racconti

La fuga

Sognò un autobus con gli interni scuciti e le tendine che sapevano di fritto. Curioso, davvero. Aveva mangiato sogliole, scampi, acciughe, ma di fritto neanche l’ombra.

Sapeva di sognare, lo sapeva sempre. Riconosceva il serbatoio dei ricordi dalla piega oziosa che prendevano le mani a un certo punto del sonno e con un po’ di buona volontà avrebbe potuto svegliarsi, ma gli piaceva stare a guardare.

L’autobus viaggiava e viaggiava, con le tendine tirate e una luce giallastra e turbinosa. Avrebbe voluto guardare fuori, ma per quanto cercasse, non riusciva a trovarsi le mani. Pensò di scostare le tendine col naso, quando l’autobus improvvisamente, sterzò. Doveva essere una curva di montagna, perché la forza centrifuga lo scaraventò di lato tirandolo con le unghie sottili di chi ha fretta. Ci mise un’eternità a cadere. Sapeva che stava scivolando dal letto, ma preferì non dirselo e aspettare che le ruote dell’autobus toccassero di nuovo la strada.

L’impatto fu più forte del previsto. Poi fu come se l’autobus continuasse a viaggiare senza di lui, scivolando sotto la sua schiena mentre se ne stava fermo, sul pavimento. Aprì un occhio, poi l’altro. Riconobbe due caviglie nude che si rincorrevano e un treno di pensieri lo investì, definitivamente sveglio.

Un campanello suonava e suonava tre note, secche come un insulto. Odiava i rumori forti di prima mattina, anche se dalla luce che filtrava sotto l’orlo delle coperte si sarebbe detto mezzogiorno. Sentì due voci al piano di sotto, una spazientita, l’altra di sogno.

Non ho una bella voce

Non mi pare. Canti?

Mi vergogno

Via

Davvero. Canto in macchina, da sola. Oppure lì, nell’angolo della cucina. Ho preso qualche lezione tempo fa, ma mi sono spaventata

Di cosa?

Della mia voce.Era forte, troppo. Non c’ero abituata

Aspetta, guarda. Mi tappo le orecchie, ma ti prego, canta

No così non funziona

Perché?

Perché mi guardi le labbra

Si era trovato scoperto, interdetto, ladro. Non trovò la parola per ribattere, gli occhi non ne vollero sapere di scherzare: non poteva fare altro che prendere l’unica strada rimasta, e la prese al volo prima di ripensarci: si sporse in avanti, tanto da poter contare le ciglia sbalordite da un angolo all’altro dei suoi occhi, e, con voce fioca, in un miagolio strozzato, disse: dov’è il bagno?

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13 thoughts on “La fuga”

  1. Veramente notevole questo post. Svelto, incisivo e senza troppi fronzoli. Si legge in un amen ma resta un retrogusto dolce, perché tra sogno e realtà il confine è talmente sottile che si passa in continuazione da una parte all’altra senza capirne il perché e dove ti trovi nel momento nel quale «disse: dov’è il bagno?»

    1. Sarà perché non riesco a reggere la stessa scena per più di un minuto, quando scrivo mi devo sforzare per non fare un mescolone velocissimo! Ma com’era il detto della gatta frettolosa?
      Grazie del commento, apprezzo tanto. Un sorriso =)

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