racconti

La valigia di cartapesta

Una ragazza in tacchi a spillo fucsia l’aveva apostrofato vecchio guardone bavoso quando lui aveva cercato di capire di che colore avesse gli occhi sotto le strisce a lutto del make up.

Una vecchiarda l’aveva letteralmente abbordato lasciando credere di non riuscire a oltrepassare la soglia delle scale mobili, salvo poi correre i cento metri a ostacoli in ciabatte quando si era trattato di sottrargli la valigia. Poco male. Ne avrebbe presa un’altra. Per la cartapesta un po’ gli dispiaceva.

Era una valigia storica. L’aveva costruita a cinque anni, sognando di girare il mondo a piedi. Poi erano arrivate le scuole elementari. Avrai tempo per farlo quando sarai grande- l’aveva apostrofato il babbo. Poi era arrivato l’esame in terza media, poi il liceo e, se non voleva perder l’anno, l’esame di riparazione, poi il corso di informatica, poi il test di ingresso, esami esami esami –laurea. Tràc la prima offerta di lavoro. Prendere o lasciare. Prendere prendere, con il mercato del lavoro di questi tempi meglio una gallina bacucca che un brodo domani. Ed era arrivata lei.

Si ricordava il secondo primo appuntamento –il primo primo era stato inconsapevole- con la sua gonna a fiori stretta in vita, rossa di capelli che più rossa non si può. Una fiammata a freddo e congruo rimescolio dei pantaloni.

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