Bambola

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Arrivò al campo una mattina che pioveva. Camminava strano, con il passo di chi non ha casa e non gliene importa più di tanto, e aveva gli occhi di un altro pianeta. Per la curiosa inerzia della gente, fu subito nota come Bambola.

La sistemarono in una tenda alla bell’e meglio, da sola, perché nessuno aveva chiesto di lei e lei non chiese la compagnia di nessuno. Aveva con sé soltanto una bambola col vestitino pulito e netto, scampato al diluvio, le lentiggini dipinte sul viso e un paio di trecce di lana marrone. A guardarla bene, sotto il nasino a punta, sbucava l’ombra di una bocca rosa che lei si divertiva ad aprire e chiudere come per fargli il solletico.

-Non sei un po’ grande per queste cose?
-Quali cose?
Aveva guardato l’impiegata dell’anagrafe con una lucidità allarmante. Attraverso i suoi sapienti occhiali la vecchia pensò che, di tutte le stranezze che le sfilavano davanti, una ragazza di al massimo sedici anni con una bambola di pezza, in fondo, non era la peggiore.
-Hai parenti, amici, conoscenti?
-No.
-Bagagli?
-No.
Compilando la scheda, la matita a un tratto si spuntò. L’impiegata, che in un altro momento avrebbe lanciato improperi dell’altro secolo, fissò il foglio dove un attimo prima c’era la riga continua e fluida del lapis; le tornò in mente la treccia di una bambola e il vestito a pois con la mantella rossa con tanto di cestino: la cappuccetto rosso di quando aveva quattro anni e che una mattina, svegliandosi, non trovò più. Corse difilato dalla mamma, che rispose tranquillamente ‘l’ho buttata. Te ne farò un’altra’. Si riscosse, guardò la ragazza con un accenno di tenerezza e si accorse che aveva gli occhi di un altro pianeta. Poi domandò:
-nome?
-Lily.
-Anni?
-Ventuno.

L’impiegata dell’anagrafe si bloccò ancora, ma la matita stavolta non si era spezzata. Fulminò Lily con lo sguardo e cancellò i suoi occhi di un altro pianeta. Posò la matita con tutta calma e con una mano sola, a cinque dita, distrusse il modulo di assegnazione mentre diceva un -si accomodi – pieno di stizza. I presenti si domandarono cosa avesse potuto fare di così grave una ragazza di al massimo sedici anni all’impiegata dell’anagrafe, che si era addirittura alzata per indicarle l’uscita.

Senza fare una piega, Lily se ne andò. La vecchia tornò a sedersi sul suo scanno come sessantacinque anni prima si era seduta sul letto ad aspettare, ma l’altra bambola non era arrivata, né il giorno dopo, né mai.

Così si era beccata la tenda e il nome di Bambola, anche se non pareva farci caso. Si aggirava tra le baracche tenute su da fascette di plastica, cercando di cacciare qualche topo per la cena. Ogni giorno passava un camion carico di cibo liofilizzato e se ne andava la sera carico di immondizia. Ogni tanto il camionista si affacciava dal finestrino gridando: -Bambola!- mentre il camion sterzava lungo la via del bosco, spruzzando di fango la sua tenda.

Lily non ci badava. Il suo carattere serio e la sua stirpe nordica l’avevano abituata a ben altri freddi che non fossero le occhiate di un’umanità ostile. Veniva dall’est e viaggiava da sola. Il diluvio l’aveva trovata sulla via di casa, quando da lontano si poteva già vedere la Manica. Aveva perso tutto: le calze di ricambio, il vestito buono, lo zaino e il bollitore, ma, in fondo, aveva preso l’imprevisto come l’opportunità di vedere un pezzo di mondo sconosciuto e che le ricordava tanto i campeggi estivi. Anche lì c’erano baracche e tende e bambini che si lavavano nudi nei secchi, e panni stesi ad asciugare prima che fossero del tutto puliti, per non consumare troppo il sapone di marsiglia. Anche allora aveva la sua bambola e la vestiva con la sua coperta, la sera, davanti al fuoco, quando il cibo non mancava e si arrostivano i marshmallow.

Poi, una sera, mentre era di ritorno alla sua tenda con tre furasacchi legati per la coda, Lily sentì un sasso rimbalzare sulla lamiera. Si fermò e vide l’ombra del camion dei rifornimenti dietro i primi alberi del boschetto. Riprese a camminare. Un altro sassolino rimbalzò sulla baracca di destra, senza che la consueta nuvola di bambini volasse tra le pozzanghere, nell’ultimo gioco della sera. Sapeva di non doversi voltare. La tela blu del camion ormai riluceva tra i rami secchi e le incandescenze del crepuscolo. Impercettibilmente, Lily portò una mano dietro la schiena e strinse un piedino della bambola, che teneva legata alla cintura come le maman africane si portano nei campi, sotto il sole subsahariano, i loro bambini color del buio.

-Portatela via, Mark, potrebbe farti il woodoo.

-Le bambole woodoo somigliano alle vittime, imbecille!

-Appunto, vedi come ti stanno le trecce!

-Prendi quei topi che ti ha lanciato sul muso, piuttosto, che sono buoni.

-Dai su, muoviti che ci hanno sentito…

-Tanto meglio. Noi portiamo a questa gente del cibo e puliamo via la loro merda. Scommetto che se anche quelli dell’amministrazione lo sapessero, ci darebbero ragione. Ce n’è da metter su un bel traffico di puttane.

-Scherzi? Quella della terza divisione ha messo su casa che è un gioiello, è riuscita anche a coltivare fiori. Te la sbatti un paio di volte e ci fa da mezzana.

-Sicuro come l’oro- disse Mark tirandosi su i pantaloni.

-Questa la prendo io. E tu, tesoro, cresci.

Uscirono, sputando in terra. Tornando verso la città, Mark lasciò il suo amico all’angolo tra la strada sterrata e l’inizio dei primi ruderi. Percorse un lungo rettilineo, svoltò sotto un cavalcavia da cui pendevano braccia di borragine e parcheggiò. Una volta a casa, Christie, la sua bambina, fu felicissima della bambola e la tenne stretta per tutta la cena. Poi se la portò nel letto e, il giorno dopo, a scuola.

Fu sorpresa, tornando a casa, che un amico di suo padre le offrisse un passaggio. Non lo aveva mai visto prima, ma le aveva suonato il clacson e aveva sorriso come se la conoscesse. Aprendo la portiera, l’aveva invitata a salire e aveva gridato:

-Bambola!


Racconto in concorso per Racconti nella Rete 2016

Avete tempo fino al 31/05/2016 per partecipare con i vostri racconti. I selezionati parteciperanno a LuccAutori 2016!

Baci alternativi

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A Pasqua ho avuto l’obesità di ricevere un ovetto con doppia sorpresa: un bel portachiavi cuoricioso e una manciata di Baci Perugina. Il che prevede anche una terza sorpresa -una sorpresa nella sorpresa, e al gatto piacciono questo genere di sorprese… Se non fosse che pure Fedez si è messo a scrivere le frasi dei Baci!

Help!

Propongo di invertire la rotta e di scrivere i bigliettini dei Baci con un pizzico di sana cattiveria (di quelle che in amore si dicono o non fidatevi: amore non è).

Eccone per esempio una decina, alcune realmente accadute, altre liberamente tratte da amici e parenti, altre inventate in pausa digestione:

 

1- chi ti ama ti segue, ma in genere usa Skype

 

2- se Maometto non va alla montagna, la montagna SI INCAZZA

 

3- se vuoi farti dei veri amici, offri del cibo

 

4- sentirsi dire ti amo non ha prezzo, ma anche un hai ragione va bene uguale

 

5- in amore vince chi fugge, stravince chi ti aspetta a casa

 

6-un bacio è un apostrofo rosa tra le parole lo finisci, quello?

 

7-i veri amici si riconoscono nel momento dell’esame

 

8- la cucina è sempre un atto d’amore, specialmente quando si brucia l’arrosto

 

9-amor ritornato e caffè riscaldato non sono mai buoni

 

10-l’amore è perdersi al supermercato dei cinesi,ma sapere esattamente in che reparto cercarsi

 

E voi, se nessuno vi vedesse, cosa vorreste scrivere nei Baci Perugina?

Al gatto, in fondo, basta che se magna!

=.=

 

 

I giorni del glicine

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Sono i giorni del glicine

-le peonie sono passate e ora

anche i giacinti- Io continuo ad invecchiare

da quando ho scelto di non appartenerti.

E’ stato un tagliare le radici,

un mettere su foglie e frutti

senza passare dai fiori -quelli

li avevamo spenti

alle prime schermaglie infantili-

perché iniziassimo a percorrerle

le nostre vite dovevano finire.

 

 


 

Tu sei indifesa come il glicine maturo

che sposta il vento e chiede

di poter passare. O dio, che lacrimando spegni

le speranze nostre

che ci sia un varco e un gabelliere

per le paludi della pace mesta

il patriarca -dice- non fa festa

se il figlio torna

per essere cacciato. Oggi

la morte ci ha fatto visita -e la vita

discreta, se n’è andata

in punta di scarpette rosse.

 

 


 

Guarda, è fiorito il pesco:

si vede la sua verde fiamma

bucare il solco delle braccia

nell’incavo

delle gemme.

Tu sai di che atmosfere parlo,

hai udito piangere i pianeti

per aver fatto del tempo del raccolto

una semina atroce, che si mangia

e aver disteso l’uroboro in croce.

 

 

La poesia come Proserpina

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Oggi è la giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 e tante belle cose.

Oggi più che mai c’è da dribblare i versi della Merini citati a sproposito su selfie di ombelichi o peggio, foto di fiorellini-coniglietti-gattini con tanto di glitter: il classico salto del social delle giornate critiche.

Però ieri ho pensato una cosa: io la giornata della poesia l’avrei festeggiata con l’equinozio di autunno. Deve essere perché sono strana.

Però poi ho ripensato alla Merini e mi sono chiesta perché la poetessa più ricordata in questa occasione è anche quella su cui ci si è più rifiutati di parlare sul serio -e non voglio pensare che sia soltanto perché lei è nata il 21 marzo: non so quanti instagrammisti ne abbiano cognizione.

Spesso si semplifica. Non è sempre un male. Ma l’equazione poesia=coniglietti fuffosi passando per l’associazione con la primavera è potenzialmente un guaio sociale. Primo, perché si rischia che il gatto vada in giro a graffiare gente a caso. Secondo, perché la poesia, quando è poesia, è tutt’altro che pace dei sensi.

Prendiamo la Merini e la sua poesia più trita e ritrita in questa giornata funesta: Sono nata il 21 a primavera (vi prego, ignorate la canzone di Milva). Dopo il primo verso, in cui ‘primavera’ riecheggia proprio sul finale e tu dici ahh, che meraviglia nascere a primavera, magari ci fossi nato anch’io, ti rendi conto che c’è un grosso ‘ma’ subito a capo, per cui l’equazione poesia=primavera non è paciosa come sembra.

Per la Merini, fare poesia è sempre stato un processo carnale, ctonio, doloroso: ‘aprire le zolle’ dà proprio la ferita dell’aratro nella terra, cancellando qualsiasi idillio. Di qui, la ‘tempesta’ e poi niente meno che Proserpina, la regina dell’Oltretomba, che domina gli ultimi versi con il suo pianto che si scioglie nella sera.

Ora, Proserpina è una ragazza il cui destino è stato spezzato. Figlia di Cerere, la dea delle messi, è stata rapita da Plutone, suo zio, e costretta a sposarlo. Nella versione più felice del mito, Proserpina può tornare sei mesi l’anno sulla terra, mentre per altri sei mesi deve restare agli Inferi: si capisce bene quanto la Merini potesse vedere di se stessa in questa figura mitica, nel suo andirivieni dalle case di cura.

Il punto è che la poesia è, sì, una rinascita, ma non la semplice primavera che arriva e spazza via l’inverno, come una ditta delle pulizie pagata e puntuale. Il punto è che non è detto che la primavera arrivi: per trovarla bisogna affrontare la morte e sapere che non si può vincerla, ma si può almeno andare a fondo della vita -letteralmente ‘aprirla’ a metà- e svelarne il fiore nascosto. Vi sembra un processo così felice, fare poesia?

No. E allora festeggiatela seriamente, per quello che è. Maneggiatela con cura, perché è una roba infiammabile, che rischia di far esplodere le menti. Vivetela e non leggetela e basta. Questo compleanno del 21 marzo rischia di diventare la pietra tombale della poesia come creazione di modi di pensare aperti, alternativi e utili a tutte le persone in tutti i campi.

Con questa versione disinnescata della poesia come roba ‘a parte’, per accademici e donne in menopausa, ci tolgono una risorsa evolutiva per venderci un momento di svago per intenditori.

Chi vi dice che, la poesia, bisogna prendersi del tempo per leggerla, vi sta imbrogliando: potete leggerla anche di corsa in autobus, l’importante è che quando avete chiuso il libro non abbiate chiuso con la creazione di quella poesia, perché lei di sicuro, con voi non ha ancora finito.

Quindi, BUONA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA e quote responsibly.

O il gatto si arrabbia.

fff

A caccia di libri: Cent’anni di Solitudine

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Non amo particolarmente finire le cose. Ho dato la caccia a Cent’anni di solitudine, ma era esaurito sia in biblioteca che in libreria. Sia chiaro, bastava andare alla Mondadori o alla Feltrinelli per avere il libro nel giro di mezz’ora, ma il gatto finanzia le librerie storiche a conduzione familiare perché è fatto così. Comunque, messe le grinfie sul libro grazie a un prestito, ne ho divorata metà in poco meno di due giorni. Però poi ho visto che, paradossalmente, Cent’anni di solitudine mi faceva compagnia.

Quindi ho tirato il freno a mano e ho fatto inversione alla Vin Diesel. L’ho riletto avanti e indietro, ho piluccato qualche pagina più avanti e con questo tira e molla l’ho tenuto sul comodino per quasi due mesi. Mi piaceva pensare che l’incanto della famiglia Buendía continuasse un po’ oltre il tempo che ci vuole a finire poco meno di quattrocento pagine.

So che coi libri sono un po’ bulimica perché sono riuscita a sciropparmi trecento pagine in una notte e a stiracchiarne tre per una settimana, però sono convinta che i libri servano a qualcosa di più che a potersi vantare di averli letti. Molti ti lasciano qualcosa dentro e ci vuole del tempo perché cresca e vada oltre la semplice sensazione. Quello che sono riuscita a capire, leggendo, è che Márquez non a caso ha esordito la sua grande carriera con questo romanzo -e, non a caso, nonostante l’industria fagocitante di libri, tuttora non è facile trovarlo.

Quello che mi sembra più attuale, del libro, è la mancanza e insieme la creazione di un incanto. Già nella prefazione, che, nell’edizione che ho letto, è a cura di non so chi per la biblioteca di Repubblica, ci si stupisce che Márquez abbia dato una ventata di novità al paesaggio rinsecchito del novecento. Forse, dalla Colombia, ha potuto portare quello che nella vecchia Europa i vecchi intellettuali, già decrepiti prima dei trent’anni, davano per scontato: e cioè che in un romanzo in cui vi siano ancora fantasmi, profezie, magia, e personaggi dotati di forza interiore non siamo per forza ai livelli di un libro per l’infanzia.

Mi spiego meglio. Per quello che ho avuto l’opportunità di vedere, Márquez è spesso liquidato con un ‘sì, bello, ma poco moderno’ dai professori della critica non ingenua. Ma nessuno si è accorto che la letteratura, per non diventare asfittica, ha bisogno di credere in queste magie? Se credere non è illudersi, penso che sia illusa molta più letteratura postmoderna, intrisa della certezza di poter svelare ogni cosa e, che dietro al non-senso di tutto ci sia, appunto, una certezza.

Invece Márquez, in Cent’anni di solitudine, spalanca le porte al possibile in letteratura così come quella gran donna di Ursula spalanca le porte della sua casa per accogliere l’imprevedibile e l’insensato, anche se questo non salverà la sua stirpe dalle formiche rosse. Quello che voglio dire è che adesso stiamo riguadagnando a colpi di editoria alternativa quello che era già nostro e che abbiamo rifiutato per paura. Il postmoderno, con tutte le sue finzioni, serve a conoscere il precipizio che allontana la letteratura dalla realtà, ma non serve ad andare avanti così come a un funambolo serve assai poco guardare giù.

Márquez non nega che ci sia una grossa, enorme, straziante mancanza di senso nella vita della famiglia Buendía. Basti pensare alla chiara sensazione del colonnello Aureliano, le cui trentadue guerre saranno spazzate via dalla memoria di tutti insieme ai suoi diciassette figli, di aver combattuto per inerzia in una lotta innecessaria che, però, una volta finita, non può comunque dargli la pace. E’ solo la morte che resta e questo nel libro non viene nascosto, ma allo stesso tempo non viene nascosta la vita. Io credo che il girare in tondo di questi personaggi -che sono, così come abbiamo imparato a scuola, niente più che brave funzioni letterarie- sia più vivo del girare in tondo delle nostre stesse esistenze.

Questo perché, insieme alla mancanza di qualsiasi perché, si dà l’assoluta libertà del possibile, senza nessuna finzione dovuta alla paura. Mi piaceva, anzi la tranquillità narrativa con cui, nel libro, poteva accadere di tutto senza retorica e senza che ai personaggi fosse concessa alcuna malinconia o ribellione. Questo perché, con i suoi fantasmi e le sue illusioni, Márquez ha reso il dagherrotipo della vita più reale della vita stessa.

E’ di questo che abbiamo bisogno oggi in questa dannatissima congiuntura storica: non di dimenticarci della mancanza di senso della vita in politiche e religioni totalitarie né di abbandonarci alla sterilità di un’esistenza bacata e arresa. Mi piace pensare che si possa ancora tenere insieme la vita per quel che è, anche in letteratura, come lo è sempre stata nelle più grandi opere occidentali dall’Iliade in poi. Cent’anni di solitudine è un buon esempio per cominciare, come già lo è L’amore ai tempi del colera, che ho amato per come fa capire quante cose è l’amore senza dire ‘amore’ nemmeno una volta.

Ma questa è un’altra storia.

Confini

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Il tempo ci ha spezzati e sorpresi

con lo stesso giro di chiave.

Vorrei dormire una sola notte

prima di rivederti,

ma il coraggio inizia a mancare

e la vita scoppia, fuori

come qualcosa che mi appartiene

-la ragione, ad esempio,

o l’uso che si fa di certi giorni

o i rumori vorticosi intorno

quando dentro è luce-

non sono mai stata dalla parte

di chi rimane, sono sempre

andata oltre il limite

non era mai giunto il confine

a superarmi, mai a farmi male

prima dei tuoi capelli bianchi.

 

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Come sopravvivere alla tesi

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Ci siamo. Esageriamo. Dopo un mare di lacrime e sangue, MI LAUREO.

Non è facile rendere a parole l’epicità della cosa. Dopotutto, è solo un esame con il parentume al seguito, ma, parliamoci chiaro, è proprio lì l’inghippo: sono tra i fortunati che non devono necessariamente prenotare un autobus dalla Calafrica con due mesi di anticipo, comunque la transumanza dei consanguinei mi preoccupa. Scanso equivoci, ho buttato giù un vademecum di sopravvivenza:

  1. far capire a mia nonna che non si tratta di un matrimonio
  2. chiunque abbia scarpe con plateau aspetta fuori
  3. la corona di alloro si sfodera DOPO la seconda uscita dall’aula (tu esci, rientri, firmi e poi esci come donna libera di sclerare sugli esami della specialistica)
  4. non si lanciano coriandoli e riso (vd. punto 1)
  5. il quadrato costruito sull’ipotenusa della distanza fra tua zia e il tuo ragazzo è pari alla somma dei quadrati costruiti sulla distanza lineare tra lui e i tuoi nonni materni
  6. il babbo in gessato e occhiali neri ha i pieni poteri di buttafuori
  7. il primo della commissione che fa domande, esplode
  8. prima del brindisi, bisogna acchiappare il gatto del dipartimento
  9. convincere mia nonna che non si offre cibo alla relatrice (vd. punti 1 e 4)
  10. i canti goliardici conviene farli per strada e non di fronte all’ufficio del tuo prossimo relatore

Se ne stampo un centinaio di copie e comincio subito a fare volantinaggio ce la faremo a farcela. Forse.

 

ELPH

La spunta blu tipo Newman

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Prima c’erano le scenate di gelosia, le scuse per andare a calcetto, la suocera. Oggi sono altre le cose che ci fanno paura, riassunte da pseudo articoli su ‘l’amore ai tempi di Facebook’ che fanno ribaltare Gabo nella tomba: se prima c’era il visualizzato alle a fare da linea sottile tra il baccaglio online* e lo stalking, ora ci si è messo pure Whatsapp. E l’unico che ci guadagna in visualizzazioni è Salvatore Aranzulla.

Secondo l’agenzia ANSIA, c’ è stato il crollo dell’ultimo baluardo di ipocrisia social. Tornando a frequentare per sbaglio i rapporti reali, d’ora in avanti, saremo obbligati a guardare in faccia il diretto interessato e dichiarare: sì, non ti rispondo perché mi rompi i coglioni  avevo il gatto sul fuoco. Cosa che, oltre ad aumentare la dipendenza da wifi dei single in cerca di affetto, promette di favorire lo scoppio degli esemplari accoppiati.

Infatti, Whatsapp è stato inventato per inviarsi emoticon di dubbia consistenza tra una pausa e l’altra, per individui che vorrebbero condividere più tempo di quanto il pendolarismo isterico non conceda (e senza che siano messe in discussione: stima reciproca, fiducia, amore, pace nel mondo e risoluzione non violenta dei conflitti). Tuttavia, la natura umana pone qualche inciampo, creando messaggi politically scorrect, come ‘perché non mi rispondi?’, ‘mi cachi?’, ‘holaaaaa’ e ‘sei lì?’.

Inoltre, l’approdo dei genitori sul web non concilia la pace fra le generazioni. Per esempio, da quando mia mamma è su Twitter, ho perso il gusto a dire cattiverie sull’ultimo taglio di capelli di Adam Levine. Ora, se questo è un peccato veniale, con Whatsapp è diverso. Quei pochi di voi reduci dagli anni ’90 che si ricordano la sensazione di uscire senza cellulare sanno a cosa mi riferisco. E’ come aver addentato la libertà e, al secondo morso, qualcuno l’avesse sostituita con un sandwich al vegan bacon. E ricominciano le ansie patologiche da parens apprensivum insipiens: ‘dove sei?’, ‘tutto bene?’, ‘sei viva?’

Vorrei chiudere con una massima filosofica di Confucio; invece vi lascio la perla con cui se n’è uscita mia madre dopo aver aggiornato Whatsapp con la suddetta spunta blu, e che credo riassuma il dramma delle nostre esistenze a banda larga: #poverannoi


*baccaglio online sull’Enciclopedia Treggatti: ricerca di attenzioni telematiche da parte di soggetto in fuga non consenziente

Quando sarò capace di amare

Video

Nel mio paesaccio toscano scalcinato, agli inizi di luglio, hanno la brava idea del Festival Gaber.

C’era una ragazza a cantare in un angolo, con in sottofondo il rumore di una pianola; alta, mora, ironica, con un vestito a pallini blu un po’ voluminoso che le dava l’aria simpatica da campanella. Cantò La Nave, facendoci rollare dal ridere, e quando i bambini del pubblico avevano appena finito di fingere di vomitare, attaccò Quando Sarò Capace di Amare.

Ora, se tutte le luci sono sembrate di colpo accese intorno al campanile in ristrutturazione, in un angolo polverosissimo di un paese mezzo montanaro in cui il meteo aveva previsto un inavverato diluvio, come sarà stato dal vivo il Signor G, lo posso solo immaginare.

Ho ripescato un video che, a quanto pare, risale alla sua ultima apparizione in pubblico. La canzone era già bella cantata da un altro e va da sé. Però, la sua faccia canta da sola. Ci ho visto il ritratto di tutte le parole e, forse, anche del posto da dove provengono, che non so davvero se chiamare genio o altro, ma, da come lo guarda lui, deve essere qualcosa di poco diverso da un paradiso.

Kiko mon amour

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Scusate il titolo, non sapevo che altro mettere.

Non mi sto dando al fashion blogging. Ho solo pensato che, in ogni blog che si rispetti, ci deve essere un post sulle commesse di Kiko, anche solo perché sono un caso umano di studio comportamentale a scopo letterario.

La mia ultima avventura è stata in quel di Pisa in piena zona saldi. Non che ci fosse un gran marasma di clienti, per la verità, ma il terzo giorno di sconti di solito basta per far diventare le commesse un qualcosa di assatanato a metà tra Hannibal Lecter e il vecchio Baffo delle televendite.

Mi aggiro all’altare degli oggetti offerti in sacrificio al 30% di sconto e trovo proprio quello che stavo cercando (che già di per sé è un bel colpo). Non essendoci davanti la parata di tester indicativi di numero e colore sulla scatola, mi lancio, ingnara e fiduciosa, all’abbordaggio-commessa.

Ecco, il kajal marrone è il numero cinque. In direzione della cassa, mi sento quasi sulla via di Chanel. Poi, avviene l’irreparabile: la commessa mi si piazza davanti, stira tutte le rughe delle palpebre protendendo il viso verso di me e dice ‘ma guarda un po’ questo! Questo marrone qui è molto più carino *mi acchiappa il polso e mi ci tira una riga per cui già prevedo un quintale di latte detergente* rispetto a questo *altra riga* che hai scelto. Con il colore scuro che hai, ti fa l’occhio spento’.

Mentre la guardo sull’orlo di una cattiveria gratuita, i pensieri sono:

  1. ho gli occhi hazel green, ma evidentemente tu sei daltonica per ragioni di merchandising
  2. la matita che ho scelto, la uso da tre secoli. E non mi risulta che la popolazione maschile disdegni (e per un portatore sano di cromosoma Y, in genere non c’è differenza fra marrone terra bruciata e marrone-muschiato-legno-di-frassino-con-brillantini); fuck off la popolazione femminile
  3. l’occhio spento te lo faccio io. Senza usare la matita.

Me ne esco con un salvifico ‘no, grazie’ e mi arrocco sulla prima scelta. Guadagno la cassa mentre fuori, annuvolato già da un quarto d’ora, spuntano i primi ombrelli. Commessa 2 riceve la mia matita senza battere ciglio. Fiduciosa, frugo la borsa cercando un paio di monete disperse.

Ma una voce fuori campo mi informa che non è finita: ‘guarda, abbiamo anche queste matite. Sono nuove, vedi come rende il colore e non se ne va via’ *sfrega con la mano il suo polso, segnato da righe marroni come il mio*. Bene. Prevedo due quintali di latte detergente e due giorni di sfumata appartenenza, mio malgrado, alla tribù di Kiko.

-grazie, vorrei raggiungere Pisa Centrale prima che venga giù il diluvio

-eh hai ragione, anche te

 

Certo che ho ragione. Te lo scrivo sul polso, indelebile, con la matita?

Quando Sorride il Mare

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Questa settimana ho avuto il piacere di leggere e recensire l’ultima raccolta poetica di Floriana Porta, già famosa poetessa Torinese, che parteciperà con alcuni suoi inediti alla nostra rubrica settimanale!  Ecco un estratto dalla recensione sulla rivista online Uni Info News:

Floriana Porta colpisce subito per immediatezza e brevità. La sua ultima raccolta di poesie, Quando Sorride il Mare, edita da AG Book Publishing, ha la capacità di dedicare ben cinquantacinque poesie e diciotto haiku soltanto al mare e ai suoi abissi. La forza creativa di questo tema si rinnova in ognuna delle tre sezioni della raccolta ed è suggellata dalla sintesi dinamica degli haiku.

La raccolta, presentata lo scorso 20 maggio presso la Biblioteca Centrale di Torino, è frutto di un anno di lavoro in cui la ricerca espressiva si fonde con la sete di spiritualità. Il mare descritto da Floriana è infatti protagonista di una rinascita, in cui il ruolo del poeta è riemergere dopo un tuffo profondo nell’oceano primordiale portando in superficie un pugno di fosforescenze. I segreti del mare sono oscuri e inaccessibili, ma la parola, in un breve giro di musicalità e di senso, può arrivare a coglierne la matrice e farsi elemento indispensabile alla vita, proprio come l’acqua.

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Copertina

Viareggio non dimentica

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I treni schizzano sulle rotaie e la linea gialla non basta. Bisogna tirare indietro le borse, schiacciarsi contro le colonne o sedersi sulle panchine, stringere gli oggetti che hai in mano, chiudere le sciarpe leggere con un nodo, tenere la tesa dei cappelli. Il treno non destinato a fermarsi nemmeno rallenta, per la fretta di andare a destinazione con cinque, dieci minuti di anticipo, o addirittura in orario, perché Trenitalia in anticipo, figurarsi, non lo è mai.

La velocità consentita ai treni in transito in stazione è troppo alta e viene il dubbio che sia davvero consentita. Non è chiaro se sia di 100 km orari, ma è chiaro che sono velocissimi.

Nella piccola stazione di Egham, nel Surrey, ci sono solo due binari. Nella stazione scalcinata di Camaiore-Lido-Capezzano, in Versilia, ce ne sono altrettanti. Il treno delle 7:26 si fermerà a Viareggio, ma non qui. Passa nell’aria di vetro di questo gennaio e mi ricorda con uno schiaffo che dietro la nuca ho i capelli troppo corti e la sciarpa non arriva a coprirmi.

Egham, 6:30 di una domenica di tarda primavera. Non c’è un’anima, il treno passa per fermarsi a Staines e mi ricorda vagamente che la temperatura è inglese in questo 8 di giugno. Il treno rosso e viola porta la scritta Railway Service South West Train: passa così lento che posso ancora leggerla.

Viareggio, 23:50 del 29 giugno 2009. Un treno-cisterna GPL transita in stazione alla velocità consentita(?) ai treni di passaggio. Qualcosa cede, il treno deraglia, perde il suo carico. Basta una scintilla. 32 persone sicure di abitare la loro vita quotidiana a Viareggio si ritrovano di passaggio. E la velocità la decide il treno.

Viareggio

A cinque anni dalla strage, si attende ancora giustizia