiamo una poesia o un racconto breve scritto da un autore emergente. Il progetto è aperto a tutti quelli che vogliono partecipare! Basta scrivere all’indirizzo email giulia.pedonese@uninfonews.it per ricevere un feedback dalla redazione e pubblicare con noi!

Era questo il progetto che covavo da un po’ di tempo: i lavori sono partiti il mese scorso ed è stata una grande occasione per scoprire nuovi aspetti della pubblicazione online -i romanzi a puntate fanno un po’ Parigi dell’ottocento!- e per far partire un bel lavoro di squadra.

Il racconto che ho scelto per iniziare la nuova rubrica è di Marco Bonavia, scrittore un po’ timido oltre che mio grandissimo amico, e si ispira al quadro Bohémienne Endormie di Henri Rousseau.

Buona lettura!

Le dune sono così lontane da sembrare piatte e ogni passo affonda nella soffice e fresca sabbia. Nel deserto la temperatura cambia drasticamente, ma questo è solo l’inizio del deserto e oggi è soltanto una notte fresca e illuminata dalla luna.

Non so cosa stia facendo qui. Vago e mi annoio e cerco qualcosa. Mi fermo. Nulla. Non un rumore. Un rumore no, ma un odore sì. Ho sempre sentito delle cose nell’aria e oggi le stavo cercando con attenzione per trovare qualcosa che potesse sconfiggere la mia noia. È arrivato con una folata: è un po’ lontano, ma lo posso raggiungere, tanto correre non è mai stato un problema…

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bullets, diario, London diaries

Elogio della Friendzone

Non è da quelli palesemente sbagliati che è buona norma prendere le distanze, ma da quelli quasi giusti: per quanto la decisione possa essere spinosa considerando che, magari, sia la massa muscolare che cerebrale del tizio sembrano a prima vista promettenti, avere scrupoli in questi casi è quantomeno illegale:

  1. mentre limona e si agita come un cavallo non potete fare a meno di pensare che il primo bacio pareva una duck-face

  2. vi porta il caffè a sorpresa con tre bustine di zucchero, senza ricordarsi che il caffè vi manda al pronto soccorso con le coronarie in concerto Heavy metal e, peggio ancora, che lo zucchero fa ingrassare

  3. si è convinto che sei la sua anima gemella perché, a mensa, i vostri occhi si sono improvvisamente cercati (e tu giù a spiegargli che in realtà avevi appena fatto schizzare un pezzo del tuo spiedino di pollo in quella direzione)

  4. fa i giochini alla mi cerchi tu ti cerco io, stile gatto col topo, ma non ha ben chiaro che di topi in giro non ce n’è

  5. la prima settimana si fa spontaneamente studio-lavoro-allenamento-camminata-sotto-la-pioggia per vederti ogni giorno due fottutissimi minuti e quella dopo lo chiami e manco ti fila perché “stanco del solito bar”

  6. manda messaggi di buongiorno e buonanotte con tanto di link su youtube e poi se ne esce fuori con la perla del non mi toccare pensare chiamare perché non mi piace chattare -e tu che ti stavi appena svegliando dalla tua stitichezza emotiva passi per l’appiccicosa di turno, il che rende la ciaffata molto facile

  7. le chiacchierate sui vostri piani spensierati per conquistare il mondo si adombrano di un “sai, mi sono lasciato da poco”.

Poi, noi donne siamo esigenti. Balle. Non vi chiediamo l’appuntamento perfetto, né di essere romantici sdolcinosi mano nella mano occhinegliocchi. Vi chiediamo di essere al 100% lì dove siete, semplicemente perché è lì con noi che volete stare. Se noi siamo lì, statene certi, è proprio per questa ragione. Perciò, per favore, siate alla nostra altezza, mostratevi uomini e non dodicenni quando vi diciamo la verità, e cioè che forse è meglio rimanere amici. E togliete pure il forse.