articoli, diario, London diaries

Italians, do it better!

Si è appena conclusa alla Royal Holloway university of London la settimana delle matricole, ben nota anche come Welcome Week.

All’interno del campus, nel cuore di Founder’s Hall, l’edificio di epoca vittoriana che costituiva originariamente l’università, è stata allestita una tenda stracolma di volontari, mappe e giochi di società pronti ad accogliere e indirizzare le nuove reclute e non solo (confesso, da brava spaurita studentessa Erasmus mi sono più volte catapultata a chiedere soccorso ai volontari nel mio inglese maccheronico). Ma bando alle ciance. Quello che più salta all’occhio qui, non sono i giocatori di rugby che corrono in mutande per tutto il campus, il face-painting o la pizza gratis della prima settimana, tutte cose che potrebbero far pensare al tipico preconcetto “ok, tutto bello (dipende dai giocatori di rugby n.d.a.), ma quanto a livello di studio qui sono indietro, da noi siamo più seri senza tutta ‘sta cialtronaggine bla bla bla…

Ok, lo riconosco: stando al latino e greco, che è il mio campo, mi sono accorta che, ad esempio, il mio professore di qui non becca manco un accento, mentre a Pisa mancarne un paio ti fa colare a picco il voto. Ma piantiamola con la solfa che Italians do it better, altrimenti non conosceremo mai i nostri limiti -e di conseguenza noi stessi.

La prima grande differenza che ho notato tra qui e la mia home university è la serenità dei professori. All’inizio ho pensato: colpa dell’understatement. Invece credo che ci sia dietro un motivo molto più profondo, ed è il fatto che queste persone trovano il loro lavoro gratificante e tranquillo: in poche parole, per avere un posto non ci si deve saltare alla gola. Dati alla mano, lo si può vedere anche soltanto nella mia facoltà, dove i neulaureti hanno una scelta vastissima di impieghi, dalla BBC all’esercito.

La seconda è che senza un pc, sei alla frutta. Ci sono lavagne interattive ovunque, una piattaforma dove scaricare i testi per i seminari, un sistema bibliotecario automatico e Han Solo che ti porta il caffè. Ora, a parte Star Wars, c’è una ragione più profonda per tutto questo, profonda quanto le tasche degli inglesi, che devono letteralmente coprirsi di debiti per mandare i ragazzi all’università. Tuttavia colpisce che questi debiti, chiamati fee loans, puntino sul futuro impiego degli studenti, che dovranno restituirlo a rate con interessi una volta ottenuto un lavoro con una certa soglia di reddito.

Ora, vi sono opinioni differenti a riguardo perché, d’altra parte, si obietta che questi prestiti ti condizionano la vita, sono comunque proibitivi e sottolineano ancora una volta come spesso non sia il merito, ma il reddito, l’accesso all’università. Tuttavia è significativo il punto di vista per cui lo Stato investe sullo studente, con una prospettiva per cui, almeno, l’implicazione di un lavoro  c’è.

Per parte mia, mi sento fortunata ad essere italiana (a Pisa le tasse sono comunque alte, ma per laurearsi non si arriva a 60.000 sterline!) e ad aver avuto questa grandissima possibilità offerta dal progetto Erasmus. In fondo, sono partita proprio perché mi sono chiesta: cosa posso imparare, io, per rendere migliore il mio Paese? Perché, intendiamoci, è di questo che stiamo parlando; se fossi una di quelli che rinnegano la loro italianità non farei che alimentare il circolo che spezza la  nostra economia e la nostra istruzione.

Ebbene io credo che ciò che dobbiamo imparare dall’estero è andare fieri di quel che sappiamo e investire nelle persone e nei mezzi per farlo. Le nostre scuole superiori e le nostre università raggiungono livelli altissimi, ma sono poco vitali nei progetti e meno all’avanguardia nelle strutture e questo è allarmante perché (sempre chiamando in causa la mia esperienza), noi che sappiamo barcamenarci tra i metri lirici di Eschilo non possiamo permetterci di mangiare la polvere dietro a studenti che leggono il greco senza manco un accento, ma che hanno in classe due (dico due) lavagne interattive!

Insomma, saremmo anche un po’ stufi del fatto che un italiano inventi, che ne so, il telefono, e qualcun altro poi lo brevetti!

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4 thoughts on “Italians, do it better!”

  1. Lo riporto qui. Il form mi da errore
    Questo post mi piace, perché è chiaro, senza tanti giri di parole. Piacevole da leggere e da condividere nelle sue conclusioni.
    Cos’è il blog nascosto?
    Ciao

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