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Scrivere di storia

Proprio ieri parlavo con mio padre di storia, del perché mi fa venire il nervoso, a studiarla, che sembra sempre che scappi qualcosa. Abbiamo provato a dirci i nostri diversi e difficili amori per questa invenzione bellissima, che io vivo un po’ con l’anima del filologo che spulcia libri antichi, e lui con quella del geometra che rimbalza tra mille progetti.

A dirci la verità, è saltato fuori che il nostro è un problema di memoria lineare. Io concepisco poco lo spazio, ancora meno il tempo, e mi sono scoperta a ricordare in ordine di emozioni. Però il problema è rimasto e l’ho capito ieri sera, tardi, ruminando sul perché questo esame di storia vorrei studiarlo altri vent’anni prima di non sentirmi colpevole a scriverne qualcosa.

Quello che faccio fatica ad acchiappare e cerco anche quando non c’è (rischiando, tra l’altro, un calcione accademico in entrambi i saggi di quest’anno, sempre a questionare l’idea stessa di storia) è che andando a cercare l’ideale, il fatto, il motivo, o anche volgarmente l’interesse, si perde l’occhio di chi, la storia, l’ha vissuta.

A me manca sentire la voce della storia come si sente la voce della poesia, dove la verità si mescola e di facce ne ha così tante che quasi ti viene da chiedere se è una. L’unico modo per saperlo, che io sappia, è non perdersi tra le voci che la proclamano e riviverla in quelle che la registrano per caso, esatta come un dolore.

Oggi mi sono svegliata e non pensavo di scrivere qualcosa sulla Liberazione. Però certi pezzi di storia ti tirano dentro e tu, di storia, non puoi che scrivere un po’ per caso, come per un dolore.

Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

Franco Fortini

*

Non piangere

Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace
dell’aria; fa che io bruci
ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me si riposa.

Giorgio Bassani

*

Ai quindici di Piazzale Loreto

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.

Salvatore Quasimodo

.

*

Per Luigina Comotto, savonese
Fucilata a settant’anni.
Il tuo mucchietto d’ossa insanguinate.
Per salvare quei giovani
non hai rinunciato alla vita
ma alla tua morte
la dolce morte da tanto tempo aspettata.
Un giorno doveva venire
col velo nero
ed il viso di cera
della Donna dei Sette Dolori
e sedertisi accanto
sospirando e pregando insieme,
la buona morte odorosa d’incenso
nella stanzetta ordinata
tutto uno specchio
in un brillio di candele,
i garofani sparsi sul letto
e le vicine intorno
a recitare il rosario
con tintinnio di corone,
ora l’una ora l’altra che dice
asciugandosi gli occhi:
– Com’è rimasta bene,
pare quand’era ragazza.-
Quest’altra morte tu
non la conosci,
la strana morte col casco d’acciaio
e la bestemmia fra i denti,
il furgone cellulare
coll’urlo della sirena,
il poligono di tiro,
in fondo là il muro;
tu non sai come metterti
che cosa fare
se puoi aggiustarti le vesti
farti un segno di croce.
Troppo tardi queste cose per impararle,
e che diranno le tue vicine,
morire una morte così
da scomunicati.
Eppure anche Nostro Signore
qualche donna l’ha avuta sotto la croce.
Oh Madre dei Sette Dolori
morire una morte così
tutta diversa.
Ma non vorresti sbagliare.
Con un dito tremante
sfiori la manica del graduato,
che per favore scusi
che cosa bisogna fare.
– Tu niente. Soltanto morire, –
ride il casco d’acciaio.
E ride il plotone allineato.

*

Epitaffi partigiani

Il Principino

Varzi Michele detto Il Principino.
Aveva un anello d’oro,
lo sapeva far brillare con gesti da signore.
Lo lasciarono tre giorni
inchiodato a quella porta
col capo penzoloni
lui che piaceva alle ragazze,
che sapeva far brillare
un filo d’oro con gesti da signore.

Sicilia

Di Sicilia non sa il nome nessuno.
Taceva sempre
per non far ridere della parlata.
Con la faccia spaccata
non volle dire dov’era il Comando.
– E pazienza – disse quando lo misero al muro.

Sources:

poetarum silva

anpi.it

versiliatoday

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6 thoughts on “Scrivere di storia”

  1. Continua a cercarli, quegli occhi e quelle voci: il senso della storia mi sembra acquattarsi tutto in questo dialogo fra noi e loro che vince la quarta dimensione. E più che su zampine di gatto, come la nebbia di Sandburg, mi sembra che tu arrivi con l’elegante potenza del puma: “esatta come un dolore ” … wow! Scaraventa al muro.

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