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Il rinascere della poesia

Oggi è la giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 e tante belle cose.

Oggi più che mai c’è da dribblare i versi della Merini citati a sproposito su selfie di ombelichi o peggio, foto di fiorellini-coniglietti-gattini con tanto di glitter: il classico salto del social delle giornate critiche.

Però ieri ho pensato una cosa: io la giornata della poesia l’avrei festeggiata con l’equinozio di autunno. Deve essere perché sono strana.

Però poi ho ripensato alla Merini e mi sono chiesta perché la poetessa più ricordata in questa occasione è anche quella su cui ci si è più rifiutati di parlare sul serio -e non voglio pensare che sia soltanto perché lei è nata il 21 marzo: non so quanti instagrammisti ne abbiano cognizione.

Spesso si semplifica. Non è sempre un male. Ma l’equazione poesia=coniglietti fuffosi passando per l’associazione con la primavera è potenzialmente un guaio sociale. Primo, perché si rischia che il gatto vada in giro a graffiare gente a caso. Secondo, perché la poesia, quando è poesia, è tutt’altro che pace dei sensi.

Prendiamo la Merini e la sua poesia più trita e ritrita in questa giornata funesta: Sono nata il 21 a primavera (vi prego, ignorate la canzone di Milva). Dopo il primo verso, in cui ‘primavera’ riecheggia proprio sul finale e tu dici ahh, che meraviglia nascere a primavera, magari ci fossi nato anch’io, ti rendi conto che c’è un grosso ‘ma’ subito a capo, per cui l’equazione poesia=primavera non è paciosa come sembra.

Per la Merini, fare poesia è sempre stato un processo carnale, ctonio, doloroso: ‘aprire le zolle’ dà proprio la ferita dell’aratro nella terra, cancellando qualsiasi idillio. Di qui, la ‘tempesta’ e poi niente meno che Proserpina, la regina dell’Oltretomba, che domina gli ultimi versi con il suo pianto che si scioglie nella sera.

Ora, Proserpina è una ragazza il cui destino è stato spezzato. Figlia di Cerere, la dea delle messi, è stata rapita da Plutone, suo zio, e costretta a sposarlo. Nella versione più felice del mito, Proserpina può tornare sei mesi l’anno sulla terra, mentre per altri sei mesi deve restare agli Inferi: si capisce bene quanto la Merini potesse vedere di se stessa in questa figura mitica, nel suo andirivieni dalle case di cura.

Il punto è che la poesia è, sì, una rinascita, ma non la semplice primavera che arriva e spazza via l’inverno, come una ditta delle pulizie pagata e puntuale. Il punto è che non è detto che la primavera arrivi: per trovarla bisogna affrontare la morte e sapere che non si può vincerla, ma si può almeno andare a fondo della vita -letteralmente ‘aprirla’ a metà- e svelarne il fiore nascosto. Vi sembra un processo così felice, fare poesia?

No. E allora festeggiatela seriamente, per quello che è. Maneggiatela con cura, perché è una roba infiammabile, che rischia di far esplodere le menti. Vivetela e non leggetela e basta. Questo compleanno del 21 marzo rischia di diventare la pietra tombale della poesia come creazione di modi di pensare aperti, alternativi e utili a tutte le persone in tutti i campi.

Con questa versione disinnescata della poesia come roba ‘a parte’, per accademici e donne in menopausa, ci tolgono una risorsa evolutiva per venderci un momento di svago per intenditori.

Chi vi dice che, la poesia, bisogna prendersi del tempo per leggerla, vi sta imbrogliando: potete leggerla anche di corsa in autobus, l’importante è che quando avete chiuso il libro non abbiate chiuso con la creazione di quella poesia, perché lei di sicuro, con voi non ha ancora finito.

Quindi, BUONA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA e quote responsibly.

O il gatto si arrabbia.

fff

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5 thoughts on “Il rinascere della poesia”

      1. Ah bene ahah… beh non sapevo nulla di tutto ciò. Come siamo festanti a primavera dai! Bello ^_^

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